Welcome back, Midlake

Tutto è successo nel giro di un anno esatto: vedere l’autore e vocalist Tim Smith lasciare la band, perdere due anni di lavoro per un disco, riscriverne uno nuovo da zero, registrarlo e pubblicarlo. Oggi esce Antiphon, il quarto album dei Midlake. Sono diversi e sono uguali a prima. Sono ancora in grado di creare meraviglia.

More soon, su carta stampata. Nel frattempo ecco la galleria fotografica del concerto sold out alla Islington Assembly Hall dello scorso 23 ottobre.

All images are © Chiara Meattelli

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This is Radio Clash

Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il senso della vita? Ma soprattutto: cosa è successo al basso di Paul Simonon subito dopo che venisse immortalato sulla copertina di London Calling dalla fotografa Penni Smith? Quel pezzo di legno incazzato e minaccioso, sospeso nell’aria un istante prima di schiantarsi sul palco, è tutto il rock di cui questo mondo ha bisogno. Quando me lo sono trovato davanti, dentro la sua bara Fender trasparente, per qualche minuto sono caduta in una sorta di trance mistica: le parole non bastano. E’ senz’altro quello il pezzo forte del pop-up shop Black Market Clash al 75 di Berwick Street, nel cuore di Soho (a dirla tutta le leggendarie relique del basso dal 2009 sono in esposizione alla Rock’n’roll Hall of Fame di Cleveland, Ohio e rappresentano l’unica attrazione convincente di uno stato oltremodo sfigato del Midwest).

Dentro il negozio dei Clash ci sono una marea di memorabilia oltre al cofanetto dei sogni per ogni fan, con tutti i remastered (in vendita a poco meno di £100). Non è stato aperto a lungo, circa due settimane, e il mio post arriva in ritardo: questo è l’ultimo weekend in cui è possibile visitarlo (sabato dalle 12 alle 8pm e domenica dalle 11 alle 5pm). Se siete nei dintorni consiglio di non perderlo, agli altri resta la galleria fotografica qui sotto. Chi è in vena di pellegrinaggi in futuro può sempre fare una capatina qui a Ladbroke Grove, alias Clashlandia, dove ogni angolo risuona con le note dei Clash. Dove capita di incontrare il timido Mick Jones, col suo immancabile impermeabile e pallore fluorescente, che beve mezze pinte di birra di pub in pub. Potete passeggiare per Oxford Gardens, dove nella cucina di casa Simonon, al numero 53, i Clash hanno posato per la back cover di Cut the Crap oppure per Lancaster road, dove al 37 viveva Joe Strummer. Ora che ci penso dovrei ribattezzare questo blog The Clashtown Massacre: dove altro potevo finire dopo le Guns of Brixton?!

Video consigliato: Westway to The World, (questo il link) il documentario sui Clash di Don Letts, storico DJ rasta che ha messo la colonna sonora alla scena punk.

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Se Portofino è in Galles…

 

Oh Inghilterra, mia fangosa Inghilterra! Certo che t’amo ancora ma avendo superato i trenta, trovo un po’ difficile abbandonarmi all’idea romantica del festival musicale. Non che disdegni dormire in una tenda quando fuori sono 10 gradi ad agosto. Non che detesti quando inizia una pioggia torrenziale nel momento esatto in cui devo montare la suddetta tenda o smontarla. Adoro non potermi lavare per tre giorni e rotolarmi nel fango con la macchina fotografica che ho comprato facendomi un mazzo tanto. Amo scrivere gli articoli nell’area stampa dove bisogna lottare col sangue per guadagnarsi una sedia e guai a dimenticarsi il lucchetto per il laptop. E’ stupendo non avere segnale al cellulare e dover far affidamento su una connessione internet lenta: rende la collaborazione per gli isterici quotidiani ancora più eccitante e simpatica. Oh! Amato Glastonbury Fest! Dove un palco dista dall’altro 20 miglia e vai sicuro che ti chiederanno di recensire Jay-Z quando dentro muori per sentire Jack White a soli 15 minuti di corsa di distanza. Davvero, amo tutto questo. Ciononostante, da un paio di anni, ho preso una decisione: andrò ai festival solo ed esclusivamente in veste di fotografa per qualche band o come ospite, senza dormire in tenda, senza far code per pisciare o mangiare, senza dover subire forzati concerti di Lady Gaga e smili.

