Novembre 18, 2009

Merry Bobmas!

Non so come sia per voi in Italia ma qui pare già natale dal momento che le settimane londinesi durano circa due giorni e mezzo e le strade della West End sono tutte illuminate a panettone. E mentre il mio vicino di casa stende i panni in giardino sotto una leggera pioggerella (wtf?) noto che l’aria è proprio cambiata ed ha assunto la tipica consistenza nebulosa-natalizia. Insomma, momento perfetto per postare  il video del primo singolo del Christmas in the Heart di Bob Dylan. Trovo che la parrucca gli stia bene, che ne dite? Ironiche le immagini ma nulla di ironico nel modo in cui interpreta queste vecchie canzoni di natale. Questa qui è in stile Pogues. Che altro aggiungere se non enjoy! Click here to watch

Novembre 17, 2009

Indovina-la-guitarra-quiz!

 a) Mac Gyver

 b) Beck

 c) Stephen Hawking

 d) Flaming Lips

 e) Devo

 f) Megan Gale

 

La

risposta

è

sul

rolling blog.

(Insonnia)

Novembre 13, 2009

Glitter & Doom: Tom is live!

TombyChiNon sono mai stata una grande amante dei dischi dal vivo, per me un live va vissuto nel senso puro della parola, di persona. Un live devo sentirmelo sputare addosso per far sì che mi tocchi l’anima, altrimenti lo apprezzo solamente. Poi ci sono quei live che ascolti dallo stereo di casa e puoi dire: “cazzo, c’ero anche io”, come per il nuovo di Tommasino Aspetta, Glitter & Doom. Ogni nota mi riporta dritta a quelle due serate dell’anno scorso, fatte di un’emozione incontrollabile, stratificata nei mesi ed esplosa all’ultimo come un cannolo siciliano detonato nel cielo limpido del luglio italiano. I miei pensieri li avevo già largamente srotolati nel resoconto post-parto, qui. Ero in prima fila sia il giovedì che sabato, le scalette erano quasi identiche. Ma mi ero persa Such a Scream, suonata il 18 sera, e grazie a questo meraviglioso cd me la sto gustando: impeccabile l’assolo del sax e gli stacchi della voce orconauta di Tom, sincopati con la batteria. Sempre dal teatro Arcimboldi, c’è una splendida versione di Dirt in the Ground con la chitarra che ruba la scena al clarinetto della versione originale (per bravo che sia il piccolo Sullivan Waits c’è una bella differenza  tra lui e Ralph Carney e non solo nelle basette). Poi ancora dalla tour europea: Singapore, Green Grass, The Part You Throw Away da Edinburgo, Lucinda medley con Ain’t Going Down da Birmingham, I’ll Shoot the Moon e Falling Down da Parigi. Il resto viene da Atlanta, Columbous, Jacksonville e Tulsa, le assurde città scelte da Tom per il tour statunitense: i fans si erano catapultati da ovunque, in città che avrebbero altrimenti ignorato per il resto della vita. Ci sono passata una volta a Tulsa (dove tra l’altro Tom ha girato Rumble Fish di Coppola) e vi assicuro che non c’è nulla di nulla se non il desiderio di uccidersi. Altro che “Oklahoma is weird!“, è stramba, come dice lui mentre ricorda le insensate leggi che valgono in uno stato o l’altro d’America. 17 Tracce, 16 canzoni e una storia delle sue, più un intero cd di sole tales lungo ben 36 minuti, con dentro anche “Picture in a Frame”. Perché l’esperienza live di Waits è fatta anche e soprattutto dalle storie che racconta: gli basta una leggerissima inflessione di voce, un abbassamento di tono improvviso per dare un twist emozionale ai suoi racconti. Anche se preferisco il terzo cd di Orphans, in cui dimostra di essere l’ultimo poeta della beatnik generation. 

