Nick Cave & the Bad Seeds… London showcase

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Un bel giorno Dio creò Nick Cave e disse: “Ecco, tu sei l’ultimo. Usa bene i tuoi poteri perché non ho più voglia di fare cantautori di questa caratura. Tra l’altro, ho pure finito le superpile della creatività illimitata”. Così leggono le sacre scritture. Per questo, dopo trenta anni di carriera, due album con i Birthday Party, quindici con i Bad Seeds e un altro paio con i Grinderman, noi siamo ancora qui, ad aspettare ogni suo lavoro con un’eccitazione che non viene delusa. Push The Sky  Away ci ha colti di sorpresa (la copertina con la ragazza nuda, un po’ meno). Sono nove canzoni che si muovono a ritmi lenti, sinuosi, lontane dalle esplosioni di rock brutale dei Grinderman ma ugualmente maestose. “Mentre ci lavoravamo, ci siamo accorti che stava diventando un album molto bello e melodico” dichiara Cave nel breve documentario che precede lo showcase di stasera al Her Majesty’s theatre. Solo 1.200 i presenti e seduti alle mie spalle ci sono tre quinti della rock band londinese Jim Jones Revue, che per la cronaca, sono prodotti dal batterista dei Bad Seeds, Jim Sclavunus.

Questa intima venue in genere non è utilizzata per concerti rock, piuttosto è casa del musical Il Fantasma dell’Opera. Appunto. Con la sua estetica gotica e imponente, sembra il luogo perfetto per inscenare le murder ballads di Cave. Sul palco sono una decina, compresa una sezione d’archi e un coro di bambini. Nick Cave è l’ultimo a salire, sulle note della splendida We No Who U R: lentamente si schiude davanti ai nostri occhi un mondo in cui gli alberi se ne infischiano di cosa cantano gli uccellini e dove “non c’è bisogno di perdonare”. “Eseguiremo il nuovo album nella sua interezza, seguendo l’ordine delle canzoni; sapete, ha una certa narrativa…” dice il frontman dopo avere salutato il pubblico. La scelta è coraggiosa. Ma sembra chiaro che qui dentro apparteniamo tutti alla vecchia scuola e l’ordine delle canzoni è d’importanza vitale per chi passa il tempo ad ammirare le copertine dei vinili, sotto il fruscio del giradischi. Resta di fatto che Push The Sky Away non è immediato, al contrario cresce con ogni ascolto, rivelando suoni e sentimenti diversi di volta in volta. Ma la band è impeccabile, coinvolge il pubblico senza mai perdere la sua attenzione. Warren Ellis, che sia al violino, flauto, chitarra o organo, resta l’ingrediente essenziale. Sembra quasi sia lui stesso il generatore d’elettricità mentre gioca col trenino di effetti apparecchiato ai piedi. Water’s Edge è un torbido racconto di violenza sessuale, ricco di metafore in perfetto stile Cave (le gambe “si aprono come bibbie” mentre “invecchi e diventi freddo”). You grow old, you grow cold. Le parole sono enfatizzate allo sfinimento: è un profeta depravato con una voce in grado di farti trasalire (persino quando dice una banalità, parola della sottoscritta che l’ha intervistato).

In Jubilee Street entriamo dentro un bordello passando attraverso il corridoio di una chiesa, fino a scontrarci con un climax apocalittico, scandito dal beat incessante di Sclavunus. Cave si muove a scatti trascinando il suo carisma: danza in modo bizzarro mentre punta il dito minaccioso sulle prime file. Mermaids è da brivido. E bisogna essere dei geni del male per servirsi di un coro di bambini in una canzone con un incipit del genere: “She was a catch, we were a match, I was the match who would fire up her snatch” (lei era una bella presa, eravamo una bella coppia, ero il fiammifero che infuocava la sua, ehm…). Non sono in molti a poter recitare un testo del genere senza apparire ridicoli. A volte riesce ad essere così grottesco che quando lo guardo non posso fare a meno di pensare all’ormai celebre fumetto a lui ispirato, ovvero Doctor Cave di Krent Able, un genio dell’assurdo (se non lo conoscete ancora, ve lo consiglio caldamente).

Higgs Boson Blues ha un titolo “fastidiosamente lungo” puntualizza l’autore, prima di portarci in un viaggio surreale durante cui incontreremo il demonio e Robert Johnson, guideremo fino a un torrido hotel di Memphis e guarderemo Hanna Montana –  il pubblico sogghigna – piangere con i delfini. “Questo era l’album, credo sia pretty fucking cool, ascoltatelo un paio di volte” suggerisce dopo il perfetto epilogo della titletrack. Ma lo show non è finito, Warren Ellis si posiziona davanti alla piccola orchestra di violinisti e diventa un conduttore posseduto dal demonio per la macabra From Her To Eternity. (Noto con piacere che i bambini sono ancora sul palco che battono il tempo con i piedi: che darei per sapere cosa sogneranno stanotte). Per la gioia dei fans seguono i classici Jack the Ripper e The Ship Song. Sono circa due ore che Cave saltella avvicinandosi a bordo palco, è chiaro che vorrebbe raggiungere il pubblico per poter scagliare da più vicino le sue parole. Alla fine confessa: “Non posso oltrepassare la linea, c’è questo maledetto avviso che dice di non camminare sulla griglia. Mi pare un po’ presto nel tour per spaccarsi una gamba!”.

Stagger Lee è nella sua versione estesa, quella in cui il diavolo viene ammazzato con quattro colpi di pistola nella “fottuta testa”: lui dimentica le parole sul più bello ma si riprende con gran classe, rendendo la performance ancora più viva. L’unica pecca sono stati proprio quei fogli con i testi che cadevano dal leggio e svolazzavano da una parte all’altra del palco. Doctor Cave, paroliere senza fondo, corvaccio dalle gambe lunghe e secche e la capigliatura da fumetto, davvero non ricordi i tuoi versi? Proprio tu? Ma lamentarsi di un concerto stellare, sarebbe un crimine.

3 commenti

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3 risposte a “Nick Cave & the Bad Seeds… London showcase

  1. linobrunetti

    Grande Chi! Bentornata!

  2. Wow, di nuovo movimento su queste pagine!

  3. andrea

    A luglio a Lucca🙂

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