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Dylan palesati: agli italiani rode il culo

Ho amici in tutto il mondo; sulla timeline di Facebook scorrono pensieri dall’India all’Australia, da Piave Pajaccia a Honolulu, da Tokyo al deserto del Mojave. Eppure i post al veleno basati su zero informazioni che supportino le proprie tesi riguardo Dylan, hanno tutti la stessa origine: l’Italia. Apprezzo il confronto, ho gioito per il suo Nobel ma ho anche ascoltato con piacere e interesse gli amici che pur amandolo – o anche no – si ponevano domande legittime: quanti altri scrittori e poeti meno celebri lo avrebbero meritato? Non avrebbe dovuto vincerlo una trentina di anni fa? C’era bisogno di un Nobel per legittimare il potere letterario di un testo? Possono considerarsi dei versi di canzone in maniera del tutto staccata dalla melodia che accompagnano? E così via.

Mi rendo conto sia fastidioso leggere una generalizzazione del genere ma dopo avere osservato per mesi in silenzio e letto centinaia di post fino all’ennesima minchiata di oggi (il post pubblico di un presunto giornalista e autore che critica Patti Smith – “una delle più grandi e svergognate approfittatrici della storia del rock” – per avere accettato l’invito della Commissione di Stoccolma) non riesco più a trattenermi. Agli italiani rode il culo, è un dato di fatto. Ho letto tweet e commenti di giornalisti italiani – famosi perché partecipano a spettacoli di intrattenimento televisivo – che ridicolizzavano il Nobel di Dylan salvo conoscerne i testi. E badate, è antipatico fare nome e cognomi ma se scrivo questo è perché ho la certezza di ciò che dico. Non lo conoscono eppure ne parlano male attraverso un profilo pubblico guadagnato a suon di talent show. Ma allora, la tua critica, a cosa serve? Quale discussione interessante può scaturire se conosci solo due frasi di Blowing in the Wind o se disgraziatamente ti capitasse di ascoltare i suoi brani alla radio, non sei in grado di capire tre parole di fila? (molti di tali giornalisti inciampano vergognosamente sull’inglese). Persino noi fan abbiamo difficoltà a conoscere l’immensa mole di lavoro che ha prodotto, figurarsi. Che poi si ridicolizzano da soli. Come diceva Nanni Moretti: «Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia io? Parlo mai di neuropsichiatria? Di botanica? Di algebra? Di agiografia greca?… ». Perché nel nostro paese leggere critiche con cognizioni di causa è utopistico? A cosa minchia serve il giornalismo?

Tutti sanno cosa avrebbero fatto se fossero Bob Dylan: si sarebbero presentati per dio! Oppure non avrebbero preso tutto quel denaro, è logico! Nessuno si pone il quesito di cosa significa svegliarsi la mattina ed essere Bob Dylan. Di cosa significa avere oggi un mondo diverso perché si è venuti al mondo, perché loro, come me, fossero nati o meno, non sarebbe cambiato assolutamente nulla. A nessuno è venuto in mente che un uomo di 75 anni possa non stare bene fisicamente o di testa? Beati voi. Perché io non riesco a pensare ad altro da settimane, soprattutto dopo un anno così funesto. Mi sono giunte voci di un altro gigante della musica – insospettabile – che avrebbe perso la facoltà di parlare normalmente in pubblico e dunque sì che ci penso. Magari Dylan non ha “scapocciato” come temo, e si sta semplicemente comportando da Dylan, chi lo segue da anni sa cosa intendo. Ricordiamo anche di come sia riuscito a tenere completamente blindata la propria vita privata, di come online non esista neppure mezza foto o dichiarazione della ex moglie e musa Sara, ad esempio. Non sapremo mai i veri motivi ma nel dubbio ci piace sputare veleno, perché agli italiani rode il culo, e forte.

Ora vi chiedo, senza supponenza ma con il cuore in mano: cosa diavolo vi è successo? Perché i miei amici anglosassoni – inclusi artisti di rilievo per dire – non fanno altro che dirmi: “Amo la passione di voi italiani, noi inglesi siamo cresciuti con intorno gente che nascondeva di continuo le proprie emozioni”. Dove è finita quella passione? Il grande cuore degli italiani, così caldi e alla mano rispetto agli algidi britannici? Facebook ha dato voce a ogni pensiero da bar di chicchessia (sempre bella sta parola) ma qualcuno sa spiegarmi storicamente da dove originano le spremute di vomito gratuite? Il livore esiste ovunque, ovvio ma perché è così concentrato nel nostro paese?

