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Dylan palesati: agli italiani rode il culo

Ho amici in tutto il mondo; sulla timeline di Facebook scorrono pensieri dall’India all’Australia, da Piave Pajaccia a Honolulu, da Tokyo al deserto del Mojave. Eppure i post al veleno basati su zero informazioni che supportino le proprie tesi riguardo Dylan, hanno tutti la stessa origine: l’Italia. Apprezzo il confronto, ho gioito per il suo Nobel ma ho anche ascoltato con piacere e interesse gli amici che pur amandolo – o anche no – si ponevano domande legittime: quanti altri scrittori e poeti meno celebri lo avrebbero meritato? Non avrebbe dovuto vincerlo una trentina di anni fa? C’era bisogno di un Nobel per legittimare il potere letterario di un testo? Possono considerarsi dei versi di canzone in maniera del tutto staccata dalla melodia che accompagnano? E così via.

Mi rendo conto sia fastidioso leggere una generalizzazione del genere ma dopo avere osservato per mesi in silenzio e letto centinaia di post fino all’ennesima minchiata di oggi (il post pubblico di un presunto giornalista e autore che critica Patti Smith – “una delle più grandi e svergognate approfittatrici della storia del rock” – per avere accettato l’invito della Commissione di Stoccolma) non riesco più a trattenermi. Agli italiani rode il culo, è un dato di fatto. Ho letto tweet e commenti di giornalisti italiani – famosi perché partecipano a spettacoli di intrattenimento televisivo – che ridicolizzavano il Nobel di Dylan salvo conoscerne i testi. E badate, è antipatico fare nome e cognomi ma se scrivo questo è perché ho la certezza di ciò che dico. Non lo conoscono eppure ne parlano male attraverso un profilo pubblico guadagnato a suon di talent show. Ma allora, la tua critica, a cosa serve? Quale discussione interessante può scaturire se conosci solo due frasi di Blowing in the Wind o se disgraziatamente ti capitasse di ascoltare i suoi brani alla radio, non sei in grado di capire tre parole di fila? (molti di tali giornalisti inciampano vergognosamente sull’inglese). Persino noi fan abbiamo difficoltà a conoscere l’immensa mole di lavoro che ha prodotto, figurarsi. Che poi si ridicolizzano da soli. Come diceva Nanni Moretti: «Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia io? Parlo mai di neuropsichiatria? Di botanica? Di algebra? Di agiografia greca?… ». Perché nel nostro paese leggere critiche con cognizioni di causa è utopistico? A cosa minchia serve il giornalismo?

Tutti sanno cosa avrebbero fatto se fossero Bob Dylan: si sarebbero presentati per dio! Oppure non avrebbero preso tutto quel denaro, è logico! Nessuno si pone il quesito di cosa significa svegliarsi la mattina ed essere Bob Dylan. Di cosa significa avere oggi un mondo diverso perché si è venuti al mondo, perché loro, come me, fossero nati o meno, non sarebbe cambiato assolutamente nulla. A nessuno è venuto in mente che un uomo di 75 anni possa non stare bene fisicamente o di testa? Beati voi. Perché io non riesco a pensare ad altro da settimane, soprattutto dopo un anno così funesto. Mi sono giunte voci di un altro gigante della musica – insospettabile – che avrebbe perso la facoltà di parlare normalmente in pubblico e dunque sì che ci penso. Magari Dylan non ha “scapocciato” come temo, e si sta semplicemente comportando da Dylan, chi lo segue da anni sa cosa intendo. Ricordiamo anche di come sia riuscito a tenere completamente blindata la propria vita privata, di come online non esista neppure mezza foto o dichiarazione della ex moglie e musa Sara, ad esempio. Non sapremo mai i veri motivi ma nel dubbio ci piace sputare veleno, perché agli italiani rode il culo, e forte.

Ora vi chiedo, senza supponenza ma con il cuore in mano: cosa diavolo vi è successo? Perché i miei amici anglosassoni – inclusi artisti di rilievo per dire – non fanno altro che dirmi: “Amo la passione di voi italiani, noi inglesi siamo cresciuti con intorno gente che nascondeva di continuo le proprie emozioni”. Dove è finita quella passione? Il grande cuore degli italiani, così caldi e alla mano rispetto agli algidi britannici? Facebook ha dato voce a ogni pensiero da bar di chicchessia (sempre bella sta parola) ma qualcuno sa spiegarmi storicamente da dove originano le spremute di vomito gratuite? Il livore esiste ovunque, ovvio ma perché è così concentrato nel nostro paese?

Coraggio, ritrovate quella passione che vi ha reso adorabili e unici in tutto il mondo. Criticate chi volete, buttate quintalate di merda su Dylan se lo ritenete opportuno ma argomentatela, cazzo. E se non vi commuovete neppure davanti a questo video della più dolce Patti Smith di sempre, state attenti, perché un pollo di plastica marcio ha preso il posto del vostro cuore. E non sono tempi questi per lasciare accadere cose del genere.

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The Promise of Bruce

(Photo: Bruce durante il Q&A alla BFI, Londra 2010. Il cappellino marrone e beige che sbuca da sotto è di Damon Gough…)

C’è poco da fare: l’arrivo di Bruce Springsteen al red carpet del BFI è quello di una star. Con una giacchina di pelle e occhiali scuri per coprirsi dalla mitragliata di flash, posa per i fan e fotografi prima di entrare nella venue dell’evento. Noi siamo già entrati, accanto a me c’è Damon Gough, leader dei Badly Drawn Boy, lo vedo e mi domando: ci dormirà pure con quel cappellino? Un quesito che dopo tre bicchieri di champagne scolati in due nanosecondi, assume una certa importanza. Quando il Boss entra, lo assalgono anche i giornalisti per fargli foto, (odio le paparazzate e non mi presto). Il punto è che lui è uno di quei mostri sacri che piega come burro anche gli addetti ai lavori con mille anni di esperienza. Chi mi legge, sa che non sono affatto una Springsteeniana, ma so riconoscere una leggenda, del passato, ma pur sempre leggenda. The Darkness on the Edge of Town è l’unico album che conosco davvero bene, perché consigliato da un amico fidato.

Siamo qui proprio per questo, la premiere del documentario The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town, 85 minuti di footage ripresi tra il 1976 e il 1978, dentro e fuori lo studio di registrazione. Più qualche recente intervista a Bruce, E Street Band, Patti Smith (riguardo Because the Night ovviamente) e Jon Landau. Lunedì aprirà anche al Festival di Roma. Chiaro: è un film per maniaci musicali o del Boss o entrambi. A me ha fatto impazzire. Mi ha colpito la pignoleria di Springsteen in studio, il modo in cui le canzoni gli apparivano in testa sottoforma di visioni sonore, alle quali intendeva far fede a tutti i costi, sudando sangue. Che dire del suo libro di appunti gigantesco, con tutti i testi e le idee immortalate a penna? Lo conserva tutt’oggi, non ha rovinato nemmeno una pagina nonostante sia uno di quei quaderni ad anelli (che noi comuni mortali in genere sfasciamo dopo 3 secondi). “Guarda a che punto è Racing in the Street!” dice in un’intervista di oggi Bruce, indicando la metà dell’enorme bloc notes. Ed è quello il bello: le dieci canzoni che sono arrivate al cut finale dell’album, erano in principio un miliardo. “Fino all’ultimo non sapevamo quali avrebbe scelto – dice un E street membro (perdono, non ricordo quale) – ma ogni volta che gli dicevamo che un pezzo sembrava una hit e lui non voleva essere rappresentato con quella canzone, decideva di lasciarla fuori”. Ci vogliono due palle tante per fare scelte del genere. Anche Because the Night fa parte di quelle sessioni, lui non era riuscito ad estrapolarne la love song resa da Patti Smith: quel brano è loro figlio.

Interessante anche vederlo alle prese con lo studio, quando era troppo giovane per rendersi conto che tutto è un trade off, proprio come nella vita. Ovvero, se vuoi un suono potente di chitarra devi sacrificare la batteria e viceversa. Lui, invece, voleva tutto e non capiva perché non riusciva ad ottenere quel disco Leviatano che risuonava così bene nel suo cervello. Voleva l’energia live in studio, il Sacro Graal di ogni band che “suona davvero”, se capite che intendo. Darkness on the Edge of Town alla fine è un concept album che ha come temi il crescere ed assumersi responsabilità, il rendersi conto che non si può avere tutto dalla vita, il capire quali siano i compromessi da accettare e quelli su cui non cedere fino alla morte. L’onestà con cui il Boss ripensa oggi a quei momenti di massima ispirazione e ai sentimenti che li guidavano, è quasi commovente. Diciamolo, il documentario è splendido per i filmati vintage che contiene ma è molto serio, lineare, forse manca di climax, soprattutto nella parte finale dell’editing.

Al Q&A compare Bruce, il regista Thom Zymny, Jon Landau e un giornalista (domande scialbe, conversazione moscina purtroppo). E quando Bruce parla non riesco a togliermi di testa l’episodio nuovo di South Park visto la sera prima, in cui gli abitanti del New Jersey, tutti tamarrissimi, diventano una malattia nazionale da eliminare perché minacciano di invadere tutta l’America e il Medio Oriente. Davvero, scusate, come straminchia sbiascica Bruce?!

Per il gran finale della serata si torna nella stanza della reception e pare di essere di nuovo negli anni ’70 (oh come me li ricordo!), quando l’industria musicale aveva pecunia. Non riuscivo a finire un bicchiere di vino che se ne materializzava subito un altro in mano, tartine di sushi, dessert buonerrimi. Ieri sera è stato come uno squarcio nel passato, gran parte delle persone presenti hanno fatto parte dell’entourage di Bruce di anni fa, me lo ha confermato un mio amico (colui che mi ha gentilmente invitata) e che riconosceva un po’ tutti. Lui la nostalgia la tagliava col coltello.

Bruce ormai fa album orrendi, diciamolo. Dal vivo non sa rinnovarsi e per potente che sia, dovrà rendersi conto che non può andare avanti per sempre con le stesse hits di cento anni fa. Ora però, sono io a rendermi conto più che mai quanto debba essere difficile sopravvivere ad album impeccabile come quello e anzi, trovare la forza e l’ispirazione per farne altri buoni. Quando si tocca la perfezione, quando dentro lo studio la E band era come una famiglia, quando battendo le bacchette su un piano, usciva irrefrenabile una melodia, quando il destino ha voluto che fosse il momento giusto per tutti. Quando le cose devono succedere, succedono. Ed è un peccato mortale non afferrare le occasioni della vita. Grazie Bruce per quest’album e per il fottuto hangover di cui mi hai fatto dono oggi.

(il documentario sarà parte del box set deluxe big mac alla modifica cifra di tre milioni di dollari e distribuito dalla Sony).

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“Howl” & this beatnik heart


Photo©Cynthia Wood 2010

Oggi, mentre guardavo Howl al press screening del London Film Festival, provavo ad immaginarmi giornalista in quegli anni. Chissà cosa significava registrare su quelle bobine giganti mi chiedevo mentre in tasca avevo un dictaphone digitale grande quanto un cotton fioc. Come sarebbe stato intervistare Allen Ginsberg? Non era certo affascinante, nell’estetica, quanto James Franco. Eppure quell’attore è un fottuto genio, lo interpreta così bene da farci credere sia la reincarnazione.

Guardavo Howl e ripensavo alla prima volta che ho letto quella poesia squarciatesta, all’edizione che ho nella sua copertina originale, ripensavo a JS che me l’ha regalata qualche natale fa, prima di mollarmi. Pensavo alla prima volta che ho visitato San Francisco, al mio sguardo che incrociava il leggendario City Light Book. Tanta storia là dentro, che continuerà a raccontarsi, inesorabile negli anni. Però chissà cosa accadrà ai libri. Saranno davvero tutti rimpiazzati da questi dannati cosini elettronici? Diventeranno gioie rare, come il vinile? Oggetti di feticismo di noi bastardi romantici, nauseabondi nostalgici, intrappolati nei labirinti del ricordo, anche di tempi mai vissuti.

