Archivi del mese: dicembre 2016

Peace Trail: il tempo di Neil Young

Mi sento fortunata a vivere il tempo e lo spazio di Neil Young. Sentire l’eccitazione settimane prima di un suo show, vederlo un milione di volte senza mai sentire due concerti uguali, neppure in date consecutive. Mi sento privilegiata a potermi chiedere ogni volta: sentiamo un po’ che disco ha fatto adesso, ‘sto matto. Tanto lo sai che anche nel suo peggiore infila il brano in grado di farti rizzare i peli delle braccia.

Non sapevo cosa aspettarmi dal nuovo Peace Trail ma lo sto amando. Dinosauro un cazzo. Se l’età non è altro che uno stato mentale, con i Promise of the Real (la band dei figli trentenni di Willy Nelson con cui negli ultimi 18 mesi ha realizzato due album e un tour stellare) Neil Young è tornato ad essere un ragazzino brufoloso. Eppure è un bene che i fratelli Nelson abbiano risposto “no” alla chiamata per Peace Trail, perché già impegnati on the road. Così ha potuto chiamare l’amico Jim Keltner, il leggendario batterista che ha già suonato nel vostro disco preferito (quale? Ditene uno fondamentale del rock e lo beccate). Peace Trail è un meraviglioso dialogo fra i due: si scambiano le battute, s’impongono a vicenda il groove, si rincorrono in una stanza vuota. Un disco fatto di suoni scarni, prevalentemente acustici. Ma che all’improvviso affonda con coraggio nei più inquietanti assoli elettrici. Come se Shakey volesse pungolarci con la sua chitarra nei fianchi per stimolarci, destarci da qualche letargo.

Infatti, da quando apre la titletrack, Neil Young ci tiene incollati a una sorta di notiziario personale sul deprimente panorama attuale: dagli inganni dei mass media, alla protesta dei Nativi Americani contro la costruzione della Pipeline nel North Dakota (dove lo scorso novembre il canadese ha trascorso il suo 71esimo compleanno), dallo straziante stordimento dell’essere umano di oggi, incollato come uno zombie allo schermo del proprio smartphone, alla fobia degli attacchi terroristici che ci hanno reso tutti un po’ xenofobi. Un album impacchettato in 4 giorni con l’urgenza di chi non può tenersi dentro certe cose e deve condividerle nell’unico modo che conosce: in canzone.

I know that things are different now, I see the same old signs but something new is growing – canta in Peace Trail. Le cose son diverse sì, caro Neil. Sarà per questo che ti sei finalmente deciso a concedere la tua musica alle tanto denigrate piattaforme digitali. C’hai fatto una capa tanta con Pono e il vinile ma ora hai tolto le rizla dagli occhi e hai fatto lo sforzo di venirci incontro, di provare a capirci, noi generazione debosciata. Le cose sono così differenti che Young lascia persino filtrare la sua voce pura dal volgare auto-tuning, forse per conferire quel senso di artificiale in cui viviamo ogni giorno, o almeno questo è il messaggio che arriva.

In My Pledge (in cui si divide in due personaggi, uno reale e auto-tuned, appunto) ammette dunque di essere perso in questa nuova genrazione “Left me behind it seems, listening to the shadow of Jimi Hendrix… And everywhere I look I see people alone Alone with their heads looking in their hands Lost in the conversation stare”. Come ti capisco, Neil. Mesi fa ho parlato con un 26enