The world is holy

Giorni fa Patti Smith è salita sul palco di Hyde Park e mi ha ricordato perché nonostante i miliardi di traslochi in cui mi sono imbattuta questi anni, quel piccolo libretto dalla copertina bianca e nera intititolato Howl non ha mai smesso di essere sul mio comodino. Come un amico che non sa tradirti, un compagno di sbronze, una presenza costante in cui specchiarsi e convergere le illusorie dimensioni temporali.
Certo, sentirla recitare da Patti è tutta un’altra storia e mi si rizzano ancora i peli delle braccia a pensarci. Lei che Allen Ginsberg l’ha incontrato la prima volta per destino, grazie ai pochi cents che le mancavano per comprarsi un paninio. Lei sì che è la persona giusta per ricordarci oggi e sempre che siamo sacri. Che tutto è  sacro, anche il buco del culo. A cosa serve la paura quando in cuore senti la verità di questi versi?
Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy!
The world is holy! The soul is holy! The skin is holy! The nose is holy! The tongue and cock and hand and asshole holy!
Everything is holy! everybody’s holy! everywhere is holy! everyday is in eternity! Everyman’s an angel!
The bum’s as holy as the seraphim! the madman is holy as you my soul are holy!
The typewriter is holy the poem is holy the voice is holy the hearers are holy the ecstasy is holy!
Holy Peter holy Allen holy Solomon holy Lucien holy Kerouac holy Huncke holy Burroughs holy Cassady holy the unknown buggered and suffering beggars holy the hideous human angels!
Holy my mother in the insane asylum! Holy the cocks of the grandfathers of Kansas!
Holy the groaning saxophone! Holy the bop apocalypse! Holy the jazzbands marijuana hipsters peace peyote pipes & drums!
Holy the solitudes of skyscrapers and pavements! Holy the cafeterias filled with the millions! Holy the mysterious rivers of tears under the streets!
Holy the lone juggernaut! Holy the vast lamb of the middleclass! Holy the crazy shepherds of rebellion! Who digs Los Angeles IS Los Angeles!
Holy New York Holy San Francisco Holy Peoria & Seattle Holy Paris Holy Tangiers Holy Moscow Holy Istanbul!
Holy time in eternity holy eternity in time holy the clocks in space holy the fourth dimension holy the fifth International holy the Angel in Moloch!
Holy the sea holy the desert holy the railroad holy the locomotive holy the visions holy the hallucinations holy the miracles holy the eyeball holy the abyss!
Holy forgiveness! mercy! charity! faith! Holy! Ours! bodies! suffering! magnanimity!
Holy the supernatural extra brilliant intelligent kindness of the soul!
 
Forward to “Howl” by Allen Ginsberg,
Berkeley 1955

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No Bregrets (e l’Unione dei pirla)

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Come? Il mondo pensa che vogliamo uscire dall’Europa? Ma dai, scherzavamo! “Bregret” (da regret che significa rimorso) è senz’altro il neologismo più stronzo del momento, secondo per antipatia soltanto a “Brexit”. Mi prudono le mani e non posso tacere. Bregret una sega! Come si fa a prendere alla leggera un voto del genere? Yes, anche gli inglesi sono  pirla, esattamente come noi italiani e tutti gli altri, insieme siamo l’unione più forte: l’Unione dei Pirla, la UP.

In Inghilterra si è destato un popolo di pentiti: chi ha dichiarato che il proprio voto era solo un atto di protesta, nella certezza che poi sarebbero rimasti nella UE, e chi si è reso improvvisamente conto che la campagna del “leave” si basava su un mucchio di stronzate. Stamattina Nigel Himmler Farange con gran nonchalance ha dichiarato durante il notiziario di ITV Good Morning Britain che dopotutto non era vero si sarebbero risparmiati 350 milioni di sterline a settimana in favore della sanità pubblica se fossimo usciti dall’Europa. Ma come… E quei bus con la scritta cubitale “Let’s give our NHS the £350 million the EU takes every week”? Good morning Britain! Ma vi siete già scordati le innumerevoli promesse mai mantenute su NHS? È sempre illuminante osservare la memoria corta dei popoli. Tony Blair un bel giorno ha persino ammesso di averci mentito sulle armi di distruzione di massa pur di entrare in guerra in Iraq. «Tanto in guerra ci sarei andato lo stesso, tiè» ha dichiarato nel 2009 e nel 2014 GQ magazine l’ha eletto Philantropist of the Year: geniale. Ora però la gente è incazzata eh. Ora non si fidano davvero. Stamattina Boris Johnson è stato aggredito verbalmente da una folla fuori casa; gliene hanno gridate quattro. Per almeno due settimane saranno davvero incazzati eh!

Ma torniamo al Signor Faccia di Formaggio Cameron. Il referendum l’aveva promesso agli amichetti conservatori e non poteva certo sottrarsi. Ci saluta dopo anni di grandi tagli ed efficaci manovre intese ad aumentare il più possibile il divario tra super ricchi e tutti gli altri, alias super poveri stronzi. Ma prima un ultimo danno finale: si dimette senza pronunciarsi sull’articolo 50.

