E’ bello a volte esagerare no? O meglio, è bello assistere a un concerto che ti lascia addosso la voglia di esagerare e gridare alla migliore live band del momento. A dire il vero non era la prima volta che li vedevo suonare dal vivo, sapevo a cosa andavo incontro o quasi, visto che stavolta avevano da proporre i nuovi pezzi di Broken Hymns Limbs And Skin in uscita a settembre. Gran bell’album che vi segnalo e consiglio (insieme a quello di debutto Head Home) ma la vera e propria esperienza O’Death va vissuta sotto il palco, a due passi dalle danze sudate di quei cinque ragazzi americani che urlano a torso nudo, aggrappati ai propri strumenti. Prendi un violinista virtuoso con una formazione prettamente classica, aggiungi un batterista amante del punk che picchia forte su taniche di benzina e cembali rotti, mescola con un banjo (o ukulele) a metà tra il folk e il rock, mettici pure un basso e rosola il tutto con una voce tra lo stridulo e il demoniaco… ecco a voi gli O’Death! Sono heavy metal e punk, Appalchian folk e rock puro, una scarica di adrenalina che ti percorre la schiena per poi farti danzare come un forsennato. Insomma, sono diversi da tutto quello che avete sentito finora anche se c’è chi l’ha paragonati a Tom Waits, Pixies, Pogues. E forse l’atmosfera di Waits a volte emerge (basta pensare allo splendido singolo Down To Rest) ma poi il loro sound prende forme uniche. Ti trascina in cima ai monti Appalachi a cantare filastrocche, poi ti sveglia a suon di catene sbattute su timpani fracassati che staccano melodie asincrone col violino. Gli O’Death sono i ventiseienni più barbuti che abbia mai conosciuto e il live act più compatto ed energetico a cui abbia assistito da molto tempo a questa parte. Occhio al nuovo album e alle date in Italia che seguiranno (ancora da confermare ma probabilmente in novembre) e non dite che non vi avevo avvertito. (Foto©chiarameattelli)
Agosto 19, 2008
Best live band? O’DEATH o’course!
Luglio 31, 2008
Daniel Johnston: With a little help from my friends
Genialità e follia da sempre si sfiorano e spesso si incontrano. Quanti musicisti geniali si sono poi persi nel baratro delle loro malattie mentali dopo un promettente inizio di carriera? Syd Barrett, Roky Erikson, Brian Wilson sono i primi nomi che mi vengono in mente. E Daniel Johnston? E’ davvero un genio? Lui non è mai riuscito a farsi sentire senza che la voce dei demoni che ha in testa parlasse per prima. Daniel ha scritto una moltitudine di canzoni ma ha sempre dovuto fare i conti con i limiti imposti dalla sua stessa interpretazione, con la voce da bambino che non riesce a tenere un’intonazione e i modi di fare di chi questo mondo lo sente tutto a modo suo. Eppure l’altra sera chi è venuto a vederlo alla Indigo O2 (sotto il supertendone del Millenium Dome) non si è fermato ai suoi disturbi mentali ma è andato oltre, dentro le viscere del suo pianeta dove non si ascoltano le stonature ma solo melodie e testi fatti di un’insolita e stramba bellezza.
