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London, Texas.

Sono tornata, credo. Tornata alla pioggia di Londra e agli 11 gradi delle grigie notti di giugno. Ma il Texas è rimasto nel cuore, per rimanerci. In quel di Denton ho passato giorni fantastici in compagnia dei Midlake e visitato il loro studio, una foto è pubblicata qui sul loro sito, per le altre si deve aspettare. Ora capisco perché vivono tutti a Denton: bastano due lire per comprarsi una reggia con piscina e cane incorporato. Ma è Austin il posto dove mi trasferirei all’istante e chissà che non succeda davvero…

Ogni strada percorsa rimane impressa nella memoria con una soundtrack, la scelta della musica è fondamentale in un viaggio del genere. La farm road da Kerrville verso Austin, gli alberi che si stringono formando sentieri melodici, sinuosi mentre Thirteen dei Big Star stringe un nodo alla gola. “Tell your dad to get off my back, tell him what we said ‘bout paint it black, rock’n’roll is here to stay…” La storia di due innamorati tredicenni che scoprono il rock: se non piangi ascoltando un pezzo del genere significa che hai un cuore di marzapane. Either Way degli Wilco, al tramonto, quando il cielo ha il chiaroscuro dei dubbi: “maybe you still love me, maybe you don’t, either you will or you won’t”. Le gloriose trombe di The Night they Drove Old Dixi Down disperse sul Golfo del Messico nella versione di Last Waltz (meditiamo sull’importanza di Levon Helm e The Band per il genere umano). Mi manca tutto, mancano le strade, nonostante fossero popolate da gente incapace di guidare. Fine sproloquio, si ricomincia con la giostra: autunno, e sia.

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“Rulers, Ruling all Things” premiere!

Oh mio Dio: sono passati già due mesi dall’ultima volta che ho menzionato i Midlake in questo blog! Eccovi dunque l’anteprima del nuovo video di Rulers, Ruling All Things, girato e diretto dallo stesso Tim Smith in super 8 ad Utrecht, durante un giorno di riposo del tour. Perfetto connubio di immagini e suoni, con tanto di citazione di Andrei Tarkovsky, il regista russo surrealista, di cui Tim va ghiotto (vedi la copertina di The Courage of Others, omaggio al film Andrei Rublev). Quando il tour sarà finito torneranno in studio a Denton (ne hanno uno nuovo, già travasato ed allestito, pronto all’uso) per lavorare al nuovo album. Dalle anticipazioni che mi hanno svelato, ho il presentimento sarà un lavoro decisamente yummy. Ma ci vorrà del tempo, molto tempo ancora; meglio non pensarci e tenere basse le aspettative. Aspetto dunque fiduciosa tornino a novembre per il concerto alla Roundhouse: si preannuncia già memorabile. E non ci sono dubbi che Tim porterà con sé l’immancabile super 8…

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Latitude Festival Report

Quando vedi un branco di pecorelle colorate significa o che hai esagerato con gli acidi o che sei al Latitude Festival. C’è anche una terza possibilità: hai esagerato con gli acidi al Latitude Festival. Ma non è questo il caso. La mia droga – pesante s’intende – sarebbe stata una dose massiccia di Midlake endovena, ai quali avrei fatto da fotografa personale scorrazzando allegramente avanti e indietro per il backstage.  Ma andiamo per gradi. Purtroppo mi sono persa il line-up di venerdì, dovevo intervistare Peter Buck dei REM per la sua nuova ennesima band Tired Pony (prossimamente su Busca e forse altrove). Dunque niente National, che ero molto curiosa di vedere dal vivo, niente Richard Hawley, che mi ero già gustata mesi fa e niente Wild Beasts (visti giorni fa al iTunes festival) e purtroppo niente Villagers, che più ascolto su disco e più mi convincono. Niente Spoon – dicono siano grandiosi live – e niente Laura Marling che desidero vedere da una vita e  straconsiglio a tutti i folkettoni. Bello questo post che parla di tutto ciò che mi sono persa, complimenti. Continuo. Niente Black Mountain, piacevolissima scoperta di anni fa al Greenman Festival, niente Empire of the Sun e niente Florence, ma su questi ultimi due nomi potrei aggiungere un sonoro: mastigrandissimicazz.

