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Tom Waits a Milano: spremuta libera di due concerti.

Sono a Milano aspettando di far foto a Tom Waits per la prima delle sue tre date al Teatro Arcimboldi. Sto aspettando che Tom Waits salga sul palco, per fotografarlo. Sto aspettando Tom Waits, I am waiting for Waits. Continuo a ripetermelo perché non mi sembra vero. Poter fermare per un istante le smorfie del suo viso, i gesti delle sue mani contorte che danzano a scatti intorno alla sua figura, fatta di sudicia eleganza. Entra Roberto Benigni con la moglie e il boato del pubblico mi desta da uno stato di trance. C’è anche Mike Mills dei REM ma chissenefotte: sto aspettando Tom Waits. Quando entra Vinicio Copiassella colgo l’occasione per gridargli: “mi raccomando prendi appunti!” Sicuro al suo prossimo tour il palco sarà allestito allo stesso modo di quello di stasera: una decina di megafoni sospesi in aria, un piedistallo tondo a metà tra un pezzo di circo e una gran cassa di batteria rovesciata, con sopra campane e pedane (che Waits andrà a sbattere coi suoi scarponi chilometrici). Sono le 9.45pm, ancora lui non si vede e il cameraman che lo segue nel  Glitter & Doom Tour mi spiega il perché mentre sta appeso alla radiolina con cui comunica col backstage: “Sta di nuovo cambiando la scaletta”. Poi mi sorride e guarda con il volto stralunato verso l’alto come per dire: “fosse la prima volta!”

Si spengono le luci, inizia lo show. Cazzo è finita una attesa durata mesi. Attacca con Lucinda ma è una versione storpiata, la riconosco solo dal testo ed è alternata con Ain’t Going Down to the Well. Fa avanti e indietro tra una canzone e l’altra, come se non sapendo decidersi con quale delle due iniziare avesse optato per un medley. Il solito cappello marrone è stato sostituito da un bombetta, la polvere che lui sbatte sotto i piedi, una volta nera (nel tour di Mule Variations), ora è diventata bianca. Al posto della chitarra di Marc Ribot, impegnato col suo nuovo album, c’è quella di Omar Torrez. Lui, che è stato definito a metà tra un re zigano e Hendrix, ha portato alla band uno splendido sound spagnolo (come nell’intro di All the World is Green) per poi condirlo con free jazz e blues rock. Usa pure la stessa chitarra di Ribot e a tratti sembra quasi gli rifaccia il verso.

“Boom boom cha!” – dice Tom mentre il pubblico cerca di capire quale brano si appresta a suonare, poi aggiunge “siamo onesti, questo potrebbe essere l’inizio di almeno un centinaio di mie canzoni!”. Era Way Down in the Whole. Molto più semplice è stato prevedere Eyeball Kid con lui che finge di staccarsi un occhio e sbatterlo da una parte all’altra mentre la band accompagna questo breve e surreale film muto. Poi si siede al piano, “that’s a good one” borbotta prima di attaccare Tom Traumbert’s Blues. Così accontenta anche i fans legati alla prima fase della sua carriera, quella fatta di ballate in cui solo lui riesce ad alternare così bene dissonanze ed assonanze per poi risolverle in melodie che ti strizzano le budella sfiorandoti il pancreas dopo un ping pong con l’ippocampo. On the Nickel è eseguita in religioso silenzio del pubblico che poi si sfoga cantando (o nel mio caso urlando) Innocent When you Dream a unisono. Poi Tom torna sul suo strano piedistallo e ci porta dentro l’inferno di Misery is the River of the World. Lui da solo con la band è più teatrale della versione della stessa canzone nel musical di Robert Wilson. Mi fa male la gola solo a sentire quanto raschia con la voce, come sale e scende, fa un incidente mortale nell’esofago e si rianima con un grugnito. Stellare la versione di Hoist That Rag con il figlio Sullivan al timpano e così cubana che non si può far meno di storcersi e spalmarsi sui sedili del teatro, scalciando al ritmo delle maracas di Waits. Alle percussioni e batteria c’è l’altro suo figlio, Casey; raccomandato direte voi? Eppure è una macchina che non sbaglia un colpo, su Make it Rain nel ritornello spacca il tempo in terzine  per poi concludere accellerando alla perfezione come se si fosse ingoiato un metronomo a colazione. Comunque fa piacere sapere che gente come Waits si riproduca. Uno alla batteria e l’altro al clarinetto accompagnano il padre che canta: “We’re all gonna be just dirt in the ground” , come fosse la morale di una favola dark che gli racconta prima di andare a letto.

Le scalette di giovedì e sabato sono state abbastanza simili se non fosse che l’ultima sera ha aggiunto una fantastica Rain Dogs e una Chocolate Jesus con tanto di megafono. La compattezza della band è scandita anche dal sax di Vincent Henry (che si divideva gli assoli con la chitarra), il contrabbasso di Larry Taylor e le tastiere di Patrick Warren.

Poi ci sono stati i suoi immancabili discorsi assurdi. Sabato blaterava di un “Lost Buggage Center” dove puoi acquistare “all sort of shit” che non serve a nulla e che per questo desideri ancora di più… solo che poi a tua volta perdi la valigia piena delle cazzate che hai appena comprato e tutto ricomincia dal principio. Basta, la recensione si chiude qui perché sto perdendo colpi, sono in stato confusionale indotto da totale mancanza di sonno e mi sento ancora questo senso di vuoto, questa depressione post parto che non mi si scrolla di dosso. Vedere due volte Tom in prima fila nel giro di tre giorni è stato troppo, devo riprendermi. E devo pure caricare le foto sul sito presto, intanto eccone una qui sopra giusto per gradire (e vederlo per una volta senza cappello). Insomma, se c’eravate anche voi, vi prego di sbrodolarmi addosso i vostri pensieri, sensazioni e le conseguenti ripercussioni psicosomatiche, psicofisiche, psicotiche e psic’ho detto?

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PEHDTSCKJMBA: TOM WAITS STRIKES BACK!

Guardatevi questa divertentissima “conferenza stampa” di Tom Waits e scoprirete finalmente l’arcano! Ovvero in quale modo Tommasino Aspetta decide le tappe del suo tour: prende una mappa e ci disegna sopra le traiettorie delle costellazioni nel cielo! Altrimenti non ci sarebbero spiegazioni plausibili per suonare in città sperdute come El Paso, Knoxville, Colombous, Tulsa (dove era già stato per il film di Coppola Rumble Fish) oppure Mobile….MOBILE, ALABAMA!!??!?!!? Sì, quest’uomo è un pazzo and we love him to bits! 

Si chiama Glitter & Doom il suo nuovo tour americano. PEHDTSCKJMBA è l’impronunciabile parola (non per Tom e probabilmente nemmeno per Captain Beefheart) che consiste nelle iniziali delle città americane scelte per il breve tour estivo.

Si attendono successive date in Europa, Italia inclusa, dove non suonava dal 1999 col tour di Mule Variations… Però dovete essere pronti, la ricerca di un biglietto per il concerto di Tom Waits è una lotta contro le forze del male, è una sfida contro i vostri stessi limiti, una lotta contro la morale dell’uomo medio, contro gli orchi, gli arti e i sarti… insomma, come diceva Sean Connery prima di schiattare sugli Untouchables sputacchiando parole miste al sangue: WHAT YOU’RE PREPARED TO DO?!?!?!?!? WHATCCCHYOOO PRRRRRRREPARRRRRED TO DO!?!?!?!?!?!?!?!?!?!??

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