Prima ha zappato la chitarra (ci sa fare molto meglio col piano) su Top of The Mountain e Mean Girls Give Pleasure, poi sul palco lo hanno raggiunto nientedimeno che Mark Linkus (Sparklehorse), Scout Niblett, Norman Blake (Teenage Fanclub), Jad Fair (Half Japanese), James McNew (Yo La Tengo). Una band anomala per un concerto del tutto sui generis. Splendida l’esecuzione di Go; non so se è profondo ma trovo il testo illuminante: life’s a bowl of cherry, you can have as many as you can carry (la vita è come un cesto di ciliege, ne puoi avere tante quante ne riesci a portare). Ok, la parte che viene dopo è quantomeno criptica: someone says life is like a cow, but I don’t know how that applies (alcuni dicono che la vita sia come una mucca, ma non ho capito a cosa si riferiscano). Mentre True Love Will Find You in the End è stata di una bellezza semplice e commovente. Poi un’immancabile cover dei Beatles, Rain. Chi ha visto il documentario sulla sua vita The Devil And Daniel Johnston (del 2005, un must) conosce la sua ossessione per Lennon e tutti i santini dei Beatles che tiene sopra il pianoforte di casa. E conosce anche la sua lunga battaglia con la malattia mentale, il suo “in and out” dagli ospedali psichiatrici, la travagliata gita a New York con i Sonic Youth come bandanti e la passione per disegnare fumetti (di cui Captain America e il fantasmino Casper ne sono i protagonisti indiscussi insieme a rane dai molteplici occhi).
Stasera però lui sembra in ottima forma, addirittura scherza col pubblico che richiedeva Fish: “no, quella è troppo lunga ci stiamo un’ora a suonarla!” Con la mano saltellante, l’altra incollata al microfono, gli occhi fissi sul leggio che solo raramente si staccavano verso il pubblico per abbozzare un timido sorriso. Così Daniel Johnston ci ha portato dentro i suoi sogni e pensieri insensatamente rivelatori. Poi, nello stesso modo in cui un bambino mostra le dita per dirti quanti anni ha, indica con le mani quanti brani ci saranno per il bis.
Ma se fosse solo un povero malato di mente le sue canzoni non sarebbero state notate e reinterpretate da artisti come Tom Waits, Tv On The Radio, Eels, Sparklehorse, Bright Eyes, Death Cab For Cutie, Flaming Lips, Beck. Se fosse solo un malato di mente Kurt Cobain non gli avrebbe fatto pubblicità indossando per un anno di fila la magliettina di Hi, How Are You? (il primo album) che lo stesso Johnston ha disegnato. Fosse solo un rincoionito ritardato mentale, stasera al concerto non avremmo intonato con lui Walking the Cow e Devil Town trasportati da quella sincera passione che sentivamo dentro.
[La foto qui sopra è di pessima qualità, l'ho fatta col telefonino, sfocata, un po' come lui. Quello dietro è Sparklehorse, camuffato da lorry driver americano]
Luglio 23, 2008
Tom Waits a Milano: spremuta libera di due concerti.

Sono a Milano aspettando di far foto a Tom Waits per la prima delle sue tre date al Teatro Arcimboldi. Sto aspettando che Tom Waits salga sul palco, per fotografarlo. Sto aspettando Tom Waits, I am waiting for Waits. Continuo a ripetermelo perché non mi sembra vero. Poter fermare per un istante le smorfie del suo viso, i gesti delle sue mani contorte che danzano a scatti intorno alla sua figura, fatta di sudicia eleganza. Entra Roberto Benigni con la moglie e il boato del pubblico mi desta da uno stato di trance. C’è anche Mike Mills dei REM ma chissenefotte: sto aspettando Tom Waits. Quando entra Vinicio Copiassella colgo l’occasione per gridargli: “mi raccomando prendi appunti!” Sicuro al suo prossimo tour il palco sarà allestito allo stesso modo di quello di stasera: una decina di megafoni sospesi in aria, un piedistallo tondo a metà tra un pezzo di circo e una gran cassa di batteria rovesciata, con sopra campane e pedane (che Waits andrà a sbattere coi suoi scarponi chilometrici). Sono le 9.45pm, ancora lui non si vede e il cameraman che lo segue nel Glitter & Doom Tour mi spiega il perché mentre sta appeso alla radiolina con cui comunica col backstage: “Sta di nuovo cambiando la scaletta”. Poi mi sorride e guarda con il volto stralunato verso l’alto come per dire: “fosse la prima volta!”
