Villagers, live @VU

Photography © Chiara Meattelli 2013

Galleria fotografica dei Villagers al Village Underground di Shoreditch. Detta così, sembra quasi uno scioglilingua. Invece, è solo un reminder per  {Awayland}, uno dei migliori album usciti quest’anno… Finora.

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Nick Cave & the Bad Seeds… London showcase

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Un bel giorno Dio creò Nick Cave e disse: “Ecco, tu sei l’ultimo. Usa bene i tuoi poteri perché non ho più voglia di fare cantautori di questa caratura. Tra l’altro, ho pure finito le superpile della creatività illimitata”. Così leggono le sacre scritture. Per questo, dopo trenta anni di carriera, due album con i Birthday Party, quindici con i Bad Seeds e un altro paio con i Grinderman, noi siamo ancora qui, ad aspettare ogni suo lavoro con un’eccitazione che non viene delusa. Push The Sky  Away ci ha colti di sorpresa (la copertina con la ragazza nuda, un po’ meno). Sono nove canzoni che si muovono a ritmi lenti, sinuosi, lontane dalle esplosioni di rock brutale dei Grinderman ma ugualmente maestose. “Mentre ci lavoravamo, ci siamo accorti che stava diventando un album molto bello e melodico” dichiara Cave nel breve documentario che precede lo showcase di stasera al Her Majesty’s theatre. Solo 1.200 i presenti e seduti alle mie spalle ci sono tre quinti della rock band londinese Jim Jones Revue, che per la cronaca, sono prodotti dal batterista dei Bad Seeds, Jim Sclavunus.

Questa intima venue in genere non è utilizzata per concerti rock, piuttosto è casa del musical Il Fantasma dell’Opera. Appunto. Con la sua estetica gotica e imponente, sembra il luogo perfetto per inscenare le murder ballads di Cave. Sul palco sono una decina, compresa una sezione d’archi e un coro di bambini. Nick Cave è l’ultimo a salire, sulle note della splendida We No Who U R: lentamente si schiude davanti ai nostri occhi un mondo in cui gli alberi se ne infischiano di cosa cantano gli uccellini e dove “non c’è bisogno di perdonare”. “Eseguiremo il nuovo album nella sua interezza, seguendo l’ordine delle canzoni; sapete, ha una certa narrativa…” dice il frontman dopo avere salutato il pubblico. La scelta è coraggiosa. Ma sembra chiaro che qui dentro apparteniamo tutti alla vecchia scuola e l’ordine delle canzoni è d’importanza vitale per chi passa il tempo ad ammirare le copertine dei vinili, sotto il fruscio del giradischi. Resta di fatto che Push The Sky Away non è immediato, al contrario cresce con ogni ascolto, rivelando suoni e sentimenti diversi di volta in volta. Ma la band è impeccabile, coinvolge il pubblico senza mai perdere la sua attenzione. Warren Ellis, che sia al violino, flauto, chitarra o organo, resta l’ingrediente essenziale. Sembra quasi sia lui stesso il generatore d’elettricità mentre gioca col trenino di effetti apparecchiato ai piedi. Water’s Edge è un torbido racconto di violenza sessuale, ricco di metafore in perfetto stile Cave (le gambe “si aprono come bibbie” mentre “invecchi e diventi freddo”). You grow old, you grow cold. Le parole sono enfatizzate allo sfinimento: è un profeta depravato con una voce in grado di farti trasalire (persino quando dice una banalità, parola della sottoscritta che l’ha intervistato).

In Jubilee Street entriamo dentro un bordello passando attraverso il corridoio di una chiesa, fino a scontrarci con un climax apocalittico, scandito dal beat incessante di Sclavunus. Cave si muove a scatti trascinando il suo carisma: danza in modo bizzarro mentre punta il dito minaccioso sulle prime file. Mermaids è da brivido. E bisogna essere dei geni del male per servirsi di un coro di bambini in una canzone con un incipit del genere: “She was a catch, we were a match, I was the match who would fire up her snatch” (lei era una bella presa, eravamo una bella coppia, ero il fiammifero che infuocava la sua, ehm…). Non sono in molti a poter recitare un testo del genere senza apparire ridicoli. A volte riesce ad essere così grottesco che quando lo guardo non posso fare a meno di pensare all’ormai celebre fumetto a lui ispirato, ovvero Doctor Cave di Krent Able, un genio dell’assurdo (se non lo conoscete ancora, ve lo consiglio caldamente).

