Novembre 5, 2009

Portrait of a young Lennon

nowhereboyE’ chiaro che come giornalista non farò molta strada: sono troppo ignorante in materia di gossip. Di reality tv ne so anche meno di nulla, le poche volte che accendo la tv (che quando avrò un figlio volerà dritta dalla, seppur bassa, finestra) è solo per guardare South Park o Family Guy o documentari BBC. Ho visto la prima puntata di X Factor della mia vita solo domenica scorsa, con la mia cara amica, nonché coinquilina, che cercava di indottrinarmi ma si è trovata davanti una che non sapeva nemmeno chi fosse la tipa delle Girls Aloud. Figuriamoci, dunque, se potevo sapere che Sam Taylor Wood, 42 anni e regista del film Nowhere Man sul giovane Lennon, si stesse per sposare con l’altrettanto giovane attore, e protagonista, Aaron Johnson, 19 anni. E così, quando ho scritto riguardo il film sul Secolo XIX (in chiusura del London Film Festival questo è il link per leggere il pezzo) non ho manco menzionato la gossippata del toy -boy. Un po’ ne sono felice e un po’ mi sento inadeguata per questo lavoro. 

Il film, però, mi è piaciuto molto. Essendo una lennonologa sapevo bene quei fatti ma vederli mi ha quasi commossa. Parlando con altri giornalisti dopo lo screening, che invece non sapevano nulla del dramma familiare vissuto da John, ho visto che per loro il film è stato illuminante. Non parla dei Beatles, non c’è nemmeno una canzone dei fab four, oh well, fatta eccezione per “Hello Little Girl”, la prima firmata Lennon-McCarteny, del 1957. Tutto è incentrato sulla vicenda personale: Lennon e le due mamme, Mimi e Julia.

Quanto alla scelta di Aaron Johnson per la parte del Lennon teenager, all’inizio non l’avevo capita: quegli occhi azzuri e corporatura muscolosa mi sembravano del tutto fuori luogo. Poi Johnson-John mi ha portato lentamente dentro la parte, con il suo carisma e i modi di fare. Ora ripensandoci è stata una scelta apprezzabile e forse mi avrebbe più indispettito un irritante look-a-like che non sapeva nemmeno recitare. Anche Paul McCartney assomiglia all’originale almeno quanto io assomiglio a Gigi Marzullo (lo so, ho seri problemi di autostima) ma il profilo del personaggio è stato poco approfondito per superare le iniziali differenze estetiche. Ora sappiamo per quale motivo la regista abbia scelto l’attore e, se fossi una brava giornalista, avrei dovuto sapere pure che il suo ex marito, l’art dealer Jay Jopling (siamo nel mondo arty farty degli Young British Artists) dopo la separazione, ha avuto anche lui una toy-relazione con Lily Allen, 23 anni più giovane di lui. Avrei dovuto saperlo prima che me lo facesse presente un amico e collega giorni fa… Che posso farci? I’ll never get into gossip! 

Novembre 2, 2009

Halloween quiz

DW_churchQuale band ho visto dentro la chiesa di Shoreditch la notte di Halloween mentre saltavo come una pazza sulle panche trangugiando litri di birra? 

Senza dubbio la gig più surreale di tutta la mia vita, indimenticabile. Per vedere la risposta e una foto allucinante con l’illusione ottica di “Mr X” crocefisso, clickare qui sul mio Rolling Blog.

Ottobre 31, 2009

Open up your wallet

Non ha aspettato nemmeno un mese dall’uscita dell’album che ha già sciolto una canzone sublime in gelato avariato. Grazie Richard Hawley: ora non riuscirò più ad ascoltare questo brano senza pensare alla squallida e super stucchevole pubblicità dell’Häagen-Dazs. Ad aprirsi non sarà più your door ma solo una vachetta di plastica. Sono così delusa che non mi va nemmeno il gelato che ho in frigo. Aveva ragione Eels quando diceva che ormai non gliene importa più nulla a nessuno; oltre lui e Tom Waits non riesco a pensare ad altri che abbiano rifiutato un’allettante proposta pubblicitaria. Ognuno è libero di fare quel che vuole ma c’è una distanza di sicurezza tra creatore e opera creata e tra pubblico e opera, che andrebbe rispettata, per essere rispettati. Chiaro no? Essendo le prime ore di un mattino gonzo, mi sembra non faccia una piega. 

Che bisogno c’era di fare questa porcata? E perché i supermercati europei non vendono mai il gelato al pistacchio? E perché non esportano dall’altra parte dell’oceano l’Häagen-Dazs al Green Tea? 

