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Happy Birthday Roy Harper, and more…

Giusto due pensieri in ordine sparso, ora che ottobre si è chiuso (da un pezzo!) tra la maratona cinematografica del London Film Festival e un turbine di eventi molto succosi.

La doppietta di concerti Wilco, con apertura di Jonathan Wilson, alla Roundhouse è stata semplicemente sublime. Le date erano consecutive ma le scalette differenti, per un totale di quattro concerti indimenticabili. Sul sito del Rolling Stone ho caricato la galleria fotografica per Wilco e un’altra per Jonathan Wilson (che ho anche avuto il piacere di intervistare, stay tuned per l’articolo).

Sabato scorso ho invece assistito a uno dei concerti più intensi della mia inutile vita: Roy Harper alla Royal Festival Hall. Si celebravano i suoi 70 anni e lui ricordando gli amici recentemente scomparsi, Bert Jansch dei Pentangle e il compositore David Bedford, si è commosso. Ma Roy Harper, un genio totale nonché l’artista più sottovalutato del nostro tempo, ha anche un gran senso dell’umorismo e tra una lacrima e l’altra ci ha fatto ridere di gusto. La sua voce e chitarra (sul palco anche una sezione d’archi e un maestro d’orchestra) ci hanno scosso dal profondo: è stata un’altra cosa, indescrivibile. “Lui è il maestro assoluto” mi ha rivelato Jonathan Wilson, chiamato da Harper in persona per aprire la serata con un set acustico. Sul palco è comparsa anche Joanna Newsom per un duetto a sorpresa: grazie a lei Harper ha guadagnato in questi ultimi anni un po’ di notarietà. Come se non bastasse, oltre al figlio Nick Harper, a fine serata si materializza anche Jimmy Page (!). Ho avuto l’onore di conoscere Jimmy Page qualche mese fa ma non l’avevo mai visto suonare dal vivo: terremoto d’emozione, lungo quanto un assolo con la chitarra acustica. All’afterparty volevo di nuovo stringergli la mano e chiedere se si ricordasse di questa povera pellegrina, ma sono stata psicologicamente bloccata dalla mandria di avvoltoi che gli gravitavano attorno. Per la cronaca, Page suonava come session man di Harper, ai tempi che furono.

Infine due parole sullo show di Bon Iver all’Hammersmith Apollo. Grande spettacolo: in nove sopra il palco, due batterie, fiati, violini, chitarre, giraffe, majorettes… Il sound di Justin Vernon è cresciuto paurosamente e al nostro caro montagnolo non bastano più una chitarra e uno chalet in Wisconsin. Ho appena scritto una recensione per il Busca di novembre, qui vi lascio con la galleria fotografica…

PS Domani un altro incontro di una vita: Pete Townshend che presenta i remaster di Quadrophenia con tanto di performance live intima. Già tremo, di gioia s’intende: Quadrophenia è uno degli album che più ha segnato la mia vita di teenager e vi avverto, le demo e gli outtakes sono una cosa delirante per ogni patito…

TUTTE LE FOTO SONO ©CHIARA MEATTELLI

 

PHOTOS ©CHIARA MEATTELLI

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Far, far away and out of sight…

Finalmente ho visto It Might Get Loud, il documentario di Davis Guggenheim con protagonisti due leggende del rock, Jack White e Jimmy Page e il chitarrista degli U2, The Edge. Ho appena scritto la recensione per il Buscadero di febbraio ma lo stesso vorrei scrivere qui altre profonde elucubrazioni in ordine sparso. Questo film è una figata incredibile! Poteva essere fatto meglio? Forse. Mi sarei aspettata qualche scintilla in più dall’incontro finale dei tre, ma per una che ama Page e White alla follia (ovvero ama il rock), sono stati 98 minuti di pura gioia incommensurata. 

Cosa c’è di più romantico di immaginarsi Jack White adolescente in una stanzetta larga 2×2 metri con dentro due drumkit, un impianto di registrazione e miliardi di dischi? “Avevo tolto il letto perché non c’era più spazio, dormivo per terra accovacciato“. Per lui suonare deve essere una struggle, una battaglia, nulla deve risultare semplice e le macchie di sangue sparse sopra la chitarra durante i suoi show ne sono la prova tangibile. Per questo è divertente sentire la sua storia raccontata insieme a quella di The Edge: un uomo perduto senza la sua carovana di effetti, pedaliere, ufo-amp tascabili ecc. Insomma, due approcci e modi di pensare diametralmente opposti: per Jack la teconologia è il demonio, per The Edge è il progresso.