Forse non è un caso che abbiano programmato il film questa settimana, la stessa del San Francisco Literary Festival in cui erano ospiti, tra gli altri, Tom Waits, Patti Smith, Lenny Kayne e Steve Earle; belli e sorridenti nell’immagine qui sopra. Tutti pronti ad onorare il vero paperback bohemien, Lawrence Ferlinghetti (c’era anche lui sul film, interpretato da non so chi). Tom Waits e Patti Smith: gli ultimi poeti della beatnik generation. Ma cos’è sta beatnik generation? “Non è nulla – dice Ginsberg – sono solo degli autori che cercano di essere pubblicati”. Howl aprì la porta e On The Road di Jack Kerouac la oltrepassò subito dopo a cento miglia all’ora. Howl spalancò le menti, fece pensare in modo libero all’onestà intellettuale dell’autore. Portò dignità al pompino ed a qulasiasi altra parola che lo scrittore ritiene pertinente per dare un filo logico ai propri pensieri, sconnessi che siano. E poi, chi era Carl Salomon a cui Ginsberg dedica la poesia? Che importa se non è mai esistito? Dove finiscono le parole di Salomon e iniziano quelle di Ginsberg, nessuno può dirlo. Intanto il mio socio, per una buffa coincidenza, mi scrive da New York, dice che mi ha comprato un vecchia raccolta di poesie di Patti Smith autografata. Ricordo mamma Patti appena ragazzina, addescata dentro un diner da Ginsberg, che l’aveva scambiata per un maschio (da Just Kids, libro dell’anno).

Penso alle parole di Ginsberg, alla sfida di ogni scrittore: essere fedeli alla musa dentro se stessi, ovvero scrivere come si pensa, scrivere quello che si è. Lasciare che le parole ti escano dalle budella, far sì che il tuo stile corrisponda alla tua vera essenza. Patti Smith lo fa. Tom Waits lo fa. Ginsberg lo faceva.

Howl, il libro, ha vinto il processo per la libertà d’espressione nel 1957, possiamo dire quello che ci pare. Che non significa riempire di merda ogni spazio pubblicabile dell’universo, virtuale e non. Il film è proprio incentrato nella corte di tribunale, poi spazia tra le interviste di James Franco-Ginsberg, cerca di definire il suo profilo, si insinua nelle nottate fumose in cui leggeva i suoi scritti agli amici e fan. Infine ci sono, ovviamente, i versi di Howl, accompagnati da animazioni quasi lisergiche. Ma consiglio chiudere gli occhi, sentire dentro ogni parola ed affidarsi solo alla propria immaginazione… Buon viaggio.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix…

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Patti & Robert: “Just Kids”

Patti Smith©chiarameattelli_2010

E’ con questo sorriso raggiante che entra alla Union Chapel di Islington, in mano ha il suo nuovo libro Just Kids e dei fiori sulle spalle. Patti Smith è mia madre. Le devo tutto, le devo la vita, quella artistica s’intende. E’ stato un altro concerto da brivido, commovente, spiritualmente punk: con i suoi sputacchi che rimbombano in chiesa e lei che copre la bocca ogni volta le scappa un “fuck” di troppo. Il suo carisma è ancora fulminante. Legge intere pagine dal nuovo libro, infilando canzoni qua e là: l’amata My Blakean Year, una fotonica Redondo Beach, una Birdland teatrale, Dancing Barefoot, fino ad arrivare a Because The Night e People Have the Power con noi sotto il palco ad aiutarla nel coro. Sarebbero dovuti essere in due, lei e il pianista, ma quando gli amici londinesi hanno saputo del suo arrivo si sono fiondati ad aiutarla: Seb Rockford alla batteria (di cui avevo già ammirato la capigliatura spaziale durante un set con Marc Ribot) e il folktronico Patrick Wolf al violino. Anche Kevin Shields – il My Bloody Valentine – è apparso come ospite in alcuni pezzi, come già accaduto allo scorso Meltdown Festival.

Sul mio Rolling blog troverete la galleria fotografica dello show e un post ispirato dal concerto, dalla nostra successiva stretta di mano e soprattutto dal suo libro Just Kids, il mio universo di questi giorni.