Lo scorso weekend ho accompagnato i Colorama (se non li conoscete ancora nel link potete ascoltare l’ultimo splendido LP Good Music) al Festival Number 6, a Portmeirion, in Gwynned, Galles del Nord. Non avevo avuto tempo per informarmi su dove stessi andando dunque ciò che mi sono trovata davanti è stato ancora più surreale. Portmeirion è la visione di un architetto – Sir Bertram Clough Williams-Ellis – che ispirandosi ai paesaggi di Portofino, ha progettato un villaggio Mediterraneo sulla costa del Galles. Molti inglesi lo conoscono perché sede della serie televisiva  sci-fi degli anni ’60 The Prisoner  . William-Ellis ha impiegato 50 anni per portare a termine il suo strambo sogno, dal 1925 al 1975, poi è morto a 94 anni, col cuore soddisfatto. Purtroppo non ho avuto molto tempo per passeggiare e la galleria fotografica qui sopra l’ho scattata di corsa, mentre guardavo intorno a bocca aperta. La colpa è del meteo, of course. C’era stata una bufera poche ore prima che ha causato ritardi all’intero Festival (cancellata la gig delle Staves, cazzo). Ma tornerò. Magari alloggiando in una di quelle casine colorate (sono hotel che ospitano turisti tutto l’anno). Perché di tutti i Festival che ho visto questo è semplicemente magico.

PS “I’m not a number, I’m a free man” ripeteva il protagonista di The Prisoner, alias “Mr Number 6″…

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Villagers, live @VU

Photography © Chiara Meattelli 2013

Galleria fotografica dei Villagers al Village Underground di Shoreditch. Detta così, sembra quasi uno scioglilingua. Invece, è solo un reminder per  {Awayland}, uno dei migliori album usciti quest’anno… Finora.

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Nick Cave & the Bad Seeds… London showcase

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Un bel giorno Dio creò Nick Cave e disse: “Ecco, tu sei l’ultimo. Usa bene i tuoi poteri perché non ho più voglia di fare cantautori di questa caratura. Tra l’altro, ho pure finito le superpile della creatività illimitata”. Così leggono le sacre scritture. Per questo, dopo trenta anni di carriera, due album con i Birthday Party, quindici con i Bad Seeds e un altro paio con i Grinderman, noi siamo ancora qui, ad aspettare ogni suo lavoro con un’eccitazione che non viene delusa. Push The Sky  Away ci ha colti di sorpresa (la copertina con la ragazza nuda, un po’ meno). Sono nove canzoni che si muovono a ritmi lenti, sinuosi, lontane dalle esplosioni di rock brutale dei Grinderman ma ugualmente maestose. “Mentre ci lavoravamo, ci siamo accorti che stava diventando un album molto bello e melodico” dichiara Cave nel breve documentario che precede lo showcase di stasera al Her Majesty’s theatre. Solo 1.200 i presenti e seduti alle mie spalle ci sono tre quinti della rock band londinese Jim Jones Revue, che per la cronaca, sono prodotti dal batterista dei Bad Seeds, Jim Sclavunus.

Questa intima venue in genere non è utilizzata per concerti rock, piuttosto è casa del musical Il Fantasma dell’Opera. Appunto. Con la sua estetica gotica e imponente, sembra il luogo perfetto per inscenare le murder ballads di Cave. Sul palco sono una decina, compresa una sezione d’archi e un coro di bambini. Nick Cave è l’ultimo a salire, sulle note della splendida We No Who U R: lentamente si schiude davanti ai nostri occhi un mondo in cui gli alberi se ne infischiano di cosa cantano gli uccellini e dove “non c’è bisogno di perdonare”. “Eseguiremo il nuovo album nella sua interezza, seguendo l’ordine delle canzoni; sapete, ha una certa narrativa…” dice il frontman dopo avere salutato il pubblico. La scelta è coraggiosa. Ma sembra chiaro che qui dentro apparteniamo tutti alla vecchia scuola e l’ordine delle canzoni è d’importanza vitale per chi passa il tempo ad ammirare le copertine dei vinili, sotto il fruscio del giradischi. Resta di fatto che Push The Sky Away non è immediato, al contrario cresce con ogni ascolto, rivelando suoni e sentimenti diversi di volta in volta. Ma la band è impeccabile, coinvolge il pubblico senza mai perdere la sua attenzione. Warren Ellis, che sia al violino, flauto, chitarra o organo, resta l’ingrediente essenziale. Sembra quasi sia lui stesso il generatore d’elettricità mentre gioca col trenino di effetti apparecchiato ai piedi. Water’s Edge è un torbido racconto di violenza sessuale, ricco di metafore in perfetto stile Cave (le gambe “si aprono come bibbie” mentre “invecchi e diventi freddo”). You grow old, you grow cold. Le parole sono enfatizzate allo sfinimento: è un profeta depravato con una voce in grado di farti trasalire (persino quando dice una banalità, parola della sottoscritta che l’ha intervistato).