Arrivo al Latitude sabato pomeriggio, da sola, dopo avere appreso che nei due giorni precedenti sono avvenuti due stupri (ho appena scritto un post a riguardo, Latitude Festival: Peace & Love & Violence qui sul Rolling blog, con annessa galleria fotografica). Monto la tenda e faccio giusto in tempo a posizionarmi di fronte all’Obelisk Arena per la performance di John Grant. Splendido concerto, acustica perfetta e lui che sembrava più sciolto del solito nonostante l’enorme palco. Poi ne glisso parecchi, da Belle and Sebastian – troppo sonniferi per i miei gusti – ai XX, visti giorni prima all’iTunes Festival (e per 4-5 anni sono a posto). Chi mi ha colpito sono stati Noah and the Whale, un gruppo londinese che da diversi anni vedo aprire come supporto ai più disparati concerti e che ho sempre considerato come pop trullallero. Non più, sono cambiati. Il merito è ancora una volta di un cuore infranto: il leader Charlie Fink dopo essersi lasciato con Laura Marling, ha creato melodie ricercate e intense, proprio come il timbro della sua profonda voce. Dopo di loro, sulla Word Arena, sono arrivati gli Horrors: grandiosa scarica di punk rock ben calibrato. Splendido il crescendo finale di I Only Think of You e il tocco con cui hanno abbassato il volume di un’apocalisse in corso.

Dopo essermi sorbita qualche spettacolo alla tenda della letteratura e in quella dei film – ed essermi mangiata una pizza al cemento armato – sono dileguata in tenda, cercando di coprire il rumore assordante di fondo con Songs of Leonard Cohen (non ho mai detto di fare cose sensate). Domenica mattina, mentre guardo negli occhi un eggs & bacon roll, vengo travolta dalla voce spaziale di Tom Jones. Con lui sul palco la Gibson firebird di quel geniaccio di Ethan Johns, produttore-guru nonché sosia  del Dude nel Big Lebowski.

A seguire i giovani texani Strange Boys: un suono fuori dal tempo con una chitarra stile Stones anni ’60. Loro, invece, sono solo fuori: quando ci parlo cominciano a raccontarmi vita morte e miracoli su Lucky Luciano. Il debutto Be Brave (la titletrack è pressoché irresistibile) suona come la perfetta soundtrack per l’estate: leggero il giusto, divertente e retrò.  Ricordo che la prima volta che l’ho ascoltato ero convinta fossero una band di 50 anni fa, sono rimasta di stucco quando ho scoperto la verità. Oh well, anzi, orbene, veniamo ai Mumford & Sons: non ho amato il loro album, una produzione troppo patinata per i miei gusti, ma dal vivo, mi hanno spettinata, catturata, vivisezionata. Potenti. I Dirty Projectors sono gli ultimi cocchi di New York, uno di quei gruppi talmente pompati dai magazines inglesi che sentendoli su disco sono rimasta inevitabilmente delusa. O forse la colpa è mia che non gli ho dedicato il tempo necessario per apprezzarli. Dal vivo è un’altra storia. E’ stato divertente sentirli dal palco, in piedi accanto ai loro compaesani Grizzly Bear che li guardavano in adorazione. Art pop, avant garde rock, non saprei come descriverli ma gli effetti della chitarra intrecciati alle armonie, e a quella batteria senza tregua, hanno avuto un effetto travolgente.