Dentro quelle pagine ci sono lei e Robert Mapplethorpe ventenni, senza una lira in tasca ed una irrefrenabile vocazione per l’arte. Patti e Robert: amanti, compagni, improbabili sposi, anime affini il cui incontro era scritto nelle stelle. Anzi, in una stella color blu, secondo Mapplethorpe il simbolo della loro unione, eterna. Patti e Robert: due artisti in ascesa verso un successo a cui sembravano destinati da sempre. E’ la prima volta che Patti si apre tanto scrivendo in prosa, anche se spesso le sue frasi assumono l’intensità di versi di poesia. Non manca nemmeno l’umorismo, come quando racconta delle difficoltà superate grazie al karma inamovibile: I’m Free, I’m Free, I’m Free… Che nei momenti peggiori si tramutava nel disperato: I’m Hungry, I’m Hungry, I’m Hungry! Leggerete anche del dolore di una ventenne coraggiosa che lascia il proprio figlio in adozione e del suo amore viscerale per Rimbaud e gli altri artisti defunti a cui pensava con lo stesso fervore con cui si pensano i vivi. Nei suoi versi troverete ispirazione e comincerete a credere che nulla accade per caso: il modo in cui lascia le mura familiari e incontra Mapplethorpe ne sono la prova.

Tutto intorno c’è la New York degli anni ’60 e ’70, e gli eventi più importanti della nostra generazione, vissuti tutti attraverso la vita di questa artista, rimasta pura e pelosamente incorruttibile persino a 64 anni. In Just Kids ci sono la vita e i pensieri di due persone straordinarie, la cui visione artistica congiunta avrebbe per sempre cambiato i mondi del rock e della fotografia così come li intendiamo oggi.

Patti Smith©chiarameattelli_2010

PS Notare il segnalibro con la scritta “Allen”, dove sta l’aneddoto del casuale incontro con Ginsberg. Lui l’ha scambiata per un ragazzo, per questo le aveva donato i pochi spicci per comprarsi un panino al formaggio…

PPS Patti Smith suonerà il prossimo mercoledì 31 marzo a Lugano.

PPS Non fatemi morire senza avere prima intervistato Patti Smith di persona, please.

PPPS: Link alla recensione del libro sul Secolo XIX

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Ornette Coleman’s Meltdown

Picture 6Finisce così, con un concerto stellare del sassofonista e compositore Ornette Coleman, quest’ultima edizione del Meltdown (14-21 giugno), festival imperdibile qui a Londra. Domenica sera, con lui sul palco della Royal Festival Hall, si sono incrociati una miriade di universi musicali: dai ritmi marocchini dei Master Musicians of Jajouka al contrabbasso di Charlie Haden e il basso di Flea dei Red Hot Chili Peppers. E’ proprio quello il bello del Meltdown: le collaborazioni più impensabili diventano realtà, soprattutto quando il suo “curator” ovvero colui il quale decide il line-up degli artisti, è Ornette Coleman, padre del free jazz e uno dei compositori più influenti, anzi, influential, del nostro tempo. Prima di lui ci sono stati David Bowie, John Peel, Morrissey, Robert Wyatt (guest anche in quest’ultima edizione), Massive Attack, Jarvis Cocker, giusto per nominarne alcuni. A rendere speciale il Meltdown non sono solo i concerti ma anche l’atmosfera che si vive. Tutto si svolge nell’accrocchio di Southbank, ovvero alla Royal Festival Hall e alla Queen Elizabeth Hall, improvvisamente sovrappopolati da una moltitudine di artisti. Basta girarsi nella hall per trovarsi accanto Johnny Marr degli Smiths o incrociare Mick Jones o scorgere dalla lontananza la capigliatura perfetta di Paul Weller. Credo ci sia qualcosa di molto poetico nel vedere gli artisti diventare a loro volta fans tra i fans.