Queste ed altre considerazioni mi vengono in mente. E la paura. Paura che sia davvero tutto finto: siamo in un mondo di marzapane scolpito da un pasticcere bastardo che si diverte a modificare la forma di ogni cosa da un giorno all’altro, senza preavviso. L’industria discografica è messa male, gli artisti devono mangiare, Richard Hawley si è messo in tasca un bel po’ di soldi e avrà la tranquillità per scrivere un altro album. O si contorcerà dai dolori di stomaco la notte? Sognerà delle grosse vaschette di gelato che lo inseguono mentre le sue mani nocciolate vengono sbranate da un enorme mostro caramellato e col diabete? Esistono ancora dei paletti di cemento armato o sono davvero tutte inutili stronzate e farei lo stesso anch’io? 

Ottobre 25, 2009

The Imaginarium of Doctor Gilliam

Non penso esistano mezze misure per Gilliam: o lo si ama o si odia. Appena uscita dal cinema per The Imaginarium of Doctor Parnassuss non riuscivo a capire se avevo appena visto uno dei miei film preferiti di sempre o una bufala salvata da un grande cast ed effetti speciali. Nei 7 minuti di passeggiata dal Ritzy Cinema a casa ho sputato il verdetto: thumbs up, ero pronta a rivederlo subito e magari prestare più attenzione ad alcuni particolari. Di certo mi ha tenuta incollata allo schermo come fossi una bambina di 11 anni: a volte a bocca aperta e incantata, altre a ragionare su cosa volesse dire dietro le righe e i simbolismi. Altre ancora ho avvertito l’effetto “pentolone incasinato”, alcune scene poco convincenti e dialoghi che avrebbero avuto bisogno di qualche ciak in più.

Ma c’è qualcosa di terribilmente unico nella più sfrenata fantasia dell’ex Python. C’è umiltà nel coraggio e nell’energia con cui manda avanti progetti impossibili. Ci sono due palle tante, rarissime di questi tempi. E c’è stata anche una buona dose di sfiga: la morte di Heath Ledger, oltre ad aver portato negli ultimi due anni una notoria e amara pubblicità al film, lo ha anche irreparabilmente modificato. In meglio, in peggio? In qualcosa di molto diverso da quello che sarebbe dovuto essere anche se Gilliam è uscito da questo tragico imprevisto a testa alta. Il modo in cui sosituisce Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell (ahimé, quest’ultimo non posso soffrire di vederlo) ha un senso logico e non appare come una forzatura. Ma Ledger era altra cosa, forse solo Depp regge il paragone, anche se il suo viso manca di quell’innocenza fondamentale per rivelare la natura contraddittoria del suo personaggio. Il film l’ho letto tutto come un’allegoria: dal nome di Ledger, Tony Liar (una sorta di B-lair anagrammato) a uno scontro tra mondo reale e surreale finalizzato a condannare il capitalismo e l’ipocrisia della classe politica. Terry Gilliam è uno che in materia ha le  idee chiare, al punto di aver rifiutato la cittadinanza americana qualche anno fa. 

La storia è quella di un teatro itinerante che attraverso uno specchio offre la possibilità di addentrarsi in uno mondo dove l’immaginazione di Parnassus incontra quella di chi lo attraversa. Ma è un po’ più complciato di così, visto che c’è di mezzo un patto col diavolo… Grandiosa l’interpretazione di Parnassuss-Christopher Plumber e quella di Tom Waits – Mr Nick – il diavolo. A proposito, avevo letto l’unica intervista rilasciata in Italia, alla Repubblica, in cui si diceva che nel film la voce di Waits era “quasi irriconoscibile”, ovvero svincolata dal suo alter ego di musicista, tanto che ero proprio curiosa di sentire. Maddeche? E’ proprio Tom al 100%,dal primo istante quando il suo volto nemmeno appare sullo schermo e si sente solo una frase sussurrata; penso che Gillian l’abbia scelto proprio perché sapeva essatamente cosa avrebbe aottenuto. Lily Cole non è male ma un po’ asettica: oltre ad essere una strafiga e la modella più desiderata del West britannico, ha pure il gran culo di ballare un tango con Mr Waits. 

Tom non può che fare ruoli diabolici, dalla divertente commedia noir “Wristcutters” a “Dracula”. Una spia russa (un mio amico glamour produttore americano) mi ha detto che anni fa, a un party di Holloween a casa di Nicholas Cage, Tom Waits si presentava vestito da diavolo – stile video I don’t Wanna grow up – tutto rosso, face painting incluso. Eppure con la bombetta alla “Glitter & Doom” che ha nel film, sembra ancora più demoniaco. 