Higgs Boson Blues ha un titolo “fastidiosamente lungo” puntualizza l’autore, prima di portarci in un viaggio surreale durante cui incontreremo il demonio e Robert Johnson, guideremo fino a un torrido hotel di Memphis e guarderemo Hanna Montana –  il pubblico sogghigna – piangere con i delfini. “Questo era l’album, credo sia pretty fucking cool, ascoltatelo un paio di volte” suggerisce dopo il perfetto epilogo della titletrack. Ma lo show non è finito, Warren Ellis si posiziona davanti alla piccola orchestra di violinisti e diventa un conduttore posseduto dal demonio per la macabra From Her To Eternity. (Noto con piacere che i bambini sono ancora sul palco che battono il tempo con i piedi: che darei per sapere cosa sogneranno stanotte). Per la gioia dei fans seguono i classici Jack the Ripper e The Ship Song. Sono circa due ore che Cave saltella avvicinandosi a bordo palco, è chiaro che vorrebbe raggiungere il pubblico per poter scagliare da più vicino le sue parole. Alla fine confessa: “Non posso oltrepassare la linea, c’è questo maledetto avviso che dice di non camminare sulla griglia. Mi pare un po’ presto nel tour per spaccarsi una gamba!”.

Stagger Lee è nella sua versione estesa, quella in cui il diavolo viene ammazzato con quattro colpi di pistola nella “fottuta testa”: lui dimentica le parole sul più bello ma si riprende con gran classe, rendendo la performance ancora più viva. L’unica pecca sono stati proprio quei fogli con i testi che cadevano dal leggio e svolazzavano da una parte all’altra del palco. Doctor Cave, paroliere senza fondo, corvaccio dalle gambe lunghe e secche e la capigliatura da fumetto, davvero non ricordi i tuoi versi? Proprio tu? Ma lamentarsi di un concerto stellare, sarebbe un crimine.

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Dig, Brixtown, Dig!

Non scrivo in questo blog da un’eternità eppure noto con piacere che riceve visite tutti i giorni. Dal momento che non so bene quale sarà la nuova casa del mio blog, vorrei riesumare il Brixtown. Almeno per un post, poi si vedrà. 

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Travelling Shoes

Urca! Da quant’è che non scrivo in questo blog? E quanto ancora potrà durare in vista del mio imminente trasloco a ridosso di Portobello road? Mica posso chiamarlo the portobelloroadmassacre. Anzi, mi sa che di questi tempi la parola massacre non va proprio di moda. Che dite, me ne volete a male se lo chiudo? Vedo che i vecchi articoli sono regolarmente letti, forse lo lascio in rete?

Oggi sto scrivendo una storia gonza sulla settimana passata in tour per l’Europa con Jonathan Wilson, in supporto a Tom Petty. E’ sempre stato il mio sogno essere tour photographer. E scrivere un reportage di accompagnamento è davvero stuzzicoso. Ma prima di immergermi di nuovo nel mio masterpiece (!) vorrei segnalarvi un album che mi sta facendo letteralmente impazzire: The Sparrow del neozelandese Lawrence Arabia, alias James Milne. La canzone qui sopra è divertente ma non è certo la migliore, piuttosto è l’unica che ho trovato su youtube. E’ affascinante il modo in cui racconta le sue storie con un humour nero, tagliente, irresistibile. Da vero songwriter d’altri tempi. Il mondo lo conosce per la sua Apple Pie Bed, coverizzata dai più disparati musicisti eppure lui non ha mica smesso di comporre canzoni pop impeccabili. Ma The Sparrow è  ricco anche di momenti tutt’altro che leggeri. In due parole, lo definirei un album perfetto. Agreed?

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Solo Jack… London show photo gallery

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Blunderbuss, l’album solista di Jack White, è salito dritto al numero uno delle classifiche inglesi e americane. Sta scalando anche quelle di altri paesi (non so in Italia perché mi dicono che lì i dischi li compra più nessuno grazie ai prezzi esorbitanti). Blunderbuss è un vero un gioiello: dentro troverete un Jack più avventuroso che mai. Il sound è spaziale, le melodie intriganti, i versi cinici e accattivanti… Cos’altro serve? Chiaro, un giradischi. Al forum di Kentish Town ha esordito con la sua band di sole donne, qui sopra la galleria fotografica mentre la recensione l’ho scritta per il sito di Rolling Stone. E a voi è piaciuto?