Coraggio, ritrovate quella passione che vi ha reso adorabili e unici in tutto il mondo. Criticate chi volete, buttate quintalate di merda su Dylan se lo ritenete opportuno ma argomentatela, cazzo. E se non vi commuovete neppure davanti a questo video della più dolce Patti Smith di sempre, state attenti, perché un pollo di plastica marcio ha preso il posto del vostro cuore. E non sono tempi questi per lasciare accadere cose del genere.

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Within & without George

Spocchioso e timido, silenzioso e chiacchierone: sarà pure il quiet one, ma George Harrison contiene moltitudini. Da una parte la fama mondiale, il denaro, le donne, la cocaina e dall’altra la riservatezza, la pace del giardinaggio, la meditazione orientale. Chi ha contratto la beatlesitudinis acutis troverà il documentario sulla sua vita a dir poco illuminante. Uscirete dal cinema tramortiti, ubriachi di mille emozioni e riflessioni. Con Living in the Material World, Martin Turbolingua Scorsese si è superato: tre ore e mezzo che scorrono veloci lasciando dietro un ritratto onesto di uno più grandi musicisti del nostro tempo. Che fosse anche tra i più amati lo si legge sul volto degli intervistati: Sir Maccapeace-&-love-Ringo, la moglie Olivia, gli amici Terry Gillian e Eric Idle (Monty Pythons),  Jackie Stewart (lo scozzese volante, George era fanatico di formula1), Klaus Voorman (amico di una vita e disegnatore dell’iconica copertina di Revolver). Dagli occhi di Eric Clapton trasuda invece ammirazione, così come da quelli indemoniati di Phil Spector, in versione pre-condanna. Yoko Oh-no, da lei non riesco mai a percepire buone vibrazioni. La sentiamo dichiarare qualcosa tipo: “Ricordo quando io, John e gli altri creavamo Revolution #9… George era così gentile, capiva bene che ero una di loro e mi aveva accettata“.  In realtà George era sì gentile ma all’occasione si incazzava: su Mojo di novembre leggo che una volta in studio lanciò in aria la chitarra esasperato da Yoko che cantava lamentosa sopra il suo sound (così sostiene David Dalton della Apple, testimone della scena).

Harrisong, come lo chiamano qui in UK, era la persona accomodante in grado di mettere tutti a proprio agio, la colla tra i due geni in eterna competizione. George Martin ricorda quando durante la prima, tesissima sessione in studio chiese: “Ragazzi, se c’è qualcosa che non vi piace ditemelo”. Harrison rispose: “La tua cravatta tanto per cominciare!” sciogliendo il ghiaccio a modo suo. Macca afferma che i Beatles erano un quadrato: togliendo un qualsiasi angolo tutto sarebbe crollato. Poi rivela che il riff di And I love Her è opera di George: “Avevo suonato solo la melodia e lui inventò quel giro di chitarra che definisce la canzone”. Così lavoravano, John e Paul scrivevano la maggior parte dei pezzi poi li suonavano agli altri due che all’impronta scrivevano le loro parti. Scorsese, bastardo, mostra anche le immagini in cui Macca, maestrino, impartiva ordini a Harrison durante le sessions di Let it Be. Gli album duravano 40 minuti, i geniacci scrivevano capolavori, Ringo doveva avere il proprio brano e Harrisong, frustrato, era costretto a mettere i propri brani in cassaforte (fino all’uscita del meraviglioso disco triplo solista All Things Must Pass).

Divertente quando Eric Clapton spiega delle passioni che divideva con l’amico, in primis le donne. Dopo avere spiegato il casino successo con Patti Boyd, prima sposata con l’uno e poi con l’altro, Clapton inciampa e balbetta imbarazzato quando usa la parola “swap” intendendo che lui e George si erano già scambiati donne in precedenza. Insomma, due delle più commoventi canzoni d’amore mai scritte, Something e Layla (entrambe dedicate alla Boyd), sono state composte da uomini che in realtà tradivano la propria musa. Morale: le canzoni d’amore appartengono più a chi le ascolta che a chi le compone. Fine digressione. E’ fantastico sentire Clapton ricordare la session con i Beatles (grazie a lui While My Guitar Gently Weeps, scritta da George, ha preso la giusta forma in studio) o raccontare di quando ha assistito al parto estemporaneo di Here Comes The Sun. C’è anche una piccola parte per il nostro Red Ronnie, che compare in questo masterpiece con la domanda più stronza che un giornalista possa fare: “Perché suoni, per divertirti?” (lo vedete anche nel trailer qui sotto).