Seguono i Midlake, credo di avere menzionato il loro nome una o due volte da queste parti (battutona). Tengo per me – per ora – i momenti e le foto scattate in backstage, quando sceglievano la scaletta e seguivano riti di preparazione prima di salire sul palco. Young Bride, Head Home, Acts of Man, Roscoe, Core of Nature, Winter Dies e un paio di suite d’apertura da brivido. Splendido sentire il suono uscire direttamente dalle spie del palco, quell’alchimia di flauti e chitarre del loro suono distintivo. Infine lo show dei Grizzly Bear, che sono andata vedere insieme ai Midlake: è sempre interessante sentire i pareri di altre band sui loro colleghi. Dal vivo è un suono opulento, forse anche troppo. Le nuove canzoni sembravano ottime, fanno ben promettere per il prossimo album, mentre i brani di Veckdamist, uno su tutti While You Wait for the Others, sono già classici (Dio come mi fa impazzire quell’effetto metallico di chitarra).

Fine bollettino di guerra, scritto di corsa, spero sia comprensibile. Vi lascio con il video di Roscoe, anzi, Roscow come scrivono loro sulla scaletta, per sfottersi. L’audio è abbastanza schifoso ma è l’unica chance di vedermi sul palco con i Midlake. Ovviamente con una macchina fotografica: a ciascuno il suo strumento…

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Live from Marz!

Sembra un po’ Gesù in questa foto: lo sguardo greve, fisso verso un orizzonte indefinito, e il tamburello in mano (che, come risaputo, è lo strumento preferito dal Messia). D’accordo, lo dico subito così mi tolgo il pensiero: John Grant è un uomo dagli sguardi intensi, ma sul palco non emana una fisicità carismatica. Poco importa, perché quando apre bocca fa davvero venire la pelle d’oca e non in senso figurato. Soprattutto in una venue come la Union Chapel – splendida chiesa in North London – con le alte arcate che accolgono la sua voce brividoso-baritonale in modo ancora più solonne. Vorrei dirvi di quanto è stato bello sentirgli cantare la dissacrante Jesus Hates Faggots qui dentro, ma sarò sincera: non so se l’ha fatta, non ho visto tutto il concerto, è stata per me una serata piena di eventi, altrettanto mistici. E’ qui la differenza tra un famoso giornalista e una pellegrina come me: il famoso giornalista recensisce le canzoni che non ha mai sentito (e che forse non sono mai state suonate) perché 20 minuti dopo il concerto è già sul taxi verso casa, io racconto la paccottiglia di budella che si forma sullo stomaco quando la musica viene senza dubbio suonata.

Eppure l’ho visto un concerto intero di Grant, giorni fa, alla serata organizzata da Mojo, il magazine-guru  che lo ha anche proposto come Best Breakthrough Act del 2010. Quando attacca con TC & Honeybear e subito dopo Sigourney Weaver, ha già rapito ogni senso di noi che l’ascoltiamo, imbalsamati a nostra volta. Sul palco racconta la storia di quando da bambino andava sempre a mangiare caramelle in un negozietto della sua città, la minuscola Buchanan, Michigan. E di quando vi è tornato da adulto per trovarci la stessa proprietaria, che porgendogli un menu vecchio di 100 anni, lo ha aiutato a scrivere il testo della sua canzone preferita: I Wanna Go To Marz (Marz è appunto il nome del negozio). John ha una passione totale per i dolci, mentre lo intervistavo prima del concerto, si mangiava un muffin gigante. Persona intensa, che avesse un gran senso dell’umorismo lo si capiva già dai testi, della sua passione e predisposizione per le lingue straniere invece non ne sapevo nulla.