Picture 5E non si capisce cosa inventi e cosa sia vero, quando dice, ad esempio, di avere acquistato su ebay, a una cifra esagerata, l’ultimo respiro di Tom Ford: “sapete era una prima edizione...”. Incuriosita ho scoperto tramite google che Tom Ford, nel 1931, aveva intrappolato in una bottiglia l’ultimo respiro del morente Thomas Edison, eppure sul last dying breath dello stesso Ford non ho trovato nulla. Poi ci sono le sue pessime freddure, come i nazisti che mangiavano la pastika (nella minestra, con piccole svastike al posto del semolino!) o il gioco di parole tra shellfish e selfish… Ma quando le dice con quella voce, non puoi resitstere a ridere persino alle peggio stronzate. Tra lui e Bob Dylan fanno a gara a chi trova le notizie più impensabili. Mesi fa, durante una puntata di Theme Time Radio Hour, (la trasmissione di Dylan) c’era Waits in collegamento con His Bobness: puntata indimenticabile. E chissà se è vero, come affermava Dylan, che ogni tanto Waits lascia sulla cassetta della bob-posta news atipiche per la sua trasmissione radio. Qual è l’essere vivente con il cervello più grande rispetto al corpo? La formica. E quello con il pene più grande, rispetto al corpo? Il barnacle (cirripede). Questa giuro, non l’avrei mai indovinata! Barnacle in inglese è anche un’espressione figurata per intendere i parassiti, le persone appiccicose. Poi altre curiosità sugli avvoltoi, su chi sia stata la prima persona a mettere il limone su un piatto di pesce e perché, ed etimologie di espressioni come gravedigger shift o deadringer… 

Anyway, il 24 novembre esce, compratevelo ma non in Italia: per qualche malsano motivo vedo che da voi il cd costa molto di più che qui in UK (se mi sbaglio correggetemi). Se non vi capita di fare una capatina a Londra, compratelo online su Amazon a £8.99 invece che €22,50. Intanto potete scaricarvi una preview sul nuovo sito di Tommasino, recentemente aggiornato con tanto di Twitter e foto stupende da scaricare gratuitamente (incluse quelle di Anton Corbijn). Tutto cura della Anti, ovviamente, anche se sarebbe divertente scoprire in tempo reale le twitterate di Tom: si potrebbe scoprire perché i ratti non mangiano mai per fame ma solo per affilare i propri denti. Utile non credete?!

Novembre 10, 2009

Led Crooked Superband!

Giorni incasinatissimi, giusto il tempo per postare questo appetizer della vostra nuova band preferita: Them Crooked Vultures. Se ancora non sapete chi sono, è perché non sapete di saperlo: John Paul Jones dei Led Zeppelin, Josh Homme dei Queen of Stone Age, David Grohl dei Nirvana, (tenderei a ignorare l’esistenza dei Foo Fighters). La leggenda è già “nell’aree” da un pezzo. Chi li ha visti aprire per le Scimmiette artiche alla Brixton Academy ad agosto, giura e spergiura che sono da brivido e molto, molto “loud”. L’album uscirà la settimana prossima, non ho ancora avuto modo di ascoltarlo, ma lo farò presto assai (ora, oltre ai “cd-compiti” da studiare pre-interviste, sono rapita dal nuovo live di Tom Waits e il nuovo meraviglioso album dei Flaming Lips). Salvo poche eccezioni, spesso i supergruppi non sono granché interessanti ma Them Crooked Volture non vogliono essere solo un progetto, piuttosto una vera e propria band e sono certa che faranno parlare della loro musica, oltre che dei loro cognomi. Gustatevi questo singolo, anche se andrebbe rigorosamente ascoltato a tutto volume sullo stereo, Nobody Loves me & Neither Do I. Dedicato a tutti i fottuti rockers! 

QUESTO E’ IL LINK PER ASCOLTARE L’ALBUM, LE CANZONI SI CARICHERANNO AUTOMATICAMENTE UNA ALLA VOLTA. RACCOMANDO DI METTERE LE CUFFIE A UN VOLUME IMPROPONIBILE. ENJOY!

Novembre 5, 2009

Portrait of a young Lennon

nowhereboyE’ chiaro che come giornalista non farò molta strada: sono troppo ignorante in materia di gossip. Di reality tv ne so anche meno di nulla, le poche volte che accendo la tv (che quando avrò un figlio volerà dritta dalla, seppur bassa, finestra) è solo per guardare South Park o Family Guy o documentari BBC. Ho visto la prima puntata di X Factor della mia vita solo domenica scorsa, con la mia cara amica, nonché coinquilina, che cercava di indottrinarmi ma si è trovata davanti una che non sapeva nemmeno chi fosse la tipa delle Girls Aloud. Figuriamoci, dunque, se potevo sapere che Sam Taylor Wood, 42 anni e regista del film Nowhere Man sul giovane Lennon, si stesse per sposare con l’altrettanto giovane attore, e protagonista, Aaron Johnson, 19 anni. E così, quando ho scritto riguardo il film sul Secolo XIX (in chiusura del London Film Festival questo è il link per leggere il pezzo) non ho manco menzionato la gossippata del toy -boy. Un po’ ne sono felice e un po’ mi sento inadeguata per questo lavoro. 