Si spengono le luci, inizia lo show. Cazzo è finita una attesa durata mesi. Attacca con Lucinda ma è una versione storpiata, la riconosco solo dal testo ed è alternata con Ain’t Going Down to the Well. Fa avanti e indietro tra una canzone e l’altra, come se non sapendo decidersi con quale delle due iniziare avesse optato per un medley. Il solito cappello marrone è stato sostituito da un bombetta, la polvere che lui sbatte sotto i piedi, una volta nera (nel tour di Mule Variations), ora è diventata bianca. Al posto della chitarra di Marc Ribot, impegnato col suo nuovo album, c’è quella di Omar Torrez. Lui, che è stato definito a metà tra un re zigano e Hendrix, ha portato alla band uno splendido sound spagnolo (come nell’intro di All the World is Green) per poi condirlo con free jazz e blues rock. Usa pure la stessa chitarra di Ribot e a tratti sembra quasi gli rifaccia il verso.
“Boom boom cha!” – dice Tom mentre il pubblico cerca di capire quale brano si appresta a suonare, poi aggiunge “siamo onesti, questo potrebbe essere l’inizio di almeno un centinaio di mie canzoni!”. Era Way Down in the Whole. Molto più semplice è stato prevedere Eyeball Kid con lui che finge di staccarsi un occhio e sbatterlo da una parte all’altra mentre la band accompagna questo breve e surreale film muto. Poi si siede al piano, “that’s a good one” borbotta prima di attaccare Tom Traumbert’s Blues. Così accontenta anche i fans legati alla prima fase della sua carriera, quella fatta di ballate in cui solo lui riesce ad alternare così bene dissonanze ed assonanze per poi risolverle in melodie che ti strizzano le budella sfiorandoti il pancreas dopo un ping pong con l’ippocampo. On the Nickel è eseguita in religioso silenzio del pubblico che poi si sfoga cantando (o nel mio caso urlando) Innocent When you Dream a unisono. Poi Tom torna sul suo strano piedistallo e ci porta dentro l’inferno di Misery is the River of the World. Lui da solo con la band è più teatrale della versione della stessa canzone nel musical di Robert Wilson. Mi fa male la gola solo a sentire quanto raschia con la voce, come sale e scende, fa un incidente mortale nell’esofago e si rianima con un grugnito. Stellare la versione di Hoist That Rag con il figlio Sullivan al timpano e così cubana che non si può far meno di storcersi e spalmarsi sui sedili del teatro, scalciando al ritmo delle maracas di Waits. Alle percussioni e batteria c’è l’altro suo figlio, Casey; raccomandato direte voi? Eppure è una macchina che non sbaglia un colpo, su Make it Rain nel ritornello spacca il tempo in terzine per poi concludere accellerando alla perfezione come se si fosse ingoiato un metronomo a colazione. Comunque fa piacere sapere che gente come Waits si riproduca. Uno alla batteria e l’altro al clarinetto accompagnano il padre che canta: “We’re all gonna be just dirt in the ground” , come fosse la morale di una favola dark che gli racconta prima di andare a letto.
Le scalette di giovedì e sabato sono state abbastanza simili se non fosse che l’ultima sera ha aggiunto una fantastica Rain Dogs e una Chocolate Jesus con tanto di megafono. La compattezza della band è scandita anche dal sax di Vincent Henry (che si divideva gli assoli con la chitarra), il contrabbasso di Larry Taylor e le tastiere di Patrick Warren.
Poi ci sono stati i suoi immancabili discorsi assurdi. Sabato blaterava di un “Lost Buggage Center” dove puoi acquistare “all sort of shit” che non serve a nulla e che per questo desideri ancora di più… solo che poi a tua volta perdi la valigia piena delle cazzate che hai appena comprato e tutto ricomincia dal principio. Basta, la recensione si chiude qui perché sto perdendo colpi, sono in stato confusionale indotto da totale mancanza di sonno e mi sento ancora questo senso di vuoto, questa depressione post parto che non mi si scrolla di dosso. Vedere due volte Tom in prima fila nel giro di tre giorni è stato troppo, devo riprendermi. E devo pure caricare le foto sul sito presto, intanto eccone una qui sopra giusto per gradire (e vederlo per una volta senza cappello). Insomma, se c’eravate anche voi, vi prego di sbrodolarmi addosso i vostri pensieri, sensazioni e le conseguenti ripercussioni psicosomatiche, psicofisiche, psicotiche e psic’ho detto?