Torniamo al concerto, la band che lo accompagna non fa errori eppure si sente che tratta le canzoni come chi le ha solo prese in prestito da un altro gruppo. La chitarra arriva anche ad essere virtuosa ma non è sul virtuosismo che si basa il suono dell’album registrato, appunto, insieme ai Midlake (vi ho mai parlato di questa band?!). Ma sono piano e voce ad essere protagonisti del live show, il sintetizzatore (forse a volumi troppo bassi?) e tutti gli altri strumenti devono solo reggere quelle melodie stile Carpenters del XXI secolo, senza invaderle. Silver Platter fa ballare tutti anche se manca qualcosa, anzi, una sola cosa: la seconda e contrastante voce, mentre Grant tiene il refrain sulla tonalità più alta. Jesus Hates Faggots – uno dei giri di bassi più gustosi di tutto l’album – viene presentata come una “vecchia filastrocca” di quand’era bambino, facendo schiattare dal ridere il pubblico, un po’ come quando canta: “Remember when we used to fuck all night? Neither I cause we always passed out…”. Queen of Denmark irrompe come fosse già un superclassicone mentre Drugs, presa dal reportorio con i Czars, è una ballata al piano fatta di una bellezza ipnotica. Per il bis torna sul palco senza band, con Caramel, augurandosi di non sbagliare le parole; pare non sia facile suonarla e cantarla allo stesso tempo. Ma la sensazione è che Grant sia di un’insicurezza senza uguali, mi viene da pensare che se sbaglia è solo perché ha paura di sbagliare. A fine concerto ero talmente inebriata dalla sua voce fuori dal tempo che mi sono pure accaparrata il vinile, come dichiarazione d’intento: voglio sostenere in ogni modo questa musica, cazzo.

Sul Buscadero di luglio troverete l’intervistona e servizio fotografico. Vado ad abbattermi, sono davvero lessa, spero di avere scritto in una lingua più o meno comprensibile (sono i temibili giorni della ceppa, ovvero tutti gli artisti in fase promozione in congiunzione con lavoro allo studio fotografico e il cervello rimasto in orbita su Marz da giorni).

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I wanna go to Marz: video premiere!

Magari la fine sarà proprio questa: un party tra bambini di liquirizia, uomini-caramella e noi ingoigliati da un dilagante blob di marshmallow… Non lo so, ma so che da quando ho smesso di cercare un senso alla vita tutto ha cominciato ad avere più senso. Che non mi angoscio più per le stronzate, che ho solo voglia di ridere e  vivere finché vita ce ne è, ancora per poco. E che non vedo l’ora di conoscere quest’uomo fantastico, John Grant, che con l’aiuto dei miei adorati Midlake ha realizzato uno degli album più belli di quest’anno, Queen of Denmark. Un video perfetto per una canzone altrettanto perfetta. (Regia di Casey Raymond e Ewan Jones Morris)

Bittersweet Strawberry Marshmallow Butterscotch, Polar Bear Cashew, Dixieland, Phosphate, Chocolate, Lime Tutti Frutti Special, Raspberry, Leave it to Me, Three Grace, Scotch Lassie, Cherry Smash, Lemon Freeze

I wanna go to Marz, where Green Rivers flow, and your sweet sixteen is waitin for you after the show, I wanna go to Marz, you’ll meet the Goldust Twins tonight, you’ll get your heart’s desire, I will meet you under the lights

Golden Champagne, Juicy Grapefruit, Lucky Monday, High School Football, Hot Fudge Buffalo, Tulip Sundae, Almond Caramel Frappe, Pineapple, Root Beer, Black and White, Big Apple, Henry Ford, Sweetheart, Maple Tear

I wanna go to Marz, where Green Rivers flow, and your sweet sixteen is waitin for you after the show, I wanna go to Marz, you’ll meet the Goldust Twins tonight, you’ll get your heart’s desire, I will meet you under the lights.

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Grant, Queen of Denmark

Sembra giusto che la seconda megafissa ufficiale di quest’anno sia John Grant e il suo splendido debutto solista Queen of Denmark. E’ giusto perchè a consigliarmelo sono stati coloro i quali mi hanno letteralmente rintronata con la prima megafissa-2010, i Midlake. Innanzitutto, definizione di megafissa ufficiale= bisogno impellente e irrefrenabile di ascoltare un album almeno una volta al giorno per almeno un mese di seguito.