Ed eccoci qui, nel caos più totale. La cosa più divertente è che leggendo commenti di italiani deliranti su Facebook, ciascuno sembra avere una visione chiara e completa di cosa accadrà. Mentre qui, più ci si informa e più non si capisce una cippa. La gatta bollente da pelare, ovvero la dichiarazione formale di volere uscire dalla UE secondo quanto descritto dall’articolo 50, non la vuole nessuno. L’unica cosa buona è che questo potrebbe togliere dal gioco quell’altro cialtrone pro Inghilterra vittoriana di Boris Johnson. Mi auguro almeno.

Ma la vera notizia è questa: d’ora in poi gli inglesi – che ricordiamolo: subito dopo avere votato “leave” hanno trascorso la giornata a googolare “What is UE?” – perdono un diritto fondamentale, quello di sfottere brutalmente e a senso unico la politica italiana. Tra l’altro, sotto campagna elettorale anche i loro dibattiti televisivi sembravano improvvisamente ispirarsi alla tv italiana, persino Jeremy Paxman non riusciva a gestire le mille opinioni gridate senza grazia. Ricapitolando: mescola tante opinioni buttate a casaccio, aggiungi statistiche del tutto prive di fondamento, togli fatti concreti et voilà, l’elettorato è intortato.

E nemmeno la storia che i vecchi hanno deciso per i giovani è così vera: solo il 36% dei ragazzi tra i 18 e 24 anni avrebbero votato. Sarebbe meglio dire che la nuova generazione se ne è infischiata del proprio futuro. Ora vediamo come riusciranno a ritrattare tutto questo casino. L’ho sempre detto io che la gente di South Park è la migliore rappresentazione della popolazione mondiale. Faccio i pop corn e continuo a godermi lo show surreale. Bregret un cazzo.

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Inarrivabile PJ Harvey

PJ Harvey, Field Day, London 10/6/2016 Photo © Chiara Meattelli (The © is not for decorative purposes, you can’t use these pictures without authorization)

Mi è preso un groppo di commozione quando ho visto il nostro Enrico Gabrielli salire sul palco con PJ Harvey e la sua fantastica band. Avrei voluto scattargli più foto, avrei voluto scattarne anche a Mick Harvey e all’altro orgoglio italiano Alessandro “Asso” Stefana ma il tempo era poco e quando lei è arrivata, non sono più riuscita a staccarle le lenti di dosso.

Magnetica. Inarrivabile come il nuovo album The Six Hope Demolition Project, un’opera d’arte complessa e raffinata messa in musica. È un mese che l’ascolto, non mi si toglie dalla testa. Ecco, se ogni anno potessimo avere anche un solo disco così, ne sarei felice, mi basterebbe. Potente anche dal vivo. PJ teatrale. Guardo le immagini dello show e mi sembra di avere scattato un’attrice del Kabukishire. Mi invoglia a scrivere un romanzo,  a prendere la chitarra e cantare, comporre una canzone che lì per lì mi sembra bellissima e il giorno trovo vomitevole. Ma non è quello il punto. È che mi spinge a creare, fare, non mollare nonostante tutto. Cos’altro serve l’arte se non a ispirare? Sarà per questo che sto quasi pensando di riesumare questo defunto blog. Ho detto quasi eh…

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Adam Green a Camden, Italì

E’ sempre una gioia vedere Adam Green dal vivo, ovvero il più grande antidepressivo umano in circolazione. Da accanita fan dei Moldy Peachers ho avuto modo di vederlo tante volte negli ultimi 10 anni tra Londra e New York e venerdì scorso, nella sua versione acustica, accompagnato dalla “pesca marcia” Toby Goodshank al Dingwalls di Camden Town, era in splendida forma. Né ubriaco, né troppo fumato, semplicemente perfetto. Ha infilato una canzone dopo l’altra, da grandi classici come Friends o’Mine, Jessica Simpson, No Legs e Dance With Me alle più recenti Here I am, Buddy Bradley e Minor Love. Si è anche esibito nelle sue folli, esilaranti danze cantando con una delle sue migliori voci di sempre.

Ora, va bene che Camden è da sempre un territorio molto italiano e che negli ultimi due anni ci sono più italiani a Londra che in Italia ma qualcuno sa spiegarmi perché al concerto di Adam Green, mentre lui si congeda con The Prince’s Bed a cappella, debba sentirmi urlare nell’orecchio “Còdio Eliaaaa” con una veemenza terrificante? Cosa spinge un essere umano, di qualsiasi nazionalità s’intende, a pensare che il delicato momento off-mike di una performance acustica sia quello perfetto per gridare una bestemmia all’amico che si trova dall’altra parte della sala? Qualcuno sa poi spiegarmi cosa spinge una ragazza (mi spiace ma era italiana anche lei) a “cantare” sopra ogni parola di ogni canzone pur non conoscendo mezza parola di ogni singola canzone? Immaginate l’effetto terrificante di una che prova a fare una dettagliata eco a un testo sconosciuto, a tutto volume? Ovviamente mi stava a fianco. Di cosa si tratta, di mera stupidità o maleducazione?

