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Go, Sparklehorse…

Stavolta Mark Linkous l’ha fatto davvero, se ne è andato. Sembra assurdo ma è così. Lui era un suicida, punto. Se alla fine ci fosse riuscito o meno non avrebbe cambiato il fatto che si sentisse camminare più in bilico degli altri su quella fune sgarrupata che è la vita (parafrasando Hermann Hesse, il teorista). Sarebbe dovuto uscire un altro album presto, sarebbe tornato in tour, con gli occhiali scuri e il volto scazzato sul palco. Quando avrebbe sorriso una volta in due ore, sarebbe sembrato come un miracolo. L’ultima volta che l’ho visto erano meno di due anni fa, era con Daniel Johnston, qui a Londra: si era presentato con un cappello da lorry driver, aveva l’aspetto così trasandato, asciutto, arreso. Oggi, ovunque sia, gli dedico la sua versione di Go, cover song dell’amico Daniel (anche perché non credo potrei ascoltare It’s a Wonderful Life senza scoppiare) fatta con i Flaming Lips ma dal suono Sparklehorse al 100%. La dedico a lui e la dedico con tutto il cuore a Gianni, un’altra cara persona che ci ha lasciato questa settimana, senza volerlo e senza un minimo senso, lasciando solo desolazione e impotenza a chi rimane.

Possa Mark “andare” dove vuole adesso e trovi finalmente pace la sua restless soul. Che quel Daniel Johnston sarà pure un matto totale ma è solo quando si danza a braccetto con la propria insanità mentale che nascono parole del genere. Per qualche motivo, sono le mie preferite di sempre.

Yes, life’s a bowl of cherries
You can have as many as you can carry

And someone once said that life is like a cow
But I don’t know how that applies
But anyhow here we are all on this planet
Taking everything for granted
But if you think you’ve caught on to something
Don’t let go

Go go go go you restless soul, you’re going to find it
Go go go go you restless soul, you’re going to find it
Oh, yes you did, you found it
Oh, yes you did, you found it
Oh, yes you did, you found it.

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Daniel Johnston: With a little help from my friends

Genialità e follia da sempre si sfiorano e spesso si incontrano. Quanti musicisti geniali si sono poi persi nel baratro delle loro malattie mentali dopo un promettente inizio di carriera? Syd Barrett, Roky Erikson, Brian Wilson sono i primi nomi che mi vengono in mente. E Daniel Johnston? E’ davvero un genio? Lui non è mai riuscito a farsi sentire senza che la voce dei demoni che ha in testa parlasse per prima. Daniel ha scritto una moltitudine di canzoni ma ha sempre dovuto fare i conti con i limiti imposti dalla sua stessa interpretazione, con la voce da bambino che non riesce a tenere un’intonazione e i modi di fare di chi questo mondo lo sente tutto a modo suo. Eppure l’altra sera chi è venuto a vederlo alla Indigo O2 (sotto il supertendone del Millenium Dome) non si è fermato ai suoi disturbi mentali ma è andato oltre, dentro le viscere del suo pianeta dove non si ascoltano le stonature ma solo melodie e testi fatti di un’insolita e stramba bellezza.

Prima ha zappato la chitarra (ci sa fare molto meglio col piano) su Top of The Mountain e Mean Girls Give Pleasure, poi sul palco lo hanno raggiunto nientedimeno che Mark Linkous (Sparklehorse), Scout Niblett, Norman Blake (Teenage Fanclub), Jad Fair (Half Japanese), James McNew (Yo La Tengo). Una band anomala per un concerto del tutto sui generis. Splendida l’esecuzione di  Go; non so se è profondo ma trovo il testo illuminante: life’s a bowl of cherry, you can have as many as you can carry (la vita è come un cesto di ciliege, ne puoi avere tante quante ne riesci a portare). Ok, la parte che viene dopo è quantomeno criptica: someone says life is like a cow, but I don’t know how that applies (alcuni dicono che la vita sia come una mucca, ma non ho capito a cosa si riferiscano). Mentre True Love Will Find You in the End è stata di una bellezza semplice e commovente. Poi un’immancabile cover dei Beatles, Rain. Chi ha visto il documentario sulla sua vita The Devil And Daniel Johnston (del 2005, un must) conosce la sua ossessione per Lennon e tutti i santini dei Beatles che tiene sopra il pianoforte di casa. E conosce anche la sua lunga battaglia con la malattia mentale, il suo “in and out” dagli ospedali psichiatrici, la travagliata gita a New York con i Sonic Youth come bandanti e la passione per disegnare fumetti (di cui Captain America e il fantasmino Casper ne sono i protagonisti indiscussi insieme a rane dai molteplici occhi).

Stasera però lui sembra in ottima forma, addirittura scherza  col pubblico che richiedeva Fish: “no, quella è troppo lunga ci stiamo un’ora a suonarla!” Con la mano saltellante, l’altra incollata al microfono, gli occhi fissi sul leggio che solo raramente si staccavano verso il pubblico per abbozzare un timido sorriso. Così Daniel Johnston ci ha portato dentro i suoi sogni e pensieri insensatamente rivelatori. Poi, nello stesso modo in cui un bambino mostra le dita per dirti quanti anni ha, indica con le mani quanti brani ci saranno per il bis.

Ma se fosse solo un povero malato di mente le sue canzoni non sarebbero state notate e reinterpretate da artisti come Tom Waits, Tv On The Radio, Eels, Sparklehorse, Bright Eyes, Death Cab For Cutie, Flaming Lips, Beck. Se fosse solo un malato di mente Kurt Cobain non gli avrebbe fatto pubblicità indossando per un anno di fila la magliettina di Hi, How Are You? (il primo album) che lo stesso Johnston ha disegnato. Fosse solo un rincoionito ritardato mentale, stasera al concerto non avremmo intonato con lui Walking the Cow e Devil Town trasportati da quella sincera passione che sentivamo dentro.

[La foto qui sopra è di pessima qualità, l’ho fatta col telefonino, sfocata, un po’ come lui. Quello dietro è Sparklehorse, camuffato da lorry driver americano]

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