Solo Jack… London show photo gallery

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Blunderbuss, l’album solista di Jack White, è salito dritto al numero uno delle classifiche inglesi e americane. Sta scalando anche quelle di altri paesi (non so in Italia perché mi dicono che lì i dischi li compra più nessuno grazie ai prezzi esorbitanti). Blunderbuss è un vero un gioiello: dentro troverete un Jack più avventuroso che mai. Il sound è spaziale, le melodie intriganti, i versi cinici e accattivanti… Cos’altro serve? Chiaro, un giradischi. Al forum di Kentish Town ha esordito con la sua band di sole donne, qui sopra la galleria fotografica mentre la recensione l’ho scritta per il sito di Rolling Stone. E a voi è piaciuto?

Photography ©Chiara Meattelli all rights reserved

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My Deaf Valentine…

Se ancora non si fosse capito: non riesco più a tenere aggiornato questo blog! E mi spiace perché era un bel punto di ritrovo ma la vita reale sta prendendo il sopravvento su quella virtuale e ciò non può che essere un buon segno. Intanto posto questo bel video diretto da Paul McCartney del singolo My Valentine. Lo trovo alquanto originale ed inquietante (basti vedere il volto allucinato di Johnny Depp). Un’altra versione dello stesso video ha per protagonista l’attrice Natalie Portman già presente in un altro video di Macca, Dance Tonight. Chissà perché non gliene bastava uno? Bizzarro Paul e fonte inesauribile d’idee… Ne approfitto pure per segnalare che oggi su Grazia esce la mia intervista a James McCartney, figlio di cotanto padre…

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Jonathan Wilson, live!

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Photography © Chiara Meattelli, all rights reserved.

Ecco la galleria fotografica del concerto di Jonathan Wilson e la sua band alla Scala di Londra. Colgo l’occasione per includere anche un estratto dalla recensione che ho scritto per il Buscadero di Marzo… 

Produttore, session man e polistrumentista, ma stasera Jonathan Wilson vuole solo essere leader della sua band. Il suo nome è ormai indissolubilmente legato a quello di Laurel Canyon, dove fino allo scorso anno viveva e dove ha registrato Gentle Spirit, il doppio vinile con cui ha debuttato su Bella Union. Non è solo il sound a rifarsi alle atmosfere del Canyon degli anni sessanta e settanta ma è la stessa attitudine di Jonathan ad essere, genuinamente, fuori dal tempo. Insomma, se come la sottoscritta siete amanti, del sound della California di Jerry Garcia, di Crosby Stills and Nash e del rock psichedelico anni ’70, un concerto del genere potrebbe spedirvi nell’iperspazio.

Lo spettacolo parte subito pestando sull’acceleratore con Can We Really Party Today?, l’attacco è più dinamico rispetto a quello acustico dell’album mentre i versi di Jonathan ci portano a spasso per le vallate del North Carolina (suo luogo d’origine) prima di immergerci nell’immaginario hippie di Rolling Universe. In Gentle Spirit, il brano che dà titolo all’album, la batteria di Richard Grower affonda e rallenta creando pura magia insieme al basso di Jake Blanton. La chitarra di Omar Velasco scolpisce insieme a quella di Wilson le armonie di Desert Raven, il polveroso tormentone che con i suoi versi poetici ed atmosfere evocative, è la perla più immediata dell’album. Mentre la ballata acustica di White Turquoise, tratta dal primo LP Frankie Ray sembra scritta da Gram Parsons. Prima di attaccare Canyon in the Rain dal palco bruciano un pezzo di Palo Santo: il legno-incenso naturale del Sud America che sembra essere un must per ogni hippie californiano che si rispetti. Lo respiriamo per sintonizzarci meglio in un viaggio onirico sospeso dalla realtà con ogni nota: non sentiamo il rumore della pioggia di Laurel Canyon come nella versione in studio, ma se chiudiamo gli occhi possiamo vederla precipitare. I fan dei Pink Floyd non potranno fare a meno di notare la somiglianza del brano con Pillow of Winds e con le atmosfere alla Meddle. In alcuni momenti dello show, la band esplode, svisa e riparte con stacchi che hanno riferimenti così limpidi da sembrare quasi un omaggio ai Floyd o ai Grateful Dead. Wilson aggiunge molto di suo: sa essere virtuoso alla chitarra ma è soprattutto misurato, sempre al servizio della canzone.