PS Mica vorrete vederlo doppiato vero? Tom Waits con la voce di un Ciccio Bistecca qualunque? E Heath Ledger? Sapete quanto tempo ha passato con un insegnante di dialetto (il cui nome compare anche nei credits a fine film) per imparare il cockney

Ottobre 22, 2009

Scimmiette artiche fatte in casa

E con questo mi ha conquistata completamente. Divento scema per le produzioni lo-fi come questa e, come se non bastasse, al sapore super-vintage dei 70ies: cos’altro vuoi dalla vita?! Mi sono trattenuta dal parlare del nuovo album degli Arctic Monkeys, Hambug, per molto tempo; un po’ perché non me li sono mai cagati molto, un po’ perché ne hanno parlato tutti e perché temevo che nel tempo mi avrebbe stufata. Invece, ascoltandolo senza abusarne, continua a piacermi, parecchio. Mi piace il fatto che non contenga singoloni ruffiani, mi piace quando le canzoni non seguono la canonica struttura verso-ritornello-bridge, mi piacciono le frasi assurde ma soprattuto come le dice Alex Turner. E come mi porta a spasso per Sheffiled tra rusty hooks (pronunciati oks) e rainy afternoons fatti di “gelati infastiditi”. Nonché il dilemma di sempre: What came first: the chickens or the dickheads? I dickheads, ovviamente. Turner è cresciuto, sta diventando un omètto e per dimostrarlo parla pure del suo baldanzoso… propeller. In Cornerstone ci sento tanto Morrissey, soprattutto nel modo in cui l’interpreta. Credo che il ragazzuolo in futuro ci regalerà belle cose, aspettiamo che cresca ancora e prenda una direzione più definita. Quanto a Hambug, non sarà l’album capolavoro dell’anno ma va giù che è una meraviglia. 

Ottobre 22, 2009

Jack White: Britney Spears come Tom Waits?

trinityJack White viene insignito di un riconoscimento al Trinity College’s University Philosophical Society di Dublino, ovvero la stessa “scuola” dove si scambiavano le figu James Joyce e Samuel Beckett. Jack ha pertanto dato una lecture sulla musica, le sue principali influenze e l’autenticità degli artisti che ammira. Viene fuori con questa frase:  I don’t know if Bob Dylan and Tom Waits are as authentic as I think they are. Perhaps they’re not. Sometimes you start thinking that maybe Britney Spears or someone like that who’s doing exactly what they want to do in the way that they best know how, is more authentic than any of those people you could mention.”

Che in veneziano vuol dire: “Non so se Bob Dylan e Tom Waits siano autentici come credo che siano. Forse non lo sono. A volte cominci a pensare che, forse, Britney Spears o artisti del genere che fanno esattamente quel che vogliono, nel modo migliore che conoscono, sono più autentici di tutti gli altri che ti vengono in mente”.  

Parliamone, Jack. Apprezzo il modo in cui metti in discussione tutto, il fatto che non parti da dogmi e idoli intoccabili ma la tua affermazione mi sembra una provocazione ad effetto. Quoque tu, che prima di essere un grande autore, sei un grande interprete dei musicisti che ti hanno influenzato. Tu, che in quanto a immagine e al sapersi vendere non sbagli mai un colpo. Sono d’accordo che ci sono fin troppi finti rocker in giro e che un pop onesto possa sembrare ancora più autentico di grandi pantomime, ma viene ora da chiedersi, cosa sia davvero autenticità. Perché Britney Spears l’ho vista in concerto lo scorso giugno (il mio lavoro non è sempre da invidiare) e non ha cantato manco una parola che non fosse in lip-sync e il suo concerto è stato un vero e proprio circo di acrobati che aveva poco o nulla a che fare con la musica, fatta eccezione per lo stereo con i successi in play. 

Autenticità è allora coerenza? E’ un atto di pura indulgenza o deve tenere conto di cosa vorrebbero da te i fans? Tom Waits può piacere o meno ma non si può negare che sia sempre stato un mostro di coerenza, sempre fedele a se stesso. Sono forse le sue parole poco autentiche? Quanto possono esserlo quelle di Kerouac o Burroughs. E Jack White? Mi viene voglia di chiedergli “Alison Mosshart che ti pseudo-limoni sul palco, è autentica? Le sue mosse esagerate da maledetta rockettara, sono autentiche? Ha voce quando canta dal vivo? E perché non chiedi a me di prendere il suo posto nei Dead Weather?” Ok, lasciamo perdere la cazzata finale, però ci siamo capiti. Dalla perfetta dicotomia visivo-sonora scolpita coi White Stripes, ai Dead Weather con le chitarre Gretsch in tinta, passando attraverso i Raconteurs, caro Jack, quanto sei autentico tu?