Fine sfogo. Tempo di far partire un album di Adam Green e ricominciare a sorridere! La mia recensione dello show la troverete invece su Buscadero del prossimo mese.

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Jonathan Wilson @Assembly Hall, London

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Jonathan Wilson & His Band. Photography © 2013 Chiara Meattelli 

E’ musica da ascoltare con il cuore, più che con la capoccia. Lo dico senza retorica. Sono ormai rimasti in pochi a suonare come Jonathan Wilson e la sua strepitosa band. Tutta questione di sound. Ed è sublime perdersi dentro. Fanfare è stato uno dei migliori album di questo 2013 e tra i più importanti. Non perché abbia portato qualcosa di nuovo – le varie citazioni e riferimenti sono tutt’altro che casuali – ma perché rappresenta un’era che sta scomparendo. “Se li ho voluti è stato per un motivo del tutto egoistico” mi ha detto Jonathan del super cast di ospiti di cui si è servito (Jackson Browne, David Crosby, Graham Nash, Roy Harper e gli Heartbreakers Mike Campbell e Benmont Tench). “Quando i più grandi se ne saranno andati, infatti, potrò sentire la musica che abbiamo creato insieme e ricordarli sorridendo”. 

Nonostante l’abbia visti dal vivo innumerevoli volte, il concerto sold out alla Assembly Hall di Islington è stato speciale: best gig of the year per quanto mi riguarda. Più di ogni altra cosa sono e saranno le canzoni a parlare: sia su disco che dal vivo, Fanfare è un gioiello senza tempo. Un “classico” da tenere in vinile e mai troppo lontano dallo stereo. Che non se ne può più della moltitudine di album che si ricevono quotidianamente via mail e posta. Bisogna passarci del tempo con la musica per godersela in pieno. Ma per farlo c’è bisogno di qualcosa che rimanga.

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Welcome back, Midlake

Tutto è successo nel giro di un anno esatto: vedere l’autore e vocalist Tim Smith lasciare la band, perdere due anni di lavoro per un disco, riscriverne uno nuovo da zero, registrarlo e pubblicarlo. Oggi esce Antiphon, il quarto album dei Midlake. Sono diversi e sono uguali a prima. Sono ancora in grado di creare meraviglia.

More soon, su carta stampata. Nel frattempo ecco la galleria fotografica del concerto sold out alla Islington Assembly Hall dello scorso 23 ottobre.

All images are © Chiara Meattelli

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This is Radio Clash

Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il senso della vita? Ma soprattutto: cosa è successo al basso di Paul Simonon subito dopo che venisse immortalato sulla copertina di London Calling dalla fotografa Penni Smith? Quel pezzo di legno incazzato e minaccioso, sospeso nell’aria un istante prima di schiantarsi sul palco, è tutto il rock di cui questo mondo ha bisogno. Quando me lo sono trovato davanti, dentro la sua bara Fender trasparente, per qualche minuto sono caduta in una sorta di trance mistica: le parole non bastano. E’ senz’altro quello il pezzo forte del pop-up shop Black Market Clash al 75 di Berwick Street, nel cuore di Soho (a dirla tutta le leggendarie relique del basso dal 2009 sono in esposizione alla Rock’n’roll Hall of Fame di Cleveland, Ohio e rappresentano l’unica attrazione convincente di uno stato oltremodo sfigato del Midwest).

Dentro il negozio dei Clash ci sono una marea di memorabilia oltre al cofanetto dei sogni per ogni fan, con tutti i remastered (in vendita a poco meno di £100). Non è stato aperto a lungo, circa due settimane, e il mio post arriva in ritardo: questo è l’ultimo weekend in cui è possibile visitarlo (sabato dalle 12 alle 8pm e domenica dalle 11 alle 5pm). Se siete nei dintorni consiglio di non perderlo, agli altri resta la galleria fotografica qui sotto. Chi è in vena di pellegrinaggi in futuro può sempre fare una capatina qui a Ladbroke Grove, alias Clashlandia, dove ogni angolo risuona con le note dei Clash. Dove capita di incontrare il timido Mick Jones, col suo immancabile impermeabile e pallore fluorescente, che beve mezze pinte di birra di pub in pub. Potete passeggiare per Oxford Gardens, dove nella cucina di casa Simonon, al numero 53, i Clash hanno posato per la back cover di Cut the Crap oppure per Lancaster road, dove al 37 viveva Joe Strummer. Ora che ci penso dovrei ribattezzare questo blog The Clashtown Massacre: dove altro potevo finire dopo le Guns of Brixton?!

Video consigliato: Westway to The World, (questo il link) il documentario sui Clash di Don Letts, storico DJ rasta che ha messo la colonna sonora alla scena punk.

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