Luglio 15, 2008
Songs of the City…

Oggi tornando da un photoshoot a Old Street, mi sono fermata a salutare William Blake. Già che c’ero ho scattato pure qualche foto. Sono anni che ci passo e pensavo fosse un posto conosciuto ma poi parlando con altra gente mi sono resa conto che molti non sanno che ci sia un cimitero proprio lì, nel bel mezzo della City e men che meno che ci sia seppelito il grande Blake. Vabò, a parte Patty Smith che non si dimentica mai di farci una capatina ogni volta che si trova in città. Anche oggi, c’era un fiore fresco appoggiato davanti alla lapide, anzi, una piantina e ho pensato che ogni singola volta che mi trovo qui davanti c’è sempre un fiore o una pianta fresca: qualsiasi giorno dell’anno sia. E’ una di quelle cose che si danno per scontate, come il semaforo perennemente rosso davanti a Vauxhall Bridge, l’omino camuffato da vecchietta che vende il Big Issue a Aldwych o come le interminabili code umane assetate di foto sulle striscie pedonali di Abbey Road. Ma torniamo a Bunhill Fields, così si chiama questo cimitero. L’entrata su City road (o Bonhill row dall’altra parte) si trova a pochi metri dalla trafficatissima rotonda di Old Street, punto di ’snodo ferroviario’, sparitacque tra la City, il quartiere posh di Angel, quello alternativo modaiolo di Shoreditch e quello artistoide di Hacnkey. Un fottio di macchine, schermi giganti che trasmettono Bloomberg, donne incinte che urlano, uomini in cravatta rosa e camicia viola… e lui che se ne sta lì, irremovibile come il suo cancello verde, a un passo da tutto questo casino. Non è nientaltro che un piccolo giardino di lapidi attraversato da un solo sentiero. Nel tardo diciassettesimo secolo, fino a metà del diciannovesimo, ci venivano seppeliti i Nonconformists ora non è nientaltro che un parco gestito dalla City of London Corporation. Oltre Blake ci sono le tombe di Daniel De Foe, John Bunyanm, un paio di Cromwells e altri celebri uomini di fede. Poi si esce dal breve sentiero e si sbuca davanti a un pub (che strano). E magari, i city bankers che sbevazzano lì davanti le loro 15 pinte di birra quotidiana manco si rendono conto di avere di fronte quel piccolo angolo di pace lapidaria… per me rimarrà sempre uno dei migliori meditabondi rifugi londani.
photo©chiarameattelli
Luglio 12, 2008
Il più celebre sconosciuto della storia del rock
Ve lo ricordate Pete Best? Famoso per qualcosa che non ha mai fatto piuttosto che per il segno che ha lasciato? Pete Best è “quello che ha messo il beat in The Beatles”, come scrive nel suo sito web. Il problema è che l’ha messo per soli due anni, dal 1960 al 1962, poi ci ha pensato Ringo Starr a mettere tutti gli altri beat-bang e crash nella storia del pop rock. Così quando sono andata alla prima di The Rocker, il nuovo film di Peter Cattaneo (quello di Full Monty), non potevo credere ai miei occhi nel leggere il suo nome sui credits finali. Più che altro perché dall’inizo del film non avevo smesso di pensare a lui, Pete Best: the greatest sfigato of all times.