Jimmy Page è il volto umano della chitarra. D’accordo, a volte lo sorprendiamo compiaciuto ma si può davvero parlare di autoreferenzialità quando c’è di mezzo uno degli autori che hanno definito il rock così come lo intendiamo oggi? E che strano vedere quei tre mostri sacri non imbroccare un prevedibilissimo “Si minore” quando suonano, nel gran finale, The Weight: in quell’istante assumono un’aria quasi umana. E’ un film sulla passione: per uno strumento, per uno stile di vita, per la voglia di dire “no” ai suoni e alle idee precostituite. E se credete che The Edge sia stata una scelta poco azzeccata rispetto agli altri due nomi, vi dovrete ricredere: è lui a formulare le riflessioni più profonde, a interrogarsi su cosa significhi essere autori o “solamente chitarristi”. Page, al contrario, non ne esce come un pensatore particolarmente introspettivo, ma efficace nella sua semplicità:

 “Verrà il momento in cui sarò troppo vecchio per suonare la chitarra, ma cerco di tenere quel giorno far, far away and out of sight“. 

 

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“Solo” Jack & it will get loud!

jack2006Notizia flash: si chiama Fly Farm Blues il primo singolo solista di Jack White, in uscita il 14 agosto con il film “It might get Loud“. Il singolo lo sentiremo tutti ma per il documentario di Davis Guggenheim dovremo aspettare ancora un po’, o volare in Germania o in America (io pregherò per un press screening qui a Londra). Jimmy Page, Jack White e The Edge, due leggende del rock e uno dei chitarristi più sopravvalutati del nostro secolo… E vabò, the Edge mi sta pure molto simpatico, ha fatto cose apprezzabili e influenzato milioni di bands ma non ho mai trovato nulla di geniale nella sua chitarra per poterlo mettere a fianco di due mostri sacri come Page e White. Nel film The Edge spiegherà anche come pigiando una pedaliera e facendo un facilissimo arpeggio in loop, riesca a ricavare almeno una ventina di canzoni e quel suo suono distintivamente uguale. Sarà comunque fantastico vederli jammare tutti e tre insieme, sentirli parlare, scambiarsi consigli… Il singolo di Jack, che dal titolo ci fa presupporre a un bel blues-brividone dei suoi, potrebbe presagire a un intero album solista. Chi lo ferma più a quest’uomo? Intanto aspettiamo impazienti anche il nuovo album dei White Stripes. Ah, per la croncaca, se qualcuno avesse letto qualche giorno fa sul “Corriere della Sera” l’articolo di Sandra Cesarale: “I White Stripes si sciolgono” a sei colonne con tanto di sottotitolo a rinforzare la notizia: è una bufala che non ha nessun riscontro da nessuna altra parte del mondo, nemmeno nel “Q magazine” da cui la giornalista ha ricavato l’intero articolo. Di fatto anche l’autrice la smentisce all’interno del pezzo. Metterei il link ma non lo trovo più: che si siano accorti della cazzata fatta? Ricordiamo comunque, a difesa della Cesarale, che i titoli non li scrivono né decidono MAI i giornalisti. 

Però se ci pensate è un po’ come se domani scrivessi un pezzo che mi intitolano: “il Papa lascia il Vaticano”. Sottotitolo: “Trovato sotto il Golden Gate da un Vescovo inferocito, Ratzinger negava la sua identità e duettava un brano di Dylan con i nuovi amici hippie”. Poi nell’articolo smentisco tutto tre righe più in là, dicendo che Ratzinger è in realtà a San Francisco per un seminario su “Santa Maria Maddalena Addolarata Antiabortista”. Intanto però attraggo l’attenzione di tutti. Che figata. 

E dopo questa parentesi… fateci vedere “It might Get Loud”, please! La dose del trailer non ci basta, give us some more!

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