Il film, però, mi è piaciuto molto. Essendo una lennonologa sapevo bene quei fatti ma vederli mi ha quasi commossa. Parlando con altri giornalisti dopo lo screening, che invece non sapevano nulla del dramma familiare vissuto da John, ho visto che per loro il film è stato illuminante. Non parla dei Beatles, non c’è nemmeno una canzone dei fab four, oh well, fatta eccezione per “Hello Little Girl”, la prima firmata Lennon-McCarteny, del 1957. Tutto è incentrato sulla vicenda personale: Lennon e le due mamme, Mimi e Julia.

Quanto alla scelta di Aaron Johnson per la parte del Lennon teenager, all’inizio non l’avevo capita: quegli occhi azzuri e corporatura muscolosa mi sembravano del tutto fuori luogo. Poi Johnson-John mi ha portato lentamente dentro la parte, con il suo carisma e i modi di fare. Ora ripensandoci è stata una scelta apprezzabile e forse mi avrebbe più indispettito un irritante look-a-like che non sapeva nemmeno recitare. Anche Paul McCartney assomiglia all’originale almeno quanto io assomiglio a Gigi Marzullo (lo so, ho seri problemi di autostima) ma il profilo del personaggio è stato poco approfondito per superare le iniziali differenze estetiche. Ora sappiamo per quale motivo la regista abbia scelto l’attore e, se fossi una brava giornalista, avrei dovuto sapere pure che il suo ex marito, l’art dealer Jay Jopling (siamo nel mondo arty farty degli Young British Artists) dopo la separazione, ha avuto anche lui una toy-relazione con Lily Allen, 23 anni più giovane di lui. Avrei dovuto saperlo prima che me lo facesse presente un amico e collega giorni fa… Che posso farci? I’ll never get into gossip! 

Novembre 2, 2009

Halloween quiz

DW_churchQuale band ho visto dentro la chiesa di Shoreditch la notte di Halloween mentre saltavo come una pazza sulle panche trangugiando litri di birra? 

Senza dubbio la gig più surreale di tutta la mia vita, indimenticabile. Per vedere la risposta e una foto allucinante con l’illusione ottica di “Mr X” crocefisso, clickare qui sul mio Rolling Blog.

Ottobre 31, 2009

Open up your wallet

Non ha aspettato nemmeno un mese dall’uscita dell’album che ha già sciolto una canzone sublime in gelato avariato. Grazie Richard Hawley: ora non riuscirò più ad ascoltare questo brano senza pensare alla squallida e super stucchevole pubblicità dell’Häagen-Dazs. Ad aprirsi non sarà più your door ma solo una vachetta di plastica. Sono così delusa che non mi va nemmeno il gelato che ho in frigo. Aveva ragione Eels quando diceva che ormai non gliene importa più nulla a nessuno; oltre lui e Tom Waits non riesco a pensare ad altri che abbiano rifiutato un’allettante proposta pubblicitaria. Ognuno è libero di fare quel che vuole ma c’è una distanza di sicurezza tra creatore e opera creata e tra pubblico e opera, che andrebbe rispettata, per essere rispettati. Chiaro no? Essendo le prime ore di un mattino gonzo, mi sembra non faccia una piega. 

Che bisogno c’era di fare questa porcata? E perché i supermercati europei non vendono mai il gelato al pistacchio? E perché non esportano dall’altra parte dell’oceano l’Häagen-Dazs al Green Tea? 

Queste ed altre considerazioni mi vengono in mente. E la paura. Paura che sia davvero tutto finto: siamo in un mondo di marzapane scolpito da un pasticcere bastardo che si diverte a modificare la forma di ogni cosa da un giorno all’altro, senza preavviso. L’industria discografica è messa male, gli artisti devono mangiare, Richard Hawley si è messo in tasca un bel po’ di soldi e avrà la tranquillità per scrivere un altro album. O si contorcerà dai dolori di stomaco la notte? Sognerà delle grosse vaschette di gelato che lo inseguono mentre le sue mani nocciolate vengono sbranate da un enorme mostro caramellato e col diabete? Esistono ancora dei paletti di cemento armato o sono davvero tutte inutili stronzate e farei lo stesso anch’io? 

