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Shoot me Rankin!

ws_rMe lo diceva sempre la nonna: “l’importante è creare l’hype!” O forse non era mia nonna ma Cicerone? Non ricordo bene, ma il succo del nocciolo non cambia. Rankin c’è riuscito e qui a Londra in mostra c’è la sua più grande retrospettiva. I miei pensieri a riguardo li ho scritti su questo articolo uscito domenica scorsa su “Il Secolo XIX”. Il fatto che ora in camera mia ci sia la stessa meravigliosa foto dei White Stripes che vedete qui a fianco, è una pura coincidenza: come concordato, ho distrutto l’immagine di Rankin non appena passata alla redazione del quotidiano. Dopotutto si sa che odio Jack White.  

PS Creare l’hype significa anche dire di utilizzare una rudimentale macchina fotografica point & shoot – come fa Rankin  nella sezione della mostra chiamata “Sofa Sex” – ma poi usare, allo stesso tempo, un fichissimo ring flash, come quello che si vede riflesso negli occhi della modella…  

[Rankin Live è in mostra alla Truman Brewery di Brick Lane fino al 18 settembre. L’entrata costa £10, le sue foto un po’ di più]

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Essere Annie Leibovitz

photo©annie leibovitz

Me la immagino mentre impartisce ordini: “Scusa  Julia (Roberts) scansati più a sinistra  di Al (Gore) … no, aspetta, manca qualcosa, portatemi una banda di 100 elementi che suonano la cornamusa cinese e dipingetemeli d’oro… tu George (Clooney) mettiti in mezzo a quella quindicina di modelle strafighe col sorriso tuo solito… ora andatemi a cercare un setting dove vedo tutta Manhattan e un pezzo di Giappone, mi servirebbe anche una piscina piena di Brunello di Montalcino del 1345 e costruitemi una zattera di marzapane su cui Carla Bruni possa navigare con indosso un abito da 70 milioni di dollari…” E’ bello essere Annie Leibovitz, oggi. Bella anche la sua mostra fotografica esposta alla National Portrait Gallery di Londra fino al 1 febbraio. Ok, molte delle foto si conoscono già, dopotutto di copertine che hanno fatto la storia ne ha firmate una marea ma fa un bell’effetto trovarsele davanti in formato gigante. In mostra ci sono le foto commissionate per lavoro mischiate a quelle personali: tanto quando vedi indiscriminatamente tutto il mondo attraverso l’obiettivo della tua macchina fotografica, che differenza fa?

Col suo modo di lavorare, di collaborare e comunicare con i soggetti delle sue immagini, ha creato uno stile tutto suo che l’ha resa una delle ritrattiste più famose del nostro tempo, se non la più famosa. Nel 1970 aveva iniziato scattando ritratti di rockstars per Rolling Stone, ben presto ne sarebbe diventata la photo editor, poi è passata a Vanity Fair e Vogue. La mostra raccoglie le foto dal 1990 al 2005 e guardando quelle immagini mi chiedevo cosa le rendesse così perfette anche quando volutamente ci infilava degli errori. Come i ventilatori arancioni che ha voluto lasciare sul ritratto, qui sopra, dei White Stripes (angoli in basso a sinistra e a destra). Oppure quella ad Al Pacino, scattata su un negativo di polaroid, in cui lascia in vista il segno a terra messo per indicare la posizione al soggetto. A volte ti prende e ti sbatte davanti alla realtà, come nelle foto scattate ai genitori in fin di vita o quelle della salma di Susan Sontag, sua compagna e celebre autrice. Inquietante è il ritratto a Dennis Hopper e Christopher Walken, almeno quanto inquietanti sono i volti dei due soggetti, seduti uno di fianco all’altro, simmetrici in una asettica stanza d’albergo. Johnny Cash è diventato un nonno di famiglia, seduto sotto il porticato di casa (tipical Nashville style) accanto al nipote, la figlia che suona la chitarra e la moglie con l’arpa. I volti di Dick Cheney e Condoleezza Rice sono invece scattati con grandangolo e formato “wanted”. Insomma, ci vogliono le idee, tutto qui. Per semplici che siano, come infilare la nera Whoopi Goldberg in una vasca piena di latte, mostrare il pancione incinta di Demi Moore, o lasciar Yoko Ono vestita accanto a un John Lennon nudo e raggomitolato su di lei. Adesso, ho detto una banalità? Forse, sono quasi le 4 di mattina e sono come al solito insonne e rincoglionita. Ma la mostra della Leibovitz è gustosissima e mi fa venire voglia di pensare a quale ritratto farei per chicchessia (bella ‘sta parola, chicchessia). Dove metterei Neil Young se domani mai dovesse chiamarmi per dei ritratti!?! O Tom Waits!?! Eeeh? Ok, vado ad abbattermi…

