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Far, far away and out of sight…

Finalmente ho visto It Might Get Loud, il documentario di Davis Guggenheim con protagonisti due leggende del rock, Jack White e Jimmy Page e il chitarrista degli U2, The Edge. Ho appena scritto la recensione per il Buscadero di febbraio ma lo stesso vorrei scrivere qui altre profonde elucubrazioni in ordine sparso. Questo film è una figata incredibile! Poteva essere fatto meglio? Forse. Mi sarei aspettata qualche scintilla in più dall’incontro finale dei tre, ma per una che ama Page e White alla follia (ovvero ama il rock), sono stati 98 minuti di pura gioia incommensurata. 

Cosa c’è di più romantico di immaginarsi Jack White adolescente in una stanzetta larga 2×2 metri con dentro due drumkit, un impianto di registrazione e miliardi di dischi? “Avevo tolto il letto perché non c’era più spazio, dormivo per terra accovacciato“. Per lui suonare deve essere una struggle, una battaglia, nulla deve risultare semplice e le macchie di sangue sparse sopra la chitarra durante i suoi show ne sono la prova tangibile. Per questo è divertente sentire la sua storia raccontata insieme a quella di The Edge: un uomo perduto senza la sua carovana di effetti, pedaliere, ufo-amp tascabili ecc. Insomma, due approcci e modi di pensare diametralmente opposti: per Jack la teconologia è il demonio, per The Edge è il progresso.

Jimmy Page è il volto umano della chitarra. D’accordo, a volte lo sorprendiamo compiaciuto ma si può davvero parlare di autoreferenzialità quando c’è di mezzo uno degli autori che hanno definito il rock così come lo intendiamo oggi? E che strano vedere quei tre mostri sacri non imbroccare un prevedibilissimo “Si minore” quando suonano, nel gran finale, The Weight: in quell’istante assumono un’aria quasi umana. E’ un film sulla passione: per uno strumento, per uno stile di vita, per la voglia di dire “no” ai suoni e alle idee precostituite. E se credete che The Edge sia stata una scelta poco azzeccata rispetto agli altri due nomi, vi dovrete ricredere: è lui a formulare le riflessioni più profonde, a interrogarsi su cosa significhi essere autori o “solamente chitarristi”. Page, al contrario, non ne esce come un pensatore particolarmente introspettivo, ma efficace nella sua semplicità:

 “Verrà il momento in cui sarò troppo vecchio per suonare la chitarra, ma cerco di tenere quel giorno far, far away and out of sight“. 

 

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L’Apparizione del Dio Bono a Wembley

evilclaw

15/08/09. Non ho mai visto gli U2 dal vivo e questo mi sembra il giorno giusto. Lo stadio di Wembley è uno spettacolo a sé stante e oggi si vede persino il sole prima che cala il tramonto, leggiadro, sopra l’artiglio del Dio Bono. Ho un superbiglietto: sono in un box privato, davanti al palco, mi hanno appena servito una poshissima cena e ci sono degli schiavi che continuano a servirmi da bere; lo faranno per tutta la durata dello show. Insomma: sono di buon umore, ho annegato ogni pregiudizio, sono pronta a fregarmene di eventuali comizi e bonismi e voglio solo ascoltare musica bona (scusate, è contagioso). 

L’artiglio. Sapevo già che quel baraccone libera 65.000 tonnellate di CO2 nell’aria (abbastanza per far volare Bono e compagni fino a Marte) e non può starmi simpatico, ma avercelo davanti, fa decisamente un altro effetto. Prima lo stupore (per chi ha superato la pubertà dovrebbe durare circa 4 minuti) poi le domande: “perché?”, “embhé?”, “dunque?”. Bono ha seri problemi di ego, ha bisogno di dimostrare così la grandezza della sua band, nella maniera più elementare possibile anche a costo di andare contro a tutto quello che predica durante l’anno, è più forte di lui. Ok, Bono. Hai un artiglio grande grande, è il più grande che abbia mai visto nella mia vita: spero tu sia contento. 

Pensiamo alla musica, è quella che conta. Ma queste canzoni le conosco bene e me le state suonando identiche alla versione del disco. Ti prego The Edge, pensaci tu; sei o non sei tra i più influenti chitarristi del nostro tempo? Fammi un assolo improvvisato, dammi un brivido rock alla schiena, sorprendimi. Ok. Non importa, va bene lo stesso. Però lui ha una gran voce, impossibile negarlo, peccato  faccia ogni nota di canzone identica all’originale. E Larry Mullen Jr? Basterebbe che sparasse un beat diverso… Nevermind. Sono io che non ho capito un cazzo come al solito: sto cercando le cose sbagliate, sono in uno stadio, circondata da 87,999 altri che vogliono sentire gli U2 suonare esattamente come da disco. La devo smettere di rompere i coglioni, farò bene ad adattarmi. Canto “Sunday Bloody Sunday” a squarciagola… e quell’arpeggio… oh quanto l’ho amato quell’arpeggio! Quanto l’ho suonato!