Rivelatorie anche le lettere che scriveva alla madre durante la beatlesmania (nel film sono recitate dal figlio Dhani), oppure i racconti della moglie di Derek Taylor, PR dei Beatles, riguardo epifanici viaggi in acido. Ma oltre il lato fattuale, estremamente interessante grazie alle numerose immagini e filmati inediti, Scorsese esplora soprattutto il percorso spirituale di George: prima un ragazzo di povera famiglia nella Liverpool del dopoguerra, poi uomo di successo che si trova ad odiare la fama. Il denaro lo delude ma allo stesso tempo gli consente di comprare una reggia gigante nell’Oxfordshire, il regno di Friar Park. Da piccolo Dhani credeva che suo padre fosse un giardiniere tanto lo vedeva dedito alla cura dello sconfinato giardino.

George era quello che passava le notti a guardare il prato al chiaro di luna, immaginandolo senza imperfezioni. Quello che addobbava lo studio con mille fiori quando i Beatles si scannavano negli ultimi tempi e che ipotecava la casa per produrre film provocatori come il cult Brian di Nazareth. Era quello che organizzava il primo concerto di beneficenza (lo storico Concert for Bangladesh, 1971) e che in punto di morte, con un filo di voce, offriva a Ringo di accompagnarlo a Boston, dove sua figlia era prossima ad un’operazione al cervello. Era il chitarrista dalla nota giusta al posto giusto, l’innovatore, il perfect sound maker. Era quello che cantava Hare Krishna al suo assaltatore armato di forcone, intruso nella sua casa per ucciderlo nella notte del 30 dicembre 1999. Forse Dhani ha ragione, forse avrebbe combattuto il cancro più a lungo se non fosse stato brutalmente pugnalato da quel folle. Forse è ancora qui tra noi: “He’s still around” come diceva lo stesso Harrison a Tom Petty la mattina in cui Roy Orbison moriva (i tre, insieme a Bob Dylan e Jeff Lyne erano il supergruppo Travelling Wilburys). Petty racconta: “Ma la prima cosa che George mi ha detto è stata ‘sei contento non sia successo a te, eh?’“.

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The Rutles take tea!

La sagra di Morgan, chiamiamola così, mi ha subito fatto pensare a quando Paul McCartney aveva ammesso alla stampa inglese di prendere droghe. Mi soprende che uno fissato con i Beatles come lui, abbia reso noto il collegamento solo oggi. Anche i fantastici Rutles avevano dichiarato di farsi ma fortunatamente non ambivano a Sanremo.

PS Come ogni anno, la vincitrice morale di Sanremo è Gigia Tatalessio. Molti la conoscono ed apprezzano già da tempo ma per chi volesse rivivere quei momenti magici del suo unico video disponibile (Cuore Batticuore Incatenato nei Tuoi Occhi) questo è il link.

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Merry Bobmas!

Non so come sia per voi in Italia ma qui pare già natale dal momento che le settimane londinesi durano circa due giorni e mezzo e le strade della West End sono tutte illuminate a panettone. E mentre il mio vicino di casa stende i panni in giardino sotto una leggera pioggerella (wtf?) noto che l’aria è proprio cambiata ed ha assunto la tipica consistenza nebulosa-natalizia. Insomma, momento perfetto per postare  il video del primo singolo del Christmas in the Heart di Bob Dylan. Trovo che la parrucca gli stia bene, che ne dite? Ironiche le immagini ma nulla di ironico nel modo in cui interpreta queste vecchie canzoni di natale. Questa qui è in stile Pogues. Che altro aggiungere se non enjoy! Click here to watch

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Glitter & Doom: Tom is live!