The Rocker è infatti la storia di un batterista, Fisher alias Fish, che viene cacciato dalla sua rock band, su richiesta del manager, alla vigilia del loro enorme e duraturo successo mondiale. Dopo avere abbandonato il sogno rock e aver lavorato come impiegato per venti anni, Fish (interpretato dall’attore comico americano Rainn Wilson) torna a suonare per prendersi una vendetta sul rock. Esattamente quel che è successo a Pete Best, cacciato su richiesta del manager dei Beatles (Brian Esptein) e che dopo avere lavorato per 20 anni come funzionario statale, torna sul palco con la sua Pete Best Band. Non la conoscete? Ve l’ho detto, Pete non è mica famoso per quello che ha fatto!
Dunque, il giochino è questo: indovinate in quale scena di The Rocker Pete Best appare con un breve cameo. In palio c’è una favolosa vacanza per due a Pieve Pajaccia.
Manco io l’avevo riconosciuto e ho dovuto insistere molto per farmi dire dal regista Peter Cattaneo in quale scena fosse. Mi ha inoltre sorpreso che Best abbia accettato la parte e che, a detta di Cattaneo e Rainn Wilson, sembri un “uomo molto tranquillo e in pace con sé stesso e il mondo”.
Il film uscirà nei cinema italiani il 5 settembre (potrete leggere l’intervista a Rainn Wilson sul Rolling Stone dello stesso mese).
Luglio 1, 2008
4 Gillespie in 4 Giorni
Lo ammetto, nonostante i Primal Scream facciano musica da più di un quarto di secolo, non mi ci ero mai addentrata con attenzione. Avevo gli immancabili Screamadelica e Vanishing Point nell’i-ipod ma non conoscevo che una piccola parte del loro sound e non sapevo cosa aspettarmi dal nuovo Beautiful Future (uscirà il 18 luglio). Poi quando mi sono messa ad ascoltare la loro discografia completa ho capito che poco sarebbe cambiato: anche conoscendo tutti gli album non sai mai cosa succederà col prossimo. Non sapevo nemmeno cosa aspettarmi da un’intervista con Bobby Gillespie. Allo showcase della scorsa settimana l’avevo visto cantare e muoversi sul palco con fare un po’ scazzato, ho pensato fosse uno di poche e scortesi parole. Ma il mio fallibilissimo intuito non mi ha tradita nemmeno stavolta, nel senso che ha fallito di nuovo e Bobby Gillespie è stato un gentilissimo chiacchierone con due fantastiche basette. Si è parlato un po’ di tutto: l’etichetta di drogati sfinitoni che il suo gruppo non riesce a scrollarsi di dosso, la mancanza di cultura che, a detta sua, sta rovinando la nuova generazione britannica; si è parlato di politica e pure della malattia dell’amore, che più ci fa male e più ne vogliamo. Il giorno dopo li ho rivisti suonare per la serata conclusiva del Meltdown Festival insieme agli MC5 (o ciò che rimane di loro); non penso sia stato uno show memorabile ma senzaltro divertente. Non sazia, il giorno successivo incontro per puro caso Gillespie a una mostra d’arte nella West End mentre come una deficente mi trovavo a canticchiare l’arpeggio di chitarra di Beautiful Summer (una delle preferite del nuovo album). Non so nemmeno perché fossi andata alla Whitecube Gallery, probabilmente per il titolo allettante della mostra: If Hitler Would Have Been a Hippy, How Happy Would We Be (fantastica, by the way). Dopo sbattere uno contro l’altro e qualche interminabile istante imbarazzo, Bobby sorride e mi porta sparato verso un pezzo esposto alla mostra e tutto entusiasta mi spiega cosa l’avesse colpito tanto. Ok, messaggio ricevuto, non oserò mai più ignorare la loro musica altrimenti sarò perseguitata! Il nuovo Beautiful Future è un bel pop-rock, poi dentro ci sono anche mille altre influenze ma non si tratta di un disco esclusivamente per stoner. Non sarà rock blues come il precedente Riot City Blues, che diciamolo, era un bel copiaticcio degli Stones e non avrà nemmeno i suoni elettronici o house di quello ancora precedente. Non posso dire altro perché ho firmato l’embargo e non vorrei mi venissero a prendere con l’elicottero non appena posto questo blog. Però che mi è piaciuto lo posso dire? Ciao Bobby, ci vediamo domani. (anzi domenica prossima visto che suoneranno ancora per il Festival di Hop Farm nel Kent e io sarò in prima fila in trepitante attesa dello zio Nello Giovane).