L’intesa tra la sua Fender e l’Hammond (e mellotron) di Jason Berger è spettacolare. Berger è anche uno di quegli strani esseri umani dotati d’orecchio perfetto, o perfect pitch come lo chiamano qui: se gli spari un urlo in faccia, lui sa dirti esattamente quale nota hai colpito. Ed è proprio la brillantezza dei cinque musicisti sul palco unita ad un sound travolgente ad incantare il pubblico londinese. L’highlight arriva verso la chiusura con la suite di Natural Rhapsody: “Quel pezzo è nato mentre ero seduto alla batteria – mi spiegava Wilson prima dello show – poi ho aggiunto ciascuno strumento come in una free jamming solitaria”. Nel lungo intermezzo strumentale della rapsodia, tra un assolo di chitarra e uno d’organo, restiamo inebetiti da un suono mesmerizzante. Nessun bis, l’ora del coprifuoco è già arrivata a suon d’improvvisazioni. Jonathan Wilson e i suoi “Machos” – si diverte a chiamare così i compagni -  ci salutano con Valley of The Silver Moon e la promessa che torneranno presto a Londra (arriveranno anche in Italia, o così assicurano). La gente si dilegua dalla sala con in testa, a martello, quell’ultimo riff di chitarra, impossibile da sopprimere per tutta la via del ritorno…

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Lanegan, one man band.

Non sono mai stata patita di Mark Lanegan (posso ancora rimediare), ma questo Blues Funeral mi si è proprio incollato addosso. E’ stata persino una sorpresa: la prima volta che è partito il beat di Ode To Sad Disco ero in metropolitana, convinta avessi premuto per sbaglio l’ipod e stessi ascoltando un altro artista. Voglio dire, che ci fa con la batteria campionata? L’elettronica? Reduce da Hawk, firmato a due mani con Isobel Campbell, mi aspettavo una musica a base di voce baritonale e chitarra acustica. Invece lui ci ha preso in contropiede e ha composto con la tastiera. La chitarra non sparisce, anzi, è onnipresente tra arpeggi in loop ipnotici e riff avvolgenti mentre la sua voce non è mai stata migliore (grazie a dosi massicce di sigarette, whisky e zigulì californiane avariate).

Un grande album lo riconosci quando, ascoltandolo, scuoti la testa, guardi fuori dalla finestra e ad ogni brano pensi inebetito: “Ah! Cavolo, c’è pure questa…”. Dal blues ipnotico di Bleeding Muddy Water, alla cupa orecchiabilità di Grey Goes Black e il lento incedere di St Louis Elegy, Lanegan snocciola perle da maledetto rockettaro: “Down here the winter will cut you quick/If tears were liquor, I’d have drunk myself sick”. Harbourview Hospital, con le sue chitarre alla U2 (sì, avete letto bene) trovo sia l’unico momento trascurabile del disco, subito redento da Leviathan: splendido quadro sonoro nel cui crescendo finale si scontrano melodie dissonanti. Deep Black Vanishing Train (scuote la testa, guarda fuori dalla finestra, pensa inebetita…) è uno di quei brani da pelle d’oca incontrollata, quelli che come iniziano, ti prendono, ti alzano da terra e ti immergono in un qualche posto dove non hai chiesto di andare, dove senti che fa male ascoltare ma non puoi fare meno di tornare.

Insomma, funerali, becchini, “grigi che diventano neri”, Muddy Waters insanguinati, lunghi treni neri, discoteche squallide, ospedali: non ci sono dubbi, Lanegan è il solito tristone di sempre. Eppure con Blues Funeral, uscito a distanza di sette anni dall’ultimo lavoro solista, appare più ispirato ed impavido che mai mentre gioca  con una moltitudine d’atmosfere e sound differenti. Ora attendo fiduciosa che qualche Laneganiano compulsivo mi illumini sull’intera discografia…

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Viva l’Autonomia!