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Forever 27 Club: solo gli sfigati arrivano ai 28…

Picture 1(Nirvana al Parque del Buen Retiro, Madrid. Photo©Steve Double)

Ecco Kurt Cobain, con la sua carica di vitalità e buonumore di sempre e soprattuto l’immancabile magliettina disegnata da Daniel Johnston che ha indossato per un anno di fila (tanto per ricollegarsi al post precedente). Secondo la biografia Heavier Than Heaven il suo sogno da ragazzo era quello di unirsi al Forever 27 Club ovvero gli artisti morti tutti a 27 anni. Chissà se è vero, di certo c’è riuscito quando nel 1994 si è sparato in bocca mettendo fine alla sua vita, a quella della sua band che era all’apice del successo e quel che è peggio, incoraggiando il batterista Dave Grohl a fondare una band inutile come i Foo Fighters. E così Kurt Cobain raggiungeva, con una ventina di anni di ritardo, gli altri membri onorari: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison. A queste cinque leggende del rock è dedicata la mostra fotografica alla Proud Gallery di Camden Town, Forever 27, che raccoglie ritratti, foto di show dal vivo e persino il primo photoshoot mai scattato ai pivellini Rolling Stones. C’è da dire che anche se aveva 20 anni Brian Jones ne dimostrava almeno una decina di più. Bellissime le foto di lui con lo sguardo fattissimo al festival di Monterey, vestito più psichedelico di una scatola di zigulì all’acido lisergico e con un caschetto che farebbe invidia persino a Caterina Caselli. E’ stato Brian Jones, o Elmo Lewis come inizialmente si faceva chiamare, ad aver portato il sitar su Paint it Black o il marimba su Under My Thumb. Ammirato e adorato dai più influenti musicisti dell’epoca, polistrumentista, mente geniale e fecondatore assassino (mettere incinta le ragazze era uno dei suoi sport preferiti), è stato pure il primo dei cinque a morire e nelle circostanze più misteriose.

Sulla cronologia, le modalità delle morti e altri dettagli della mostra rimando all’articolo che ho scritto su Panorama.it: questo il link. Ora vorrei invece soffermarmi sul numero 27. A 27 anni Paul Mc Cartney aveva già scritto Yesterday e appena composto Let It Be, Wolfang Amadeus Mozart era già in tour con la sua band da 21 anni, Gauss aveva già formulato la teoria dei numeri primi da 8 anni, Einstein e Newton avevano già cominciato a dare, parecchi, numeri… diciamo che è un’età sufficiente per far sì che il genio di un individuo straordinario venga fuori. Inoltre a 27 anni si è già presa la prima enorme delusione di amore, si è già passati a una storia in cui si è inflitta la pena di amore subita in precedenza e si è arrivati al punto in cui si è stufi del coinvolgiemnto sentimentale e si cerca la stabilità del matrimonio (ok, squallida generalizzazione che però è una realtà di molti). Ancora, a 27 anni più o meno si sa già cosa si vuol fare nella vita e si è scelto un lavoro (anche se qui sarebbe opportuna una distinzione almeno tra la cultura anglosassone e quella italiana, poiché il 27enne italiano corrisponde a un 19enne inglese ma questo è un altro discorso). Insomma per molti versi possiamo considerare 27 l’età in cui si entra nella vita adulta. Adesso, dove volevo arrivare con questo discorso? Non ricordo più, però non penso sia un caso che così tanti artisti influenti siano morti a questa età. Insomma: 27, spartiacque di una vita.

Il Forever 27 Club include un’altra trentina di artisti meno noti ma è il caso di nominare il grande padre del blues e rock’n’roll Robert Johnson, Ronald C. “Pigpen” McKernan, fondatore dei Grateful Dead e Dave Alexander degli Stooges. Le iscrizioni al club rimangono sempre aperte, anche se avrete ormai capito che per entrare non potete essere dei cicci bistecca qualunque…

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