Giugno 17, 2008
Bob Dylan: la prima mostra coi suoi dipinti e sono pure belli!
“Non fidarti di chi non ascolta Bob Dylan” dice Ben Kingsley nel ruolo di schizzacervelli hippie sul nuovo film The Wackness (che tra l’altro vi consiglio di vedere). Una frase che condivido in pieno, fondamentalmente perché dentro questo corpo di trentenne tumefatta si nasconde lo spirito di una sessantenne cresciuta a colpi di Like a Rolling Stone e Subterreanean Homesick Blues che nelle giornate “ok” si commuove ancora ai versi di Roberto Zimmermanno. Devo però ammettere che sono entrata alla mostra delle sue illustrazioni con un certo scetticismo. Dopotutto, qualsiasi scarabocchio che includa la sua firma leggendaria è potenzialmente un pezzo d’arte o almeno rivendibile quanto tale. Quello che invece mi son trovata davanti sono stati 92 disegni ad acquarello davvero incantevoli. Mi hanno colpito i forti colori, i tagli imprevedibili, la scelta dei soggetti/oggetti, così normali e allo stesso tempo interpretati in modalità così atipiche. Non so se vi è mai capito di vedere Bob Dylan in volto da vicino: spesso ha una sorta di Mona Lisa smile, diventa impenetrabile, indecifrabile e in qualche modo questi dipinti ci permettono di intuire il suo strano punto di vista, i suoi occhi verso il mondo circostante. Cosa avrà trovato di tanto attraente in un comodino con sopra un posacenere? Non lo so ma il disegno è realizzato con quattro variazioni di colori (come molti altri) e ciascuno trasmette un sentimento diverso. Poi ci sono i ritratti, i paesaggi, i motel, i camion, squarci di una vita passata in tour e le immancabili ferrovie che popolano anche il 20% delle sue canzoni. Non vorrei ripetermi dunque se vi interessa sapere più della mostra questo è il link alla mia recensione su Panorama, dove potrete anche vedere altre immagini. Mentre mi guardo il librone con tutti i disegni del Bob Dylan pittore, ascolto Bob Dylan DJ: la sua trasmissione su radio XM (qui trasmessa in streaming da BBC 6 Radio) è davvero fantastica, fosse solo per il modo in cui pronuncia “Lou Reeeeeeeeeeeeed”.
Bragg Apartment, New York©2007 Bob Dylan
Giugno 6, 2008
Nessuno è innocente, figuriamoci Sid Vicious!
“Dopo il photoshoot, Sid ha preso la lattina di Fanta e me l’ha sputata tutta addosso!” commenta il fotografo Adrian Boot sotto questa immagine, esposta insieme a molte altre alla mostra fotografica Sid Vicious: No-one is Innocent. Potete vederla fino al 12 agosto alla Proud Gallery, agli “Horse Hospital” del mercatino di Camden Town e vi assicuro vale la pena solo visitare la galleria. Come spiega il nome, il posto non era nient’alto che una stalla; ora i scompartimenti che dividevano i cavalli sono stati tramutati in boots arredati rigorosamente punk. Così mentre state comodamente sbivaccati sui cuscini fucsia con tanto di mega spillona da balia annessa, potete sorseggiarvi un birra mentre ascoltate una band suonare dal vivo. Prima però guardatevi la mostra di Sid.