Ci siamo, Autonomia - di Mark Stewart & Primal Scream – è finalmente online! Il che segna il mio debutto come co-regista di video musicali. Oltre al fidato socio di avventure fotografiche Dominic Lee, ho avuto il piacere e l’onore di lavorare insieme a Douglas Hart, fondatore e bassista dei Jesus & Mary Chain e regista di una marea di video fantastici (Paul Weller, Stone Roses, Primal Scream, Horrors, Libertines, Vaccines…). Un team composto da tre cervelli un po’ schizzati che in qualche modo si sono sincronizzati a meraviglia. Oggi vedo con gioia che il video è anche tra i “recommended” sulla home page del Mercury Prize.

In attesa che esca The Politics of Evil, il nuovo album di Mark Stewart (leader della cult band Pop Group) che vanta di collaborazioni stellari come Massive Attack, Lee Scratch Perry, Kenneth Anger, Keith Levene e lo stesso Doug Hart, lasciatevi prendere dall’energia di questo appetiser… (Che con Bobby ci saremmo incontrati di nuovo, invece, non era un mistero).

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20112012

PJ Harvey live at Troxy, London 2011 © Chiara Meattelli

1) PJ Harvey – Let England Shake 
2) Tom Waits – Bad As Me
3) Fleet Foxes – Helplessness Blues
4) Jonathan Wilson – Gentle Spirit
5) Josh T Pearson – Last of the Country Gentleman
6) The Other Lives – Tamer Animals 
7) Bill Callahan – Apocalypse 
8) Bon Iver – Bon Iver
9) Guillan Welch – The Harrow and the Harvest
10) Wilco – The Whole Love

Sono a 3000 piedi di altezza, ospite dell’open bar British Airways, sorvolo le Alpi, cammino leggiadra sopra le nuvole. E’ Natale, di nuovo, goddamit. Dopotutto, sono passate solo cinquantadue settimane dallo scorso. Il tempo vola, il tempo non esiste. Come si può parlare di musica retro quando un anno è composto da cinquantadue settimane? Che senso ha? Accanto a me c’è un tizio che assomiglia terribilmente a Carù e una bambina di circa dieci anni che legge assopita una copia del National Geographic. Alla sua età leggevo solo fumetti, però ascoltavo i Beatles (mentre lei, con ogni probabilità, ascolta già Frank Zappa). Ecco di cosa volevo parlare: Pj Harvey, è lei la regina indiscussa del 2011. Zappa e Captain Beefheart: era questa la musica che i genitori le suonavano da bambina nella loro casa del Nonricordomaceranopecoreshire. Beefheart diventò poi suo caro amico e consulente, il primo ad ascoltare le sue canzoni prima che venissero pubblicate. Manco a dirlo, Let England Shake piacque molto al Captain.

 “Madonnina, certo che sono un po’ banana a fare un disco così difficile di questi tempi, chissà se verrà notato” – pare siano state le parole pronunciate da Polly Harvey subito dopo averlo inciso. Grazie al cielo la musica è ancora importante e i suoi timori sono stati smentiti: Let England Shake ha vinto il Mercury Prize e troneggia in prima posizione in ogni classifica di fine anno. Parlare di guerra sarà sempre (tristemente) attuale, ma farlo in musica senza essere banali è un’impresa ardua. Polly Harvey ce l’ha fatta. Non solo: è riuscita addirittura a definire un genere musicale che è tutto suo.

C’è un tramonto meraviglioso quassù, un cielo grande quasi quanto quello del Texas e non posso fare a meno di ripercorrere i luoghi del 2011. Il trip on the road negli States, l’amore per Austin, la disperata ricerca per una autoharp in negozio di usato della città. Retaggio pigeiarviale. Ricordo l’apparizione di Polly al notiziario delle 9 sulla BBC, quando cantava Let England Shake, la canzone, in medley con Take Me Istanbul (not Constantinople) e rimarcava ogni parola con enfasi davanti a Gordon Brown.

