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RIP CAPTAIN 1941-2010

Triste, dannatamente triste sapere che se ne è andato. Ormai viveva nell’ombra da decenni eppure stamattina non riesco a trattenere queste stronze lacrime. Non capisco nemmeno perché fa così male. Lo intuisco. Scoprire un artista che amerai per sempre, la cui musica ti accompagnerà per tutta la vita, è quanto di più sublime possa esistere. Ma quando si tratta di Beefheart il discorso arriva agli estremi, perché scoprire la sua musica, sentirla sotto la pelle, è un po’ come prendere la testa, squarciarla in due e riempirla. Di cosa? Non saprei descriverlo, è impossibile ridurre a parole l’uragano nel cervello. Questo ho provato quando ho ascoltato per la prima volta Safe As Milk e non dimenticherò quelle emozioni finché campo. E’ un po’ come perdere la verginità, come distruggere le mura del possibile e dell’impossibile. Era la sua voce (che mi ha fatto subito ridimensione Tom Waits a figura umana), erano quei fraseggi assurdi di chitarra, era il beat impossibile, il modo in cui usava le liriche o quelle dissonanze surreali, destinate a danzarmi in testa per giornate intere. E’ la follia creativa sussurrlata alle orecchie (sussurlata= neologismo, non un errore di battitura), in parole in musica, nelle danze indiane dentro una camera di due metri per due in Stoke Newington o lungo il Tevere alle 5 di mattina gonfia d’alcol.

Poi è arrivato Trout Mask Replica, il disco più nominato nella storia del rock e il meno conosciuto. Sì, perché fa tanto figo dire che Beefheart è un genio, salvo non avere ascoltato una singola nota della sua musica. Ma chi l’ha detto che debba piacere a tutti? E’ un disco troppo estremo per non dividere; è la sperimentazine, spesso fine a se stessa, è la voglia di spostare più in là i confini del pentagrama rock. E’ lo squarcio nel muro, è il crack. E’ crack purissimo.

A differenza degli altri, di tutti gli altri, Don Van Vliet ha saputo mantenere una dignità unica, preferendo sparire dalle scene piuttosto che rovinare il suo ricordo. E’ arrivato, ha cambiato il mondo e poi ha detto: “Ok, ho fatto quello che dovevo, non ho altro da aggiungere, salutatemi a soreta“. Si è dedicato alla pittura, con successo, recluso nella casa in California. I suoi quadri sono miraggi allucinatori in perfetta linea con la sua musica. Oggi Beefheart se ne va quasi in punta di piedi, lasciando il vuoto dentro il mio stomaco. Da strega che sono stamattina lo sentivo che mancava qualcosa, qualcuno, ho acceso twitter chiamandolo “obituaritter” per leggere due secondi dopo la notizia. Non guardo mai twitter appena sveglia, dal letto, con un occhio chiuso. Me lo sentivo.

Vado ad ascoltarmi Blue Jeans and Moonbeams, oggi voglio solo perdermi dentro la sua voce. The camel wore a nighty, in the party of special things to do. Chi altri potrà mai attaccare un disco così? E vi lascio con Abba Zabba (da Safe As Milk) il brano follia che voglio al mio funerale, al mio matrimonio e al battesimo, quando rinascerò cammelo in pigiama. RIP Captain, eternamente grata.

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