In Jubilee Street entriamo dentro un bordello passando attraverso il corridoio di una chiesa, fino a scontrarci con un climax apocalittico, scandito dal beat incessante di Sclavunus. Cave si muove a scatti trascinando il suo carisma: danza in modo bizzarro mentre punta il dito minaccioso sulle prime file. Mermaids è da brivido. E bisogna essere dei geni del male per servirsi di un coro di bambini in una canzone con un incipit del genere: “She was a catch, we were a match, I was the match who would fire up her snatch” (lei era una bella presa, eravamo una bella coppia, ero il fiammifero che infuocava la sua, ehm…). Non sono in molti a poter recitare un testo del genere senza apparire ridicoli. A volte riesce ad essere così grottesco che quando lo guardo non posso fare a meno di pensare all’ormai celebre fumetto a lui ispirato, ovvero Doctor Cave di Krent Able, un genio dell’assurdo (se non lo conoscete ancora, ve lo consiglio caldamente).

Higgs Boson Blues ha un titolo “fastidiosamente lungo” puntualizza l’autore, prima di portarci in un viaggio surreale durante cui incontreremo il demonio e Robert Johnson, guideremo fino a un torrido hotel di Memphis e guarderemo Hanna Montana –  il pubblico sogghigna – piangere con i delfini. “Questo era l’album, credo sia pretty fucking cool, ascoltatelo un paio di volte” suggerisce dopo il perfetto epilogo della titletrack. Ma lo show non è finito, Warren Ellis si posiziona davanti alla piccola orchestra di violinisti e diventa un conduttore posseduto dal demonio per la macabra From Her To Eternity. (Noto con piacere che i bambini sono ancora sul palco che battono il tempo con i piedi: che darei per sapere cosa sogneranno stanotte). Per la gioia dei fans seguono i classici Jack the Ripper e The Ship Song. Sono circa due ore che Cave saltella avvicinandosi a bordo palco, è chiaro che vorrebbe raggiungere il pubblico per poter scagliare da più vicino le sue parole. Alla fine confessa: “Non posso oltrepassare la linea, c’è questo maledetto avviso che dice di non camminare sulla griglia. Mi pare un po’ presto nel tour per spaccarsi una gamba!”.

Stagger Lee è nella sua versione estesa, quella in cui il diavolo viene ammazzato con quattro colpi di pistola nella “fottuta testa”: lui dimentica le parole sul più bello ma si riprende con gran classe, rendendo la performance ancora più viva. L’unica pecca sono stati proprio quei fogli con i testi che cadevano dal leggio e svolazzavano da una parte all’altra del palco. Doctor Cave, paroliere senza fondo, corvaccio dalle gambe lunghe e secche e la capigliatura da fumetto, davvero non ricordi i tuoi versi? Proprio tu? Ma lamentarsi di un concerto stellare, sarebbe un crimine.

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Travelling Shoes

Urca! Da quant’è che non scrivo in questo blog? E quanto ancora potrà durare in vista del mio imminente trasloco a ridosso di Portobello road? Mica posso chiamarlo the portobelloroadmassacre. Anzi, mi sa che di questi tempi la parola massacre non va proprio di moda. Che dite, me ne volete a male se lo chiudo? Vedo che i vecchi articoli sono regolarmente letti, forse lo lascio in rete?

Oggi sto scrivendo una storia gonza sulla settimana passata in tour per l’Europa con Jonathan Wilson, in supporto a Tom Petty. E’ sempre stato il mio sogno essere tour photographer. E scrivere un reportage di accompagnamento è davvero stuzzicoso. Ma prima di immergermi di nuovo nel mio masterpiece (!) vorrei segnalarvi un album che mi sta facendo letteralmente impazzire: The Sparrow del neozelandese Lawrence Arabia, alias James Milne. La canzone qui sopra è divertente ma non è certo la migliore, piuttosto è l’unica che ho trovato su youtube. E’ affascinante il modo in cui racconta le sue storie con un humour nero, tagliente, irresistibile. Da vero songwriter d’altri tempi. Il mondo lo conosce per la sua Apple Pie Bed, coverizzata dai più disparati musicisti eppure lui non ha mica smesso di comporre canzoni pop impeccabili. Ma The Sparrow è  ricco anche di momenti tutt’altro che leggeri. In due parole, lo definirei un album perfetto. Agreed?

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Solo Jack… London show photo gallery

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Blunderbuss, l’album solista di Jack White, è salito dritto al numero uno delle classifiche inglesi e americane. Sta scalando anche quelle di altri paesi (non so in Italia perché mi dicono che lì i dischi li compra più nessuno grazie ai prezzi esorbitanti). Blunderbuss è un vero un gioiello: dentro troverete un Jack più avventuroso che mai. Il sound è spaziale, le melodie intriganti, i versi cinici e accattivanti… Cos’altro serve? Chiaro, un giradischi. Al forum di Kentish Town ha esordito con la sua band di sole donne, qui sopra la galleria fotografica mentre la recensione l’ho scritta per il sito di Rolling Stone. E a voi è piaciuto?

Photography ©Chiara Meattelli all rights reserved

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