Rosso rosso, Roma si avvicina, poi Perugia. La città delle orge e della perdizione di cui i media vanno ghiotti. La città dove nulla cambia, tutto resta uguale, di cinquantadue settimane in quarantadue settimane. E’ stato un anno pieno zeppo di eventi, indimenticabile. Il finale è stato ancora più surreale, quando mi sono trovata a danzare una serata intera accanto a Paul McCartney (e Mary e Stella) nel minuscolo Barfly di Camden Town, prima che me lo presentassero e mi fiondassi su di lui. Robe da raccontare ai figli, o meglio, che ti spingono ad avere figli solo per potergliele raccontare. Ora bisogna guardare avanti, questo apocalittico 2012 porterà cambiamenti molto succosi. 2012, Come il titolo del prossimo album di Ringo Starr, tra qualche giorno lo incontrerò per parlare delle nuove canzoni, così poi mancheranno solo John e George. Niente di meglio che iniziare l’anno con un piccolo sogno che si realizza… E poi saprò cosa dirgli: peace and love Ringo, hippie new year.

 (scritto il 22 dicembre)

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Happy Birthday Roy Harper, and more…

Giusto due pensieri in ordine sparso, ora che ottobre si è chiuso (da un pezzo!) tra la maratona cinematografica del London Film Festival e un turbine di eventi molto succosi.

La doppietta di concerti Wilco, con apertura di Jonathan Wilson, alla Roundhouse è stata semplicemente sublime. Le date erano consecutive ma le scalette differenti, per un totale di quattro concerti indimenticabili. Sul sito del Rolling Stone ho caricato la galleria fotografica per Wilco e un’altra per Jonathan Wilson (che ho anche avuto il piacere di intervistare, stay tuned per l’articolo).

Sabato scorso ho invece assistito a uno dei concerti più intensi della mia inutile vita: Roy Harper alla Royal Festival Hall. Si celebravano i suoi 70 anni e lui ricordando gli amici recentemente scomparsi, Bert Jansch dei Pentangle e il compositore David Bedford, si è commosso. Ma Roy Harper, un genio totale nonché l’artista più sottovalutato del nostro tempo, ha anche un gran senso dell’umorismo e tra una lacrima e l’altra ci ha fatto ridere di gusto. La sua voce e chitarra (sul palco anche una sezione d’archi e un maestro d’orchestra) ci hanno scosso dal profondo: è stata un’altra cosa, indescrivibile. “Lui è il maestro assoluto” mi ha rivelato Jonathan Wilson, chiamato da Harper in persona per aprire la serata con un set acustico. Sul palco è comparsa anche Joanna Newsom per un duetto a sorpresa: grazie a lei Harper ha guadagnato in questi ultimi anni un po’ di notarietà. Come se non bastasse, oltre al figlio Nick Harper, a fine serata si materializza anche Jimmy Page (!). Ho avuto l’onore di conoscere Jimmy Page qualche mese fa ma non l’avevo mai visto suonare dal vivo: terremoto d’emozione, lungo quanto un assolo con la chitarra acustica. All’afterparty volevo di nuovo stringergli la mano e chiedere se si ricordasse di questa povera pellegrina, ma sono stata psicologicamente bloccata dalla mandria di avvoltoi che gli gravitavano attorno. Per la cronaca, Page suonava come session man di Harper, ai tempi che furono.

Infine due parole sullo show di Bon Iver all’Hammersmith Apollo. Grande spettacolo: in nove sopra il palco, due batterie, fiati, violini, chitarre, giraffe, majorettes… Il sound di Justin Vernon è cresciuto paurosamente e al nostro caro montagnolo non bastano più una chitarra e uno chalet in Wisconsin. Ho appena scritto una recensione per il Busca di novembre, qui vi lascio con la galleria fotografica…

PS Domani un altro incontro di una vita: Pete Townshend che presenta i remaster di Quadrophenia con tanto di performance live intima. Già tremo, di gioia s’intende: Quadrophenia è uno degli album che più ha segnato la mia vita di teenager e vi avverto, le demo e gli outtakes sono una cosa delirante per ogni patito…

TUTTE LE FOTO SONO ©CHIARA MEATTELLI

 

PHOTOS ©CHIARA MEATTELLI

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