marc_mdMa torniamo a Ornette Coleman, il teorizzatore delle “harmolodics”. Si tratta di una filosofia secondo cui ritmo, tempo, melodia, armonia e tutto quello che c’è sullo spartito, assume la stessa valenza, così che si possano rompere le regole precostituite ed elevare la musica alla più libera forma d’espressione. “Eppure ci sono delle regole anche nel free jazz” mi spiega quel geniaccio di Marc Ribot mentre ci allontaniamo dal soundcheck per fare una chiaccherata nel backstage. L’intervista uscirà sul Buscadero di settembre e avverto subito che sarà in qualche modo “viziata” dal fatto che Marc, oltre che un caro amico, è la persona che forse più stimo al mondo. Ad ogni modo, tra le altre cose, abbiamo parlato di cosa significa improvvisare e delle tecniche “armolodiche” che lui ha utilizzato non solo nel free jazz ma anche nelle canzoni di Tom Waits, soprattutto nei blues. E’ stata una vera e propria epifania. Non fosse stato per Marc sarei andata al concerto di Yoko Ono, programmato per la stessa sera, e con ogni probabilità sarei impazzita al suono irritante della sua voce (nonostante il duetto a sorpresa con Antony Hegarty). Con lei sul palco anche Mark Ronson e il figlio Sean Lennon: spero non abbia detto “ciao mamma” come l’ultima volta che l’ho visto suonare qui a Londra. Diciamolo, per essere figlio di John, Sean è il musicista con meno carisma della terra. Ribot ha invece suonato con Han Bennink alla batteria e Evan Parker al sax: tre mostri sacri in materia d’improvvisazione. benninkVolendo usare uno di questi termini che piace tanto ai “giornalisti etichettoni”, è stata una gig di vera e propria avant-garde in chiave europea. Un concerto da vedere oltre che ascoltare, dal momento che Bennink sul palco diventa un attore di teatro, suona qualsiasi cosa gli passi sotto mano, suona coi piedi, con i denti, con asciugamani. Avete presente come i batteristi hanno la mania di battere sempre il tempo contro qualche oggetto? Ecco, penso che Bennink sia uno che a cena riuscirebbe a dare un beat anche a un piatto di lasagne. Eppure Coleman non ha scelto solo gli artisti più direttamente collegati al suo stile musicale, ma anche altri che hanno ben poco a che fare con il free jazz, come Moby, Yo la Tengo, Yoko O-no e Patti Smith.

Ad accompagnare quella stupenda punkettona della Smith c’era The Silver Zion Mt. Zion Memorial Orchestra, più i soliti (non) sospetti guests. “Questa sera suonerò con molti musicisti che non conosco” ha dichiarato ma non prima di fare una spettacolare entrata recitando i versi della sua Piss Factory: “Sixteen and time to pay off I got this job in a piss factory inspecting pipe forty hours, thirty-six dollars a week but it’s a paycheck, jack…” Per chi la notte spesso si addormenta leggendo i suoi versi, sentirli recitare dal vivo, con quella voce calda, profonda, da new yorker  dilaniana è a dir poco emozionante.  La figlia Jesse la raggiunge e si siede al piano: vederle insieme mentre dedicano una poesia al padre, e marito, Frederick “Sonic” Smith è un’esperienza più intrigante che retorica. Jesse muove le mani affusolate sui tasti con movimenti lentissimi, ovattati, fatti di una delicatezza opposta a quella della madre, la quale, sputacchiante e con indosso un paio di occhiali rotti, carica di emozione ogni sillaba.

Quando salgono sul palco i Musicians di Joujouka (gli stessi che erano con Coleman alla serata conclusiva e che negli anni ’60 avevano jammato con Brian Jones degli Stones e William Burroghs) Patti Smith impazzisce letteralmente: salta, balla, suona un clarinetto molto più free che jazz, nello stesso modo strampalato in cui “suonava” una Fender al CBGB 30 anni fa. Certo però, com’è possible che una tipa come la Smith, nata e vissuta a forza di pane, Bob Dylan e musica, non abbia ancora imparato due semplici accordi di chitarra dopo 63 anni? Aveva difficoltà persino a suonare un “re” senza gracchiare… Strano, a dir poco, ma l’importante è che canti.