Forse era proprio questo il punto (nero) a cui volevi arrivare. Però non mettermi più il nome della Spears vicino a quello di Town Waits o Bob Dylan che mi fai venire i conati di vomito, la mattina. E voi, che ne pensate? 

Ottobre 18, 2009

Fear and loathing at Airwaves Festival

_CHI0079Ora capisco perché si chiama the hangover party: arrivi con la sbornia di ieri da smaltire e prima che te ne vai, riesci a caricarne un’altra altrettanto clamorosa. 3 Gradi fuori, un DJ fantastico e litrate di birra mentre sei sommerso-danzante in una sorgente di acqua sulfurea bollente: in assoluto una delle esperienze più fantastiche mai fatte in vita mia. Sabato, quarto giorno dell’Airwaves Festival, è stato idimenticabile, come aver vissuto 100 serate pazzesche “rollate” in un una. L’hangover dell’hangover party è stato poi smaltito a colpi di heavy metal/ death metal/ punk whatever dei canadesi Cancer Bats, a novembre suoneranno alla Brixton Academy e, con ogni probabilità, la tireranno giù in mille pezzi proprio come hanno fatto col Sodoma ieri sera.

Cambio veloce di locale per vedere i norvegesi Kaddmaddafakka: quasi in dieci sul palco di cui due vestiti da bagnino che danzavano, un violoncello, un pianista con 80 dita e una special guest,  Erlend Oye dei Kings of Convenince, loro compagno di bevute di un pub sperduto in Norvegia. Un pop fantastico e saltellato: non mi divertivo tanto dal ‘65! Sono anche andata a fare due chiacchiere con il nerd dei KOC ma non è proprio un gran simpaticone, non credo abbia fatto nemmeno apposta, loro sono proprio allergici ai giornalisti, li trattano come se avessero la lebbra all’herpes contagiosa col respiro… come se fossero così gelosi della propria arte da aver paura di perderla se costretti a parlarne. E vabò. Sono le 2 di mattina, non rimane che catapultarsi al Nasa dove suonerà il DJ guru danese Trentemmoler. Ammetto di capirci meno di nulla di dance e di essere abbastanza old school da irritarmi l’uso della parola “suonare” quando sul palco non c’è nemmeno un tamburellino… ma ci stava tutto e mi son divertita a fare foto alla crowd danzante. 

5,00AM: nessun accenno di sonno, tutt’intorno è una pentolanza di gente assurda che sbuca da dietro ogni angolo; la notte è necessità di parlare, fare mille amici, fotografare, ballare, innamorarsi ad ogni sguardo, contaminare, osservare, meditare e coca&rummare. Riconosco volti di gente incontrata alla lagoon nel pomeriggio, uno mi farnetica con voce sbiascicata delle scuse per avermi buttato acqua termale nella birra (???), altri sorridono solamente, un giornalista simpatico e chiacchierone di Chicago, un londinese che parla in dialetto bolognese e una ragazza islandese che parla italiano meglio di me. Una musica rock mi trascina dentro la ciliegina nel tiramisù di stasera: un DJ dalla gig facile, si muove tra White Stripes, Bob Dylan, Nirvana e altri classiconi per concludere con una delle mie canzoni preferite del liceo: “Come Undone” degli Weezer. Scelta bizzarra che mi ha lasciato il giusto sapore meditabondo in bocca. E cazzo, sono di nuovo le 6 di mattina, tempo di dormire: domani si ricomincia all over again per il quinto giorno di fila.

Curiosa di sentire finalmente i Gus Gus e conoscerli per un breve shoot prima del concerto. Sento di aver scritto in modo orrendo ma non importa, sono lessa ma felice, i quattro neuroni rimasti stanno litigando dentro il cervello, non riescono a mettersi d’accordo su quale gruppi vedere stasera. E io li lascio fare: domani all’alba quando salirò  sull’aereo con l’ennesimo coca e rum in mano so già a cosa penserò: non mancare il prossimo anno.

Cancer Bats al Sodoma

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Il King of Convenience Erlend Oye, special guest dei  Kaddmaddafakka 

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La secret gig dei Dr Spok: si muovevano dentro un camion suonando musica impossibile, altrimenti inascoltabile

_CHI0136Immagini (raccapezzate e di seconda scelta) ©chiaremettelli 

Ottobre 15, 2009

The Bjorktown Massacre!

