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Oh brothers, there ye art!

O’Death live @Cargo. Photo©ChiaraMeattelli 

Lo sapevo che gli O’Death non mi avrebbero delusa: Outside, nuovo e terzo album, è un ritorno glorioso. Non che siano spariti dalle scene a lungo, giusto un paio d’anni ma  piuttosto intensi e pieni di incertezze su cosa il futuro gli avrebbe riservato. Sto parlando della malattia di David Rogers-Berry, batterista e fondatore della band, al quale hanno diagnosticato un tumore al braccio durante il tour di Broken Hymns Limbs And Skin. Le cure sono andate nel migliore dei modi (e di ogni previsione) ed oggi David è in piena forma: “Picchio ancora pesante sulla batteria ma sto più attento, ho più controllo“. Per festeggiare si è anche comprato una concert bass drum: avete presente quelle batterie-autotreni utilizzate nelle orchestre per simulare il suono dei cannoni? “In un modo o nell’altro è presente in tutto l’album” mi spiega. Eppure Outside è il loro disco meno aggressivo e più accessibile: la batteria ha più dinamiche, la voce di Greg Jamie ha più colori, il violino di Bob Pycior è acustico (non più elettrico) e stratificato in arrangiamenti orchestrali. Jesse Newman ci mette sempre del suo con riff di basso ispirati al suo amato heavy metal mentre Gabe Darling continua ad esplorare banjo e ukulele come se non fossero esistiti prima: “la chitarra non mi  interessa, ci hanno già fatto di tutto…“.

I nuovi brani dal vivo già spaccano. Stavolta la ricetta è diversa dagli altri due album: non hanno inciso l’energia live ma si sono concentrati solo sul suono, a servizio della singola canzone. Il risultato sono undici pezzi cupi ma al tempo stesso upbeat, con atmosfere inquietanti alla Tom Waits, armonium spompati, liriche avvincenti, melodie intriganti e un crossover di generi selvaggio. Folk, rock, punk, rootsy, americana, birillo ma soprattutto barallo. Chissenefrega delle definizioni: gli O’Death sono tra le band più originali del momento. E non c’è modo che riesca togliere questo disco dallo stereo.

Qui sotto il video del primo singolo, Bugs. Intervista e photoshoot presto sul Busca…

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Per chi crede ancora nel “mangianastri”

Qualche mese fa gli O’Death mi hanno regalato il cd “At Rear House” degli Woods, dicendomi: “oh ascoltalo, ti piacerà di brutto, è robba n’sacco bbona” (in dialetto new yorkese of course). Avevano ragione, più che piacermi mi ha completamente stregata. A dire il vero è un album del 2007 e loro sono già pronti per il nuovo “Family Creeps” che dovrebbe uscire nella prossima primavera. Quello che vedete qui sopra è il video dello splendido brano di apertura “Don’t Pass on Me”, andrebbe ascoltato a palla sullo stereo per apprezzarne ogni minimo suono, sì perché dentro, ce ne sono nascosti tanti. Gli Woods non sono ancora sbarcati qui in UK ma mi auguro che succederà presto.

Suoni psichedelici, registrati con attrezzature rudimentali, falsetto, testi lisergici ma intelligenti, chitarre acustiche, elettroniche, rumori improbabili, come l’accompagnamento fatto di gatti che si lamentano con sopra le voci di loro bambini (su “Woods Children, Pt. 2”). Ma vi garantisco, tranne qualche pezzo strampalato da ascoltare in momenti rigorosamente non sobri, il disco è accessibile, a tratti orecchiabile, con canzoni quasi ipnotiche e destinate a rimanervi in testa a lungo. Loro sono in due, Jeremy Earl e Christian DeRoeck. Earl sta a capo della Fuck It Tapes e della Woodsist label, produce musica lo-fi, talmente lo-fi da registrala ancora su  musicassette! Ascoltatevi anche questa “Night Creature” a volume più alto che potete, magari di notte, quando il cervello gira veloce e a vuoto. Su Myspace purtroppo c’è solo un brano tratto dal fantastico “At Rear House” ma se vi ho incuriosito abbastanza basta fare un salto ad Amazonlandia… 

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Sulle rive di Brooklyn

E se ancora non si era capito che fossi una fan sfegatata degli O’Death ecco l’ennesima riprova! 

Qui sopra il nuovo video del singolo Lowtide, bel pezzo anche se il nuovo “Broken Hymns, Limbs and Skin” contiene ben altre perle. L’accostamento tra immagini e musica mi sembra però fantastico. Enjoy!

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Best live band? O’DEATH o’course!

(O’Death, Green Man Festival, Galles. Foto©chiarameattelli) 

E’ bello a volte esagerare no? O meglio, è bello assistere a un concerto che ti lascia addosso la voglia di esagerare e gridare alla migliore live band del momento. A dire il vero non era la prima volta che li vedevo suonare dal vivo, sapevo a cosa andavo incontro o quasi, visto che stavolta avevano da proporre i nuovi pezzi di Broken Hymns Limbs And Skin in uscita a settembre. Gran bell’album che vi segnalo e consiglio (insieme a quello di debutto Head Home) ma la vera e propria esperienza O’Death va vissuta sotto il palco, a due passi dalle danze sudate di quei cinque ragazzi americani che urlano a torso nudo, aggrappati ai propri strumenti. Prendi un violinista virtuoso con una formazione prettamente classica, aggiungi un batterista amante del punk che picchia forte su taniche di benzina e cembali rotti, mescola con un banjo (o ukulele) a metà tra il folk e il rock, mettici pure un basso e rosola il tutto con una voce tra lo stridulo e il demoniaco… ecco a voi gli O’Death! Sono heavy metal e punk, Appalchian folk e rock puro, una scarica di adrenalina che ti percorre la schiena per poi farti danzare come un forsennato. Insomma, sono diversi da tutto quello che avete sentito finora anche se c’è chi l’ha paragonati a Tom Waits, Pixies, Pogues. E forse l’atmosfera di Waits a volte emerge (basta pensare allo splendido singolo Down To Rest) ma poi il loro sound prende forme uniche. Ti trascina in cima ai monti Appalachi a cantare filastrocche, poi ti sveglia a suon di catene sbattute su timpani fracassati che staccano melodie asincrone col violino. Gli O’Death sono i ventiseienni più barbuti che abbia mai conosciuto e il live act più compatto ed energetico a cui abbia assistito da molto tempo a questa parte. Occhio al nuovo album e alle date in Italia che seguiranno (ancora da confermare ma probabilmente in novembre) e non dite che non vi avevo avvertito. 

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