La storia è la seguente. Quando i Czars si sciolgono, John Grant si trova solo con la sua tastiera e un mucchio di canzoni tra le mani ad aprire per Flaming Lips e Midlake. Quest’ultimi s’innamorano perdutamente della sua musica e lo invitano a Denton, Texas, nel loro studio a registrare durante i momenti di pausa dal Courage of Others. John Grant, ringrazia, lascia Denver alle spalle e li segue. Della produzione se ne occupano Paul Alexander (basso) e Eric Pulido (chitarra) che, da quel che mi hanno detto, ci hanno messo un bel pezzo di anima. A suonare sono tutti i Midlake, con i loro flauti e chitarre. Dunque immaginatevi: una voce baritonale spaziale, suoni vintage da viaggio nel tempo, melodie che si insinuano dolcemente in testa, strambi suoni di tastiera che si fondono con le più classiche ballate al piano. Poi ci sono i testi: il punto d’incontro della più fervida immaginazione con il comico, il cinico e l’introspettivo. Ricordo che la prima volta che ho ascoltato Sigourney Weaver ero in vespa, al semaforo di London bridge: sono scoppiata a ridere come una deficiente. Intorno a quei versi c’è un’ipnotica ballata con una tastiera alla David Bowie di Life on Mars?

Non che sia facile essere omosessuali in un paese omofobico come il Colorado (fatevelo dire da una che c’ha vissuto per 6 mesi in mezzo a quelle montagne, al termine dei quali si sentiva come Jack Nicholson su The Shining). Ma il modo tagliente quanto divertente  con cui John Grant esprime il suo disagio lo trovo illuminante, “Cause Jesus, he hates Faggots son” (Gesù odia i finocchi) e chissà che darei per  sentirgliela cantare per intero davanti ai bigottoni di Focus on the Family del Colorado. Dal confronto con il resto del mondo a volte Grant ne esce sconfitto: “I wanted to change the world, but I could not even change my underwear” altre se ne fotte “Cause I can’t be bothered with the likes of you” altre invece, ci balla sopra semplicemente, come nel ragtime di Silver Platter Club.

Queen of Denmark è uno di quegli album a cui un musicista arriva solo dopo essersi smontato e rimontato pezzo per pezzo, senza paura di liberare ogni pensiero e farlo esplodere nel modo più genuino possibile. E sarà proprio una sensazione di autenticità a rimbombare nelle vostre orecchie insieme al graffiante crescendo finale di Queen of Denmark, la titletrack. Scommettiamo che vi basterà ascoltare le prime tre tracce per innamorarvene per sempre? Intanto vi passo la numero 2, I Wanna Go To Marz, questo il link per scaricarla. Poi fatemi sapere se scatta anche a voi… una clamorosa megafissa ufficiale.

PS  L’etichetta è Bella Union: ormai è chiaro che i gusti di Simon Raymonde sono una garanzia.

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Midlake: it’s a drug!

Ho sviluppato una preoccupante dipendenza al nuovo album dei Midlake, The Courage of OThers. E’ una droga: avvicinatevi con cautela. E come succede per la musica che adoro, la sostengo con tutte le forze. Ieri mi è scppato un articolone sul Secolo XIX (questo il link) e la mattina su Radio19, l’emittente del quotidiano, ne ho parlato in diretta. Erano le 7,45am, avevo dormito 3 ore e con ogni probabilità ho detto una moltitudine di cazzate. Ma sentire Acts of Man risuonare in una radio italiana grazie al mio articolo mi ha dato la forza di andare avanti, tanto per riallacciarci ad una recente discussione.

Sul Buscadero di aprile troverete la mia lunga intervista a Tim Smith, cantante ed autore di ciascun brano. Mentre questo è il link al Rolling blog con recensione e foto dello show di Londra. Ed ora vi prometto che almeno fino a novembre non ve li nomino più. Credo.

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