Qui trovate il link al mio articolo su Panorama riguardo alla mostra e la galleria fotografica
(Photo credit: Adrian Boot)
Maggio 21, 2008
Black Keys all’Astoria: blues-rock & sturatutto-rock
Sono in due, si chiamano Black Keys e suonano rock… blues-rock per essere precisi. Se ancora non sapete chi sono, il nuovo e quinto album Attack & Release si presenta come il momento perfetto per conoscerli. Sono cresciuti, hanno avuto qualche soldo da investire in un produttore (nientemeno che Mr. Danger Mouse), hanno esplorato nuove strumentazioni come organo, piano e sintetizzatori ma sono rimasti fedeli al loro primordiale e minimalista rock abrasivo. Ieri sera li ho visti e fotografati al teatro dell’Astoria ed è successo l’incredibile: mi si è stappato l’orecchio che per 10 giorni era rimasto sordo per via di una infezione malvagia. Poi però, dopo un assolo di chitarra di Dan Auerbach, mi è partito un effetto digital delay un po’ distorto tuttora accesso. Mi pesterei da sola nella speranza di spegnermi, se solo fossi più convinta di essere una pedaliera. Detto ciò, non mi metterò ora a fare un’accurata recensione dello show perché l’ho appena fatto per il Buscadero (uscirà sul numero di luglio) ma posso garantirvi che è stata una spremuta di rock fantastico.
Se siete dei romanticoni nostalgici del sound degli anni 70, se impazzite per la chitarra di Jimmy Page e la batteria di John Bonham, se avete sempre lo sguardo proteso verso il passato e un riff di chitarra bastardo dentro la testa, allora amerete i Black Keys alla follia. A vederli sul palco sembrano due tranquilli ragazzi di Akron - Culonia - Ohio, neanche 30 anni ma già la fede al dito, come ogni giovane americano che si rispetti e l’aspetto di chi se ne fotte di qualsiasi moda. Poi quando attaccano a suonare fanno talmente casino da rovesciarti i pensieri sottosopra. La voce di Dan sembra quella di un bluesman sessantenne che cammina ubriaco per Beale Street mentre con la chitarra segue la melodia della voce e allo stesso tempo tiene insieme tutte le fila del groove. Poi c’è la batteria di Patrick Carney che esplode all’improvviso ma sa anche quando abbassare i toni: l’intesa tra i due è pressoché perfetta. Ieri sera hanno suonato pochi pezzi dal nuovo album purtroppo, (speravo tanto in una verisone live di Psychotic Girl o Lies) però ci hanno regalato una bellissima cover di I’m Glad di Captain Beefheart, del tutto rivisitata. Insomma, uno di quei concerti che quando finisce ti guardi attorno ed esclami “fucking brilliant!” cercando l’approvazione di chi ti sta accanto (che però non ti ascolta: sta chinato per terra a cercare il cellulare perso durante il pezzo prima del bis) . Ma sapete che tra poco l’Astoria chiuderà del tutto?? Che amarezza.. una delle poche venue col pavimento che balla insieme al pubblico…
(Foto©Chiara Meattelli)
Maggio 13, 2008
AHAAHAHA! C’hai un Neilyoungi sulla spalla!!!

Ecco, è per notizie come queste che bisogna credere ancora nel genere umano. Jefferson County, Alabama. Il biologo americano Jason Bond ha scoperto una nuova specie di aracnide e lo ha chiamato Myrmekiaphila neilyoungi, per gli amici Neilyoungi, come il suo cantante preferito. Sembra infatti che esistano poche rigide regole secondo cui è possibile dare il nome a nuove specie animali, una volta rispettate, ci si può sbizzarrire con la fantasia. E io che chiamavo tutti i ragni Boris per via di Boris the Spider degli Who! Sarà meglio distinguere adesso… Magari un giorno, se sarete fortunati, troverete un Neilyoungi che muove le zampine a tempo con un Orectochilus orbisonorum, lo strano scarafaggio scoperto qualche mese fa e che aveva preso il nome da Roy Orbison. Sono la sola a trovare tutto ciò molto romantico!?!? (oltre al completo che Nello Giovane sfoggia sulla foto qui sopra)
(Foto©Chiara Meattelli)