E mi estraneo di nuovo. Quella folla sterminata di gente a cui Bono tende le mani mentre scalcia e si dimena come può, ha uno sguardo strano, quello dell’alienazione. Bono è solo, immerso nel suo ego, non c’è calore, non c’è scambio, solo una manifestazione di onnipotenza rivolta a se stesso. Comincio a pensare che stasera i fans sono soli: felici, canterecci, divertiti dai propri ricordi. Mi ricordo… sì, io mi ricordo “New Year’s Day”: quando l’ascoltavo il primo anno di università, l’Irlanda significava tutto per me, le Guinness allo Shamrock nel pomeriggio… la scrittrice australiana, alcolizzata, seduta al bancone col suo bicchiere di vino e un libro. Non voleva essere disturbata. In Irlanda al new year’s day ci si baciava tutti in bocca nei pub, si usa così, che strano, ero così imbarazzata… Ma chi è quel puntino in mezzo al baraccone laggiù? Ah, sì: Dio Bono! Quasi mi ero dimenticata, pensavo di avere lasciato lo stereo acceso. Poi infilano un verso di “Here Comes the Sun”, solo un verso. Più tardi, fanno la stessa cosa con “Stand By Me”. Cosa intende? Ci sta dicendo che le canzoni degli U2 sono immortali come quelle dei Beatles o cerca ancora di accontentare un po’ tutti? 

Il succo del nocciolo è che davvero mi sarei aspettata qualcosa di più della sola nostalgia. Ma è impossibile con una band che non vuole far altro che ricordarci di come era e come li amavamo. Chi li ama, lo farà a prescindere dallo show di stasera, magari dal divano di casa guardando un dvd, cambia poco.

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“Solo” Jack & it will get loud!

jack2006Notizia flash: si chiama Fly Farm Blues il primo singolo solista di Jack White, in uscita il 14 agosto con il film “It might get Loud“. Il singolo lo sentiremo tutti ma per il documentario di Davis Guggenheim dovremo aspettare ancora un po’, o volare in Germania o in America (io pregherò per un press screening qui a Londra). Jimmy Page, Jack White e The Edge, due leggende del rock e uno dei chitarristi più sopravvalutati del nostro secolo… E vabò, the Edge mi sta pure molto simpatico, ha fatto cose apprezzabili e influenzato milioni di bands ma non ho mai trovato nulla di geniale nella sua chitarra per poterlo mettere a fianco di due mostri sacri come Page e White. Nel film The Edge spiegherà anche come pigiando una pedaliera e facendo un facilissimo arpeggio in loop, riesca a ricavare almeno una ventina di canzoni e quel suo suono distintivamente uguale. Sarà comunque fantastico vederli jammare tutti e tre insieme, sentirli parlare, scambiarsi consigli… Il singolo di Jack, che dal titolo ci fa presupporre a un bel blues-brividone dei suoi, potrebbe presagire a un intero album solista. Chi lo ferma più a quest’uomo? Intanto aspettiamo impazienti anche il nuovo album dei White Stripes. Ah, per la croncaca, se qualcuno avesse letto qualche giorno fa sul “Corriere della Sera” l’articolo di Sandra Cesarale: “I White Stripes si sciolgono” a sei colonne con tanto di sottotitolo a rinforzare la notizia: è una bufala che non ha nessun riscontro da nessuna altra parte del mondo, nemmeno nel “Q magazine” da cui la giornalista ha ricavato l’intero articolo. Di fatto anche l’autrice la smentisce all’interno del pezzo. Metterei il link ma non lo trovo più: che si siano accorti della cazzata fatta? Ricordiamo comunque, a difesa della Cesarale, che i titoli non li scrivono né decidono MAI i giornalisti. 

Però se ci pensate è un po’ come se domani scrivessi un pezzo che mi intitolano: “il Papa lascia il Vaticano”. Sottotitolo: “Trovato sotto il Golden Gate da un Vescovo inferocito, Ratzinger negava la sua identità e duettava un brano di Dylan con i nuovi amici hippie”. Poi nell’articolo smentisco tutto tre righe più in là, dicendo che Ratzinger è in realtà a San Francisco per un seminario su “Santa Maria Maddalena Addolarata Antiabortista”. Intanto però attraggo l’attenzione di tutti. Che figata. 

E dopo questa parentesi… fateci vedere “It might Get Loud”, please! La dose del trailer non ci basta, give us some more!

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