TombyChiNon sono mai stata una grande amante dei dischi dal vivo, per me un live va vissuto nel senso puro della parola, di persona. Un live devo sentirmelo sputare addosso per far sì che mi tocchi l’anima, altrimenti lo apprezzo solamente. Poi ci sono quei live che ascolti dallo stereo di casa e puoi dire: “cazzo, c’ero anche io”, come per il nuovo di Tommasino Aspetta, Glitter & Doom. Ogni nota mi riporta dritta a quelle due serate dell’anno scorso, fatte di un’emozione incontrollabile, stratificata nei mesi ed esplosa all’ultimo come un cannolo siciliano detonato nel cielo limpido del luglio italiano. I miei pensieri li avevo già largamente srotolati nel resoconto post-parto, qui. Ero in prima fila sia il giovedì che sabato, le scalette erano quasi identiche. Ma mi ero persa Such a Scream, suonata il 18 sera, e grazie a questo meraviglioso cd me la sto gustando: impeccabile l’assolo del sax e gli stacchi della voce orconauta di Tom, sincopati con la batteria. Sempre dal teatro Arcimboldi, c’è una splendida versione di Dirt in the Ground con la chitarra che ruba la scena al clarinetto della versione originale (per bravo che sia il piccolo Sullivan Waits c’è una bella differenza  tra lui e Ralph Carney e non solo nelle basette). Poi ancora dalla tour europea: Singapore, Green Grass, The Part You Throw Away da Edinburgo, Lucinda medley con Ain’t Going Down da Birmingham, I’ll Shoot the Moon e Falling Down da Parigi. Il resto viene da Atlanta, Columbous, Jacksonville e Tulsa, le assurde città scelte da Tom per il tour statunitense: i fans si erano catapultati da ovunque, in città che avrebbero altrimenti ignorato per il resto della vita.

Ci sono passata una volta a Tulsa (dove tra l’altro Tom ha girato Rumble Fish di Coppola) e vi assicuro che non c’è nulla di nulla se non il desiderio di uccidersi. Altro che “Oklahoma is weird!“, è stramba, come dice lui mentre ricorda le insensate leggi che valgono in uno stato o l’altro d’America. 17 Tracce, 16 canzoni e una storia delle sue, più un intero cd di sole tales lungo ben 36 minuti, con dentro anche “Picture in a Frame”. Perché l’esperienza live di Waits è fatta anche e soprattutto dalle storie che racconta: gli basta una leggerissima inflessione di voce, un abbassamento di tono improvviso per dare un twist emozionale ai suoi racconti. Anche se preferisco il terzo cd di Orphans, in cui dimostra di essere l’ultimo poeta della beatnik generation.

Picture 5E non si capisce cosa inventi e cosa sia vero, quando dice, ad esempio, di avere acquistato su ebay, a una cifra esagerata, l’ultimo respiro di Tom Ford: “sapete era una prima edizione...”. Incuriosita ho scoperto tramite google che Tom Ford, nel 1931, aveva intrappolato in una bottiglia l’ultimo respiro del morente Thomas Edison, eppure sul last dying breath dello stesso Ford non ho trovato nulla. Poi ci sono le sue pessime freddure, come i nazisti che mangiavano la pastika (nella minestra, con piccole svastike al posto del semolino!) o il gioco di parole tra shellfish e selfish… Ma quando le dice con quella voce, non puoi resitstere a ridere persino alle peggio stronzate. Tra lui e Bob Dylan fanno a gara a chi trova le notizie più impensabili. Mesi fa, durante una puntata di Theme Time Radio Hour, (la trasmissione di Dylan) c’era Waits in collegamento con His Bobness: puntata indimenticabile. E chissà se è vero, come affermava Dylan, che ogni tanto Waits lascia sulla cassetta della bob-posta news atipiche per la sua trasmissione radio. Qual è l’essere vivente con il cervello più grande rispetto al corpo? La formica. E quello con il pene più grande, rispetto al corpo? Il barnacle (cirripede). Questa giuro, non l’avrei mai indovinata! Barnacle in inglese è anche un’espressione figurata per intendere i parassiti, le persone appiccicose. Poi altre curiosità sugli avvoltoi, su chi sia stata la prima persona a mettere il limone su un piatto di pesce e perché, ed etimologie di espressioni come gravedigger shift o deadringer…

Anyway, il 24 novembre esce, compratevelo ma non in Italia: per qualche malsano motivo vedo che da voi il cd costa molto di più che qui in UK (se mi sbaglio correggetemi). Se non vi capita di fare una capatina a Londra, compratelo online su Amazon a £8.99 invece che €22,50. Intanto potete scaricarvi una preview sul nuovo sito di Tommasino, recentemente aggiornato con tanto di Twitter e foto stupende da scaricare gratuitamente (incluse quelle di Anton Corbijn). Tutto cura della Anti, ovviamente, anche se sarebbe divertente scoprire in tempo reale le twitterate di Tom: si potrebbe scoprire perché i ratti non mangiano mai per fame ma solo per affilare i propri denti. Utile non credete?!

