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Glastonbury Special: Friday, the day of the Neil

neilblobPremessa: potessi clonarmi e moltiplicarmi in 10 chiarine diverse, lo stesso, non riuscirei a seguire la metà di quello che vorrei qui dentro. Troppe e troppe cose going on! Oggi c’è persino il sole, il fango di ieri si sta lentamente sciogliendo e sono ancora adrenalinica per il concerto di Neil Young di ieri sera. Stellare, as usual. E’ entrato, ha preso in braccio la sua Les Paul, sparato a un volume mostruoso My My Hey Hey e per quel che mi riguarda, tutti gli altri chitarristi qui a Glastonbury potevano pure fare baracche, burattini e pinocchi e tornarsene a casa. Credo che Neil sia il solo mostro sacro del rock che non tema in confronto col suo passato, almeno una volta che sale sul palco visto che il nuovo “Fork in the Road”, diciamo la verità, è un po’ bruttino. Aveva comunuqe gli altri 12,980 album-capolavori da cui scegliere e l’ha fatto bene: Are you Ready for the Country?, Unknown Legend, Heart of Gold, The Needle & the Damage Done (sì, era proprio da brivido) ma anche la più recente Spirit Road che dal vivo fa sempre la sua porca figura. Neil era in superforma: stropicciato e spettinato, con un braccio dentro la manica della camicia e l’altro fuori per buona metà del concerto, perché troppo preso a infilare assoli in ogni angolo di suono. Mi sono venute in mente le parole di Booker T Jones che con lui ha registrato il suo Potato Hole: “lavorare con Neil in studio è molto divertente, parla poco ma nel volto ha sempre uno sguardo diverso e interessante e si muove in continuazione”. Appunto.

neilblog “Down by the River” è durata circa 20 ore, che tradotto in Neilyungesco significa che nei due minuti prima del bis si è fumato una canna gigante backstage e quando è tornato sul palco non si rendeva conto della durata dei suoi assoli. C’è da dire che il pubblico, era nella stessa situazione e pertanto era altrettanto felice. E non se ne voleva andare, era chiaro che gli piaceva la folla sterminata del Pyramid stage, non si era mai visto sorridere tanto. Conclude con la cover dei Beatles “A Day in the Life”, ormai è circa un anno che la propone. Forse gli piace creare quel muro disordinato e altissimo di chitarra nelle battute di crescendo prima del bridge. Quando lascia il palco la sua Les Paul è rimasta senza nemmeno una corda, ok, enough about Neil altrimenti non la finisco più. Dicevamo?  

godNon so, ho dormito solo 3 ore e su una tendopoli poco confortevole, dalla stanchezza ho anche delle simpatiche visioni molto divertenti. Cos’altro ho visto ieri? Certo, Regina Spektor, che è sempre un piacere, soprattutto dal vivo e soprattutto se ad accompagnarla non è un’intera band ma solamente qualche violino. Ha presentato brani nuovi, piano e voce, che fanno presagire a un ottimo imminente album, nella speranza che anche su disco, le canzoni rimangano arrangiate in maniera essenziale, tornando alle origini e prendendo le distanze da quel processo di poppificazione iniziato con l’ultimo “Begin to Hope”. Ha inoltre suonato Poor Little Rich Boy (con la classica drumstick sbattuta su una sedia), Après Moi, That Time, Us, divertendo il pubblico con le sue liriche sempre intelligenti ed emozionandolo con le sue abili tecniche di vocalizzazione. PS Chi non ha a casa una copia del suo “Soviet Kitsch” (2004) corra a comprarlo ORA. angina_pektorQuanto ai rumori sulla presunta gig dei The Dead Weather, erano ovviamente fondati e loro hanno pensato bene di fare questa performance fuori programma sul palco di “The Park”, ovvero nella parte opposta del campo sterminato Glastonburiano. Per arrivare è stato necessario camminare, di corsa, per 16 ore buone. Lo show si è aperto sotto le note di Sure ‘Nuff’n Yes I do di Captain Beefheart e questo la dice lunga perché la scarica di rock blues che ne è seguita è stata in grado di svegliare persino gli hippie arroccati sulle tende laterali (voci dicono che non uscivano da almeno 3 anni). Jack come batterista non è affatto prevedibile, tecnica zero ma inventiva 1000, a volte canta ma lascia quasi sempre il microfono alla Mosshart, la quale ha una gran presenza scenica. Dean Fertita, dei Queen of Stone Age, fa il suo lavoro alla chitarra anche se il boato scoppia solo alla fine quando la passa nelle mani di Jack White. Jack Lawrence (Greenhornes e con Jack White già nei Raconteurs) è un ottimo bassista ma soprattutto la musica lo ha salvato da un futuro come protagonista di una sit com americana degli ’70. 