Sono a Reykjavik per l’Airwaves Festival: un tripudio di musica lungo 5 giorni! L’Airwaves rimane uno dei migliori festival per conoscere nuove bands, di qui sono passati nomi come: Crystal CastlesThievery CorporationSpartaFlaming LipsFatboy SlimThe KillsTV on the RadioKeaneHot Chip,RatatatArchitecture in HelsinkiKlaxonsWolf ParadeKaiser Chiefs and local bands Sigur RósGusGusmúmSingapore Sling (esatto: ho copiato e incollato da wiki ed è pure rimasta la scritta blue, wow!). Ogni angolo della città – piccolissima – brulica di bands, quasi tutte emergenti e quasi tutte fantastiche in un modo o nell’altro. Ci sono molti interessantissimi gruppi locali, mentre headliners saranno i Kings of Convenience venerdì sera. Sabato è previsto un megafestone, alias The Hangover party, al Blue Lagoon, ovvero DJ e bands suoneranno mentre ce ne staremo a smaltire la sbornia dentro le acque termali sulfuree… sounds pretty cool to me! Ma la musica andrà avanti fino a domenica sera, no stop, fino all’alba dentro i locali di downton, uno attaccato all’altro… Poi lunedì mi prenderà sicuro una broncopolmonite fulminante visto che fuori saranno -50 gradi (in confronto Londra è un paese dei Caraibi!) e dentro i locali sono +40. 

Questo è quanto per il momento, sto lavorando al reportage, so be patient!

Ma qualche brevissima considerazione su quest’isola, che credevamo esistere solo sul nostro sussidiario delle elementari, devo farla:

Basta aprire un giornale (scritto in inglese sennò non si capisce una parola manco per sbaglio) per leggere in ogni articolo il complesso, chiamiamolo di solitudine, che quest’isola vive. Lo si capisce in ogni riga e argomento senza dover essere piccoli Freud. E non trovate assurdo che ciascuna moneta nazionale sia rappresentata da un pesce/ granchio/ deflino? Questa cosa mi ha alienato dopo 2 giorni figuriamoci a loro…

coins

Questa invece è un’opera d’arte che mi son trovata davanti, improvvisata in un caffè, ma soprattutto con un caffè… geniale! 

table art

Ho provato a non pensarci per qualche giorno ma, in un negozio fantastico di vestiti vintage molto sofisticati, ho trovato ancora lui: vedete la copertina dell’Economist? Il titolo diceva: “Mamma mia, here he goes again”

MrBConcludo questo post fulmineo, vi saluto che sono letteralmente in mezzo alla strada, il caffe wi-fi ha chiuso ma sto lo stesso usando la loro connessione! Ecco almeno c’è da dire che questa città, per strana che sia, ha un internet hot spot ogni due metri. Forse perché sentono il bisogno di essere connessi al mondo esterno in qualche modo? Ok, considerazione da psicologa da due penny (con delfino).  Comunque… what a weird weird place to live guys!!!  

Ottobre 13, 2009

Hornby Road

hornby©cmeattelli

The truth about anyone is disappointing” dice Tucker Crowe, il rocker creato da Nick Hornby nel suo nuovo romanzo, “Juliet, naked”. Soprattutto la verità riguardo un musicista scomparso di scena per decenni e magicamente riapparso con un album inutile (così come è stato inutile “Let it Be… naked“di Sor Macca nel 2003). Ma Hornby capisce che la connessione emotiva instaurata dal fan con l’opera di un artista, vive di vita propria, sfugge al controllo di chi l’ha creata. E ne fa un bel punto sul nuovo libro, qui il pezzo scritto per il Secolo XIX. Ma c’è un altro succo nocciolato, duro da digerire, più delle tagliatelle di mia nonna che vomitavo ogni dominica pomeriggio tra le 15 e le 16,30, dai 5 ai agli 11 anni. Ed è la difficoltà di mandare avanti relazioni affettive che siano vive ed entusiaste, che non puzzino d’inerzia o contentino. Questa frase tratta dal libro di Hornby, per semplice che sia, l’ho trovata illuminante: 

We get together with people because they’re the same or because they’re different, and in the end we split with them for exactly the same reasons. 

(Stiamo insieme a una persona perché la troviamo uguale a noi o perché ci sembra diversa da noi, ma alla fine ci lasciamo esattamente per lo stesso motivo). 

Ottobre 10, 2009

L’alba degli Who in mostra alla Proud

The Who

Photo©Colin Jones / TopFoto /www.proud.co.uk

Per la foto di Pete Townshend in camera da letto, davanti a una parete di Rickenbacker distrutte e la mia recensione di questa – fichissima – mostra fotografica, clikkare sul Rolling blog.