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The Real Bob@National Portrait Gallery

Picture 4Photo©BarryFeinstein

Il Dylan reale è paradossalmente il Dylan assente. Questo mi viene da pensare guardando ciascuna delle 14 immagini esposte alla National Portrait Gallery. La mostra si chiama “Real Moments”, come il libro che include queste e molte altre foto, tutte firmate da Barry Feinstein, autore anche della copertina di “The Times they Are A-Changing”. Scattate tra il 1966 e il 1974, quando Dylan prendeva una pausa dai tour per poi tornare in scena col nuovo sound elettrico, le foto ritraggono l’icona  americana nei setting più British possibili. Il cielo grigio e piovoso di questo paese dimenticato da Dio (oggi, 24 luglio, ho indosso un maglione di lana) si addicono bene con l’artista più criptico e misterioso dei nostri tempi. 

C’è anche l’immagine che Scorsese ha usato per la copertina di “No Direction Home”: Dylan che aspetta l’Aust Ferry, nel Gloucestershire, mani in tasca, si gira scazzato verso l’occhio pronto del fotografo-amico. Basta l’istinto di mezzo secondo per generare un’immagine perfetta e immortale. Quelle di Liverpool rappresentano, invece, un vero clash culturale: lui col volto scuro, ray-ban e braccia conserte, circondato da scugnizzi che sembrano uscire da un romanzo di Charles Dickens. Oppure l’immagine di lui che crolla sopra il tavolo del ristorante, tradendo un’espressione quasi umana, dopo quella che sarebbe stata la peggiore fish soup di tutta la sua vita. “In queste foto è riflessa la fiducia reciproca, il rispetto e l’amicizia che ci univa. Mi piaceva il suo lavoro e a lui piaceva il mio. Sapeva che sarei riuscito a mostrare il suo lato interessante e io sapevo di essere in presenza di un genio” ha spiegato il fotografo. Anche se, ditemi voi, come si fa a sbagliare quando si ha davanti un volto iconico come quello di Dylan. Eppure Feinstein è riuscito a tirar fuori la sua vera essenza, il suo non esserci. Davvero Haynes non poteva scegliere un titolo migliore per il suo coraggioso film “I’m Not There” ma allo stesso tempo lo maledico: non riesco a vedere queste immagini senza pensare a Cate Blanchett, cavolo è identico! 

Chissà a cosa stava pensando quando Feinstein lo ritrae accovacciato, quasi infreddolito, in un teatro deserto. Dove sta la sua testa arruffata mentre fa un tiro di sigaretta coi fan che lo guardano come la mucca guarda il treno da dietro i finestrini. Mentre cammina veloce per strada, con addosso gli occhi di un bambino che lo fissano manco avessero davanti  un alieno. Perché è così triste quando ha di fianco quella strafiga di Francois Hardy? Forse non è triste e ha solo fumato? Che c’è figlio mio? Parla! Nessuno riuscirà mai a capirlo quest’uomo, basta leggere il testo di “Desolation Row” per capire che bisogna smettere di voler capire.

Questo è il link del sito di Feinstein, con alcune immagini della mostra ed altre. Lui oltre che essere un grande fotografo e fonte d’ispirazione per tutti quelli che come me, “ci provano”, è pure il titolare di un paio di baffi e basette notevoli. La mostra, aperta fino al 9 settembre, è gratuita mentre il libro costa appena £20 e vale la pena averlo. (PS Assurdo: i miei vicini hanno attaccato in questo preciso istante The Times they Are a-changin’ allo stereo!)

 

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Ave o BoB! (Dylan@Roundhouse)