Photography ©Chiara Meattelli all rights reserved

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My Deaf Valentine…

Se ancora non si fosse capito: non riesco più a tenere aggiornato questo blog! E mi spiace perché era un bel punto di ritrovo ma la vita reale sta prendendo il sopravvento su quella virtuale e ciò non può che essere un buon segno. Intanto posto questo bel video diretto da Paul McCartney del singolo My Valentine. Lo trovo alquanto originale ed inquietante (basti vedere il volto allucinato di Johnny Depp). Un’altra versione dello stesso video ha per protagonista l’attrice Natalie Portman già presente in un altro video di Macca, Dance Tonight. Chissà perché non gliene bastava uno? Bizzarro Paul e fonte inesauribile d’idee… Ne approfitto pure per segnalare che oggi su Grazia esce la mia intervista a James McCartney, figlio di cotanto padre…

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aprile 17, 2012 · 11:07 am

Jonathan Wilson, live!

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Photography © Chiara Meattelli, all rights reserved.

Ecco la galleria fotografica del concerto di Jonathan Wilson e la sua band alla Scala di Londra. Colgo l’occasione per includere anche un estratto dalla recensione che ho scritto per il Buscadero di Marzo… 

Produttore, session man e polistrumentista, ma stasera Jonathan Wilson vuole solo essere leader della sua band. Il suo nome è ormai indissolubilmente legato a quello di Laurel Canyon, dove fino allo scorso anno viveva e dove ha registrato Gentle Spirit, il doppio vinile con cui ha debuttato su Bella Union. Non è solo il sound a rifarsi alle atmosfere del Canyon degli anni sessanta e settanta ma è la stessa attitudine di Jonathan ad essere, genuinamente, fuori dal tempo. Insomma, se come la sottoscritta siete amanti, del sound della California di Jerry Garcia, di Crosby Stills and Nash e del rock psichedelico anni ’70, un concerto del genere potrebbe spedirvi nell’iperspazio.

Lo spettacolo parte subito pestando sull’acceleratore con Can We Really Party Today?, l’attacco è più dinamico rispetto a quello acustico dell’album mentre i versi di Jonathan ci portano a spasso per le vallate del North Carolina (suo luogo d’origine) prima di immergerci nell’immaginario hippie di Rolling Universe. In Gentle Spirit, il brano che dà titolo all’album, la batteria di Richard Grower affonda e rallenta creando pura magia insieme al basso di Jake Blanton. La chitarra di Omar Velasco scolpisce insieme a quella di Wilson le armonie di Desert Raven, il polveroso tormentone che con i suoi versi poetici ed atmosfere evocative, è la perla più immediata dell’album. Mentre la ballata acustica di White Turquoise, tratta dal primo LP Frankie Ray sembra scritta da Gram Parsons. Prima di attaccare Canyon in the Rain dal palco bruciano un pezzo di Palo Santo: il legno-incenso naturale del Sud America che sembra essere un must per ogni hippie californiano che si rispetti. Lo respiriamo per sintonizzarci meglio in un viaggio onirico sospeso dalla realtà con ogni nota: non sentiamo il rumore della pioggia di Laurel Canyon come nella versione in studio, ma se chiudiamo gli occhi possiamo vederla precipitare. I fan dei Pink Floyd non potranno fare a meno di notare la somiglianza del brano con Pillow of Winds e con le atmosfere alla Meddle. In alcuni momenti dello show, la band esplode, svisa e riparte con stacchi che hanno riferimenti così limpidi da sembrare quasi un omaggio ai Floyd o ai Grateful Dead. Wilson aggiunge molto di suo: sa essere virtuoso alla chitarra ma è soprattutto misurato, sempre al servizio della canzone.

L’intesa tra la sua Fender e l’Hammond (e mellotron) di Jason Berger è spettacolare. Berger è anche uno di quegli strani esseri umani dotati d’orecchio perfetto, o perfect pitch come lo chiamano qui: se gli spari un urlo in faccia, lui sa dirti esattamente quale nota hai colpito. Ed è proprio la brillantezza dei cinque musicisti sul palco unita ad un sound travolgente ad incantare il pubblico londinese. L’highlight arriva verso la chiusura con la suite di Natural Rhapsody: “Quel pezzo è nato mentre ero seduto alla batteria – mi spiegava Wilson prima dello show – poi ho aggiunto ciascuno strumento come in una free jamming solitaria”. Nel lungo intermezzo strumentale della rapsodia, tra un assolo di chitarra e uno d’organo, restiamo inebetiti da un suono mesmerizzante. Nessun bis, l’ora del coprifuoco è già arrivata a suon d’improvvisazioni. Jonathan Wilson e i suoi “Machos” – si diverte a chiamare così i compagni -  ci salutano con Valley of The Silver Moon e la promessa che torneranno presto a Londra (arriveranno anche in Italia, o così assicurano). La gente si dilegua dalla sala con in testa, a martello, quell’ultimo riff di chitarra, impossibile da sopprimere per tutta la via del ritorno…

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