jack_dblomosshart_blogDW_bolgMentre i Fleet Foxes, paradossalmente li ho apprezzati più qui nel gigante Pyramid stage che nella piccola venue di Londra. Le armonie e il suono uscivano in modo pressoché perfetto. La loro performance è andata oltre il solo, impeccabile ed omonimo album, arrangiando i brani conosciuti in modo diverso e presentandone di nuovi. Mykonos rimane una perla indiscussa. Spero di intervistarli presto perché sembrano dei tipi simpatici soprattutto Pecknold cha ha fatto ciao con la mano a noi fotografi mentre uscivamo (dopo le tre canzoni iniziali), ovviamente ho risposto gridando “bye” e rilanciando la manina e così è andata avanti per un po’, da una parte e l’altra, è stato molto bello. Infine ha detto “I like that girl” continuando a guardarmi ridendo e con questo – che sono sicurissima è di grande interesse a tutti gli estimatori del gruppo – ho raggiunto i miei 2 secondi di popolarità Glastonburiana e per i prossimi 10 anni sto a posto.

FF_blogInfine gli Specials, che qui a Glastonbury non avevano ancora mai suonato, hanno dato vita a un grande show. Le hanno suonate tutte, da Ghost Town a Gangsters e tutto quello che sta nel mezzo. Terry Hall è apparso con la consueta allegria di sempre, la stessa con cui si può intravedere negli angoli di Islington, North London, dove spesso, tristissimo, si aggira. Detto questo vado a fotografare quelle giovini promesse di Stills Crosby & Nash. Pare stiano attraversando la pubertà. terryspecials

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5 Volpi di Seattle, 3 mesi di fissa

E’ da luglio che ascolto quest’album almeno una volta al giorno e non mi ha ancora stufato, nemmeno un po’. Mi ripeto che dovrei darci un taglio, almeno prendere un giorno di pausa perché potrebbe andarmi presto di traverso ma non resisto, sono 40 minuti troppo sublimi per rinunciarci consapevolmente. Il debutto fantastico dei Fleet Foxes, dal titolo omonimo, è in verità uscito a giugno, qui in UK per la Bella Union, l’etichetta di Simon Raymonde (ex Cocteau Twins) in USA è invece sotto l’ottima Sub Pop. C’è poco da fare, a Raymonde piacciono solo le bands americane e non ha tutti i torti visto che al momento le cose più interessanti vengono esclusivamente, o quasi, da quelle parti. Me lo ha pure confessato lo scorso anno quando l’ho intervistato per il decimo anniversario dell’etichetta. 

Ormai ne hanno parlato tutti di questi cinque barbuti di Seattle; la bibbia (spesso bastarda) del Pitchfork gli ha addirittura dato un bel 9/10 e anche qui in UK si è creata una bella nuvoletta di hype, stavolta a ragion veduta. Loro dicono di fare un “baroque harmonic pop jams” e come definizione mi pare perfetta. I cori sono senzaltro barocchi, le melodie sfiorano il pop senza mai cadere nel prevedibile e sono arricchite da una overdose (gradevolissima) di armonie e stupefacenti passaggi melodici. Sono brani che crescono di battuta in battuta, delicatamente, insieme alle liriche, cinematografiche, è così che piano piano costruiscono un dipinto sonoro fatto di infinite sfumature. Ascoltando la splendida Tiger Mountain Peasant Song mi rendo conto che c’è poco  da fare, quando ci sono le idee, basta anche solo un arpeggio di chitarra per mandarti fuori di testa, per spedire il tuo cervello in pianeti lontani che orbitano, in questo caso, intorno a suoni psichedelico-medievali. Se ancora non l’avete ascoltato, dategli una chance, potrebbe diventare anche la vostra droga quotidiana. 

Oggi stavo per prendere un bus… con la bicicletta, ovvero gli stavo andando completamente addosso per quanto mi ero persa dentro questa canzone-filastrocca, White Winter Hymnal. Il testo è breve e si ripete mentre il brano si costruisce lentamente stratificando le armonie. Il significato lo ignoro ma è suggestivo, surreale… forse un amico di quando erano bambini che muore cadendo e sbattendo la testa sulla neve? 

I was following the pack
all swallowed in their coats
with scarves of red tied ’round their throats
to keep their little heads
from fallin’ in the snow
And I turned ’round and there you go
And, Michael, you would fall
and turn the white snow red as strawberries
in the summertime.

 

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