Picture 4Che dire poi dell’interpretazione di “My Blakean Year”? Da quando hanno fatto ingresso i violini della Mt Zion Orchestra non smettevo di pensare a come sarebbe stato perfetto quel brano se l’avessero suonato con quell’arrangiamento, soprattuto con l’acustica della RHF. E così è stato. Con loro anche Adrian Utley, chitarrista dei Portishead e ancora il basso slappante di Flea dei Red Hot Chili Peppers. Con “Pissing in the River”, Patti Smith chiude un concerto imprevedibile e semplicemente da brivido. Tra il pubblico che applaude mi cade l’occhio su Kevin Shields, la chitarra più loud del West (My Bloody Valentine), che 4 anni fa, sullo stesso palco insieme a Patti (allora curator), aveva dato una delle più emozionanti e adrenaliniche performance mai sentite. Mentre Mike Patton quando usciamo dalla sala si gira e chiede: “Com’è stato? Mi è sembrato fantastico ma l’ho perso quasi tutto, stavo suonando di là!” ovvero alla Queen Elizabeth Hall. Questa è l’essenza del Meltdown: non è mica così semplice scegliere tra una Patti e un Patton.

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L’anima del CBGB, in foto, a Camden

blitzbenefitLurido, stretto e fantastico. Il CBGB era uno di quei clubs le cui mura parlavano non appena le incrociavi con lo sguardo. Ogni centimetro di locale era ricolmo di scritte, adesivi e chewing-gum ininterrottamente sputati dal 1973 al 2006. Che dire dei bagni? Mai visti dei cessi così romantici, troppo punk per avere un lucchetto alle porte. Per arrivarci dovevi passare dietro il palco, attraversare il backstage e magari incontrare Lenny Kaye che accordava la chitarra tra un bicchiere di vino e l’altro… Ahimè, sono troppo giovane ed europea per avere vissuto i tempi d’oro del CB’s, anche se sono stata abbastanza fortunata da vederci la sua patrona, Patti Smith, suonare tutto “Horses” prima che chiudesse tre anni fa. Insomma, che ne so io di come quel lerciume si sia accumulato col tempo, posso solo lontanamente immaginarmelo con tutta la poesia punk rock di cui sono capace.

pattiCb'sQuesto pensavo mentre visitavo la mostra fotografica “CBGB: The Home of Underground Rock” di Lisa Kristal alla Proud Gallery di Camden Town. Non male avere come padre Hilly Kristal (R.I.P.), manager del CB’s, e poter documentare la storia del punk rock mentre si spiega davanti agli occhi rimbombando su amplificatori sbudellati. In mostra le foto dei Television, Ramones, Blondie, Tuff Darts, Dead Boys, Patti Smith, Talking Heads e una vagonata di altri, tutti immortalati dalla Nikkormat della Kristal. C’è anche Hilly Kristal backstage con Paul Simon, imbacuccato con sciarpa e cappello manco uscisse dalla cena di natale della zia. C’è Andy Warhol seduto al tavolino con gli amici o Lou Reed che improvvisa al piano con John Cale e Allen Lanier. Poi ancora Angus Young sulle spalle di un roadie per suonare un assolo sudaticcio in mezzo al pubblico oppure i Jam che sorridono giovanissimi, lavati e stirati. Ma soprattutto, c’è l’atmosfera di quella che è stata per anni (non negli ultimi) la casa del punk rock o meglio ancora, dello Street rock: quella musica che annaspa dentro la sua essenza, che graffia le casse prima di liberarsi, che manda affanculo i virtuosismi e le abilità tecniche. Il punk, allora, era un modo di pensare e di essere che voleva rompere le regole prima ancora di poterle inventare. Al CB’s poco imporatava se eri Andy Warhol o Ciccio Bistecca, nel momento in cui ordinavi da bere e sturavi le orecchie con massicce dosi di rock, eri solo “uno di casa”. Le immagini della Kristal, tutte o quasi, inedite, ne sono testimoni.

Nella foto qui sopra Arturo Vega, Chris Stein e Debbie Harry al “Blitz Concert” nel 1978, ovvero il concerto al CB’s organizzato per Johnny Blitz dei Dead Boys, rimasto a corto di soldi dopo un brutto incidente. La mostra è aperta fino al 9 agosto ed è gratuita. Fate solo attenzione a schivare i punkettoni di plastica multicolorata di Camden, potrebbero rovinare uno splendido viaggio nel tempo… (photos©LisaKristal)

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