Ottobre 25, 2009

The Imaginarium of Doctor Gilliam

Non penso esistano mezze misure per Gilliam: o lo si ama o si odia. Appena uscita dal cinema per The Imaginarium of Doctor Parnassuss non riuscivo a capire se avevo appena visto uno dei miei film preferiti di sempre o una bufala salvata da un grande cast ed effetti speciali. Nei 7 minuti di passeggiata dal Ritzy Cinema a casa ho sputato il verdetto: thumbs up, ero pronta a rivederlo subito e magari prestare più attenzione ad alcuni particolari. Di certo mi ha tenuta incollata allo schermo come fossi una bambina di 11 anni: a volte a bocca aperta e incantata, altre a ragionare su cosa volesse dire dietro le righe e i simbolismi. Altre ancora ho avvertito l’effetto “pentolone incasinato”, alcune scene poco convincenti e dialoghi che avrebbero avuto bisogno di qualche ciak in più.

Ma c’è qualcosa di terribilmente unico nella più sfrenata fantasia dell’ex Python. C’è umiltà nel coraggio e nell’energia con cui manda avanti progetti impossibili. Ci sono due palle tante, rarissime di questi tempi. E c’è stata anche una buona dose di sfiga: la morte di Heath Ledger, oltre ad aver portato negli ultimi due anni una notoria e amara pubblicità al film, lo ha anche irreparabilmente modificato. In meglio, in peggio? In qualcosa di molto diverso da quello che sarebbe dovuto essere anche se Gilliam è uscito da questo tragico imprevisto a testa alta. Il modo in cui sosituisce Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell (ahimé, quest’ultimo non posso soffrire di vederlo) ha un senso logico e non appare come una forzatura. Ma Ledger era altra cosa, forse solo Depp regge il paragone, anche se il suo viso manca di quell’innocenza fondamentale per rivelare la natura contraddittoria del suo personaggio. Il film l’ho letto tutto come un’allegoria: dal nome di Ledger, Tony Liar (una sorta di B-lair anagrammato) a uno scontro tra mondo reale e surreale finalizzato a condannare il capitalismo e l’ipocrisia della classe politica. Terry Gilliam è uno che in materia ha le  idee chiare, al punto di aver rifiutato la cittadinanza americana qualche anno fa. 

La storia è quella di un teatro itinerante che attraverso uno specchio offre la possibilità di addentrarsi in uno mondo dove l’immaginazione di Parnassus incontra quella di chi lo attraversa. Ma è un po’ più complciato di così, visto che c’è di mezzo un patto col diavolo… Grandiosa l’interpretazione di Parnassuss-Christopher Plumber e quella di Tom Waits – Mr Nick – il diavolo. A proposito, avevo letto l’unica intervista rilasciata in Italia, alla Repubblica, in cui si diceva che nel film la voce di Waits era “quasi irriconoscibile”, ovvero svincolata dal suo alter ego di musicista, tanto che ero proprio curiosa di sentire. Maddeche? E’ proprio Tom al 100%,dal primo istante quando il suo volto nemmeno appare sullo schermo e si sente solo una frase sussurrata; penso che Gillian l’abbia scelto proprio perché sapeva essatamente cosa avrebbe aottenuto. Lily Cole non è male ma un po’ asettica: oltre ad essere una strafiga e la modella più desiderata del West britannico, ha pure il gran culo di ballare un tango con Mr Waits. 

Tom non può che fare ruoli diabolici, dalla divertente commedia noir “Wristcutters” a “Dracula”. Una spia russa (un mio amico glamour produttore americano) mi ha detto che anni fa, a un party di Holloween a casa di Nicholas Cage, Tom Waits si presentava vestito da diavolo – stile video I don’t Wanna grow up – tutto rosso, face painting incluso. Eppure con la bombetta alla “Glitter & Doom” che ha nel film, sembra ancora più demoniaco. 