blogbob2Non mi diverto a un concerto di Bob Dylan se non riesco ad andargli vicino. Vedere le espressioni contorte e assurde del suo volto pallidissimo e le gambine corte muoversi mentre suona la tastiera, è parte integrante dello show. E farlo in una venue storica e intima come la Roundhouse è ancora meglio. Certo non è facile avvicinarsi: il fan di Bob Dylan è paradossalmente guerrigliero, soprattutto se ha 50-60 anni e non ha intenzione, giustamente, di cedere il posto a chi è arrivato dopo. Dunque la prima metà del concerto mi sono presa una scarica di fuck off allucinante che mi hanno letteralmente tramortita. Non erano semplici fuck off erano proprio FOK OFFF pieni, ridondanti, maestosi, austeri e con relativa spintona di accompagnamento. Forse è per questo che la prima metà del concerto non mi ha presa per niente. Fatta eccezione per Tangled up in Blue, Dylan e la sua la band mi sembravano persi in blues un po’ stanchi e senza verve. Lui stava lì come a chi non gliene frega nulla di nulla ma è normale, ricordiamo che è un uomo che si è fumato tutta la foresta amazzonica e strafatto con tipetti come Brian Jones e John Lennon. Insomma, say no more. Ma lui i concerti non li fa per scelta, non può farne a meno, quella è la sua vita, il palco è la sua dimensione, il viaggio in tour è il suo sentirsi a  casa. Magari quando va realmente a casa, quei dieci giorni all’anno, lo considera un tour. Ma torniamo alla gig di ieri sera. Chi si aspettava brani dell’ultimo “Together Through Life” è stato deluso e chi si aspetta qualsiasi cosa da un concerto di Dylan rimarrà sempre deluso perché significa che non lo conosce. Non si sa mai cosa ti riserverà un suo show… Esempio: C’è un pezzo di Time Out of Mind (del 1997 e non di 40 anni fa!!!) che mi fa impazzire, Love Sick. Una volta a Perugia me la suonò addosso che ero in prima fila al Santa Giuliana ed è stato uno dei momenti più orgasmici di un concerto nella mia vita. Quando Dylan butta queste perle, le devi prendere al volo e  ne ha scritte talmente tante che ognuno ha la sua e questo è il bello. Ma sto divagando di nuovo. 

Il concerto di ieri è decollato da metà in poi con Highway 61 revisited, la band si è improvvisamente svegliata e gli arrangiamenti non erano troppo dissimili dall’originale. Poi ne ha infilzata una meglio dell’altra: Ain’t Talkin’ è stata semplicemente meravigliosa e ancora Summer Days, Like a Rolling Stone, All Along the Watchtower, Spirit on the Water e la versione del tutto rivisitata di Blowing in the Wind. C’è a chi non piace, pazienza, a me sinceramente ha stancato l’originale, figuriamoci a lui. A chi commenta dicendo: “mahaaaa peròòòò quelle vecchie le fa tutte struppie!” Vorrei ricordare che His Bobness suona molti di questi pezzi da circa 125 anni. E a chi dice: “maaaah allora perché le suonaa ancoraa se n’cha voglia?” Vorrei dire che Dylan non fa solo i vecchi successi e che stasera ne ha suonati diversi dagli ultimi album ed erano tutti gran pezzi. Mentre vorrei ricordare che i Rolling Stones, per fare un esempio, o fanno robe di 40 anni fa o sono fottuti. Poi aggiungerei una frase di Dylan: “Pete Townshend e Paul McCartney hanno scritto album perfetti in studio, dunque devono suonarli identici (sul palco). I miei non sono mai stati perfetti, dunque non capisco perché dovrei duplicarli”. 

bobblog21Per molti sentire cantare Dylan è come assistere a una pecora seviziata da un branco di rospi assassini e va bene, lo accetto ma se mi togliete l’ora alla settimana di Theme Time Radio Hour in cui fa il DJ divento matta!  Gracchia anche nel nuovo “Together Through Life” (che ho da poco ma mi sembra bello forse non come il fantastico “Modern Times” – del 2006 e non di 40 anni fa!). Ma nessuno è mai andato a vedere Bob Dylan per ascoltare una bella voce, mai. Bob ci ha spezzato il cuore quando ha venduto le sue canzoni a squallide pubblicità, non è un modello di coerenza ma ormai il trend mi sembra quello e di esempi in questo blog ne ho portati a palate. Chi lo ha amato è rimasto ferito da Dylan, sicuro, lo dicevamo anche con Eels giorni fa… anche se lui poi ha aggiunto:  “A chi non piace la musica di Bob Dylan? A Simon Cowell?! E già questo dovrebbe essere un campanello di allarme…” Insomma, dite pure che non ha mai avuto voce e che ora gracchia solamente, dite che la sua musica è stata strumentalizzata da fanatici e che i suoi album sono tra i più sequestrati nei covi delle Brigate Rosse, dite pure che si è venduto per vil danaro o rincoionimento acuto da erba spinella, ditelo perché è vero. Ma non è quello il punto. Il punto è quando mettete un cd come “Desire” dentro lo stereo o quando dal vivo vi spara la vostra perla preferita. Il resto, my friends, sono chiacchiere in the wind.

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