PS Mica vorrete vederlo doppiato vero? Tom Waits con la voce di un Ciccio Bistecca qualunque? E Heath Ledger? Sapete quanto tempo ha passato con un insegnante di dialetto (il cui nome compare anche nei credits a fine film) per imparare il cockney

Ottobre 22, 2009

Scimmiette artiche fatte in casa

E con questo mi ha conquistata completamente. Divento scema per le produzioni lo-fi come questa e, come se non bastasse, al sapore super-vintage dei 70ies: cos’altro vuoi dalla vita?! Mi sono trattenuta dal parlare del nuovo album degli Arctic Monkeys, Hambug, per molto tempo; un po’ perché non me li sono mai cagati molto, un po’ perché ne hanno parlato tutti e perché temevo che nel tempo mi avrebbe stufata. Invece, ascoltandolo senza abusarne, continua a piacermi, parecchio. Mi piace il fatto che non contenga singoloni ruffiani, mi piace quando le canzoni non seguono la canonica struttura verso-ritornello-bridge, mi piacciono le frasi assurde ma soprattuto come le dice Alex Turner. E come mi porta a spasso per Sheffiled tra rusty hooks (pronunciati oks) e rainy afternoons fatti di “gelati infastiditi”. Nonché il dilemma di sempre: What came first: the chickens or the dickheads? I dickheads, ovviamente. Turner è cresciuto, sta diventando un omètto e per dimostrarlo parla pure del suo baldanzoso… propeller. In Cornerstone ci sento tanto Morrissey, soprattutto nel modo in cui l’interpreta. Credo che il ragazzuolo in futuro ci regalerà belle cose, aspettiamo che cresca ancora e prenda una direzione più definita. Quanto a Hambug, non sarà l’album capolavoro dell’anno ma va giù che è una meraviglia. 

Ottobre 22, 2009

Jack White: Britney Spears come Tom Waits?

trinityJack White viene insignito di un riconoscimento al Trinity College’s University Philosophical Society di Dublino, ovvero la stessa “scuola” dove si scambiavano le figu James Joyce e Samuel Beckett. Jack ha pertanto dato una lecture sulla musica, le sue principali influenze e l’autenticità degli artisti che ammira. Viene fuori con questa frase:  I don’t know if Bob Dylan and Tom Waits are as authentic as I think they are. Perhaps they’re not. Sometimes you start thinking that maybe Britney Spears or someone like that who’s doing exactly what they want to do in the way that they best know how, is more authentic than any of those people you could mention.”

Che in veneziano vuol dire: “Non so se Bob Dylan e Tom Waits siano autentici come credo che siano. Forse non lo sono. A volte cominci a pensare che, forse, Britney Spears o artisti del genere che fanno esattamente quel che vogliono, nel modo migliore che conoscono, sono più autentici di tutti gli altri che ti vengono in mente”.  

Parliamone, Jack. Apprezzo il modo in cui metti in discussione tutto, il fatto che non parti da dogmi e idoli intoccabili ma la tua affermazione mi sembra una provocazione ad effetto. Quoque tu, che prima di essere un grande autore, sei un grande interprete dei musicisti che ti hanno influenzato. Tu, che in quanto a immagine e al sapersi vendere non sbagli mai un colpo. Sono d’accordo che ci sono fin troppi finti rocker in giro e che un pop onesto possa sembrare ancora più autentico di grandi pantomime, ma viene ora da chiedersi, cosa sia davvero autenticità. Perché Britney Spears l’ho vista in concerto lo scorso giugno (il mio lavoro non è sempre da invidiare) e non ha cantato manco una parola che non fosse in lip-sync e il suo concerto è stato un vero e proprio circo di acrobati che aveva poco o nulla a che fare con la musica, fatta eccezione per lo stereo con i successi in play. 

Autenticità è allora coerenza? E’ un atto di pura indulgenza o deve tenere conto di cosa vorrebbero da te i fans? Tom Waits può piacere o meno ma non si può negare che sia sempre stato un mostro di coerenza, sempre fedele a se stesso. Sono forse le sue parole poco autentiche? Quanto possono esserlo quelle di Kerouac o Burroughs. E Jack White? Mi viene voglia di chiedergli “Alison Mosshart che ti pseudo-limoni sul palco, è autentica? Le sue mosse esagerate da maledetta rockettara, sono autentiche? Ha voce quando canta dal vivo? E perché non chiedi a me di prendere il suo posto nei Dead Weather?” Ok, lasciamo perdere la cazzata finale, però ci siamo capiti. Dalla perfetta dicotomia visivo-sonora scolpita coi White Stripes, ai Dead Weather con le chitarre Gretsch in tinta, passando attraverso i Raconteurs, caro Jack, quanto sei autentico tu?

Forse era proprio questo il punto (nero) a cui volevi arrivare. Però non mettermi più il nome della Spears vicino a quello di Town Waits o Bob Dylan che mi fai venire i conati di vomito, la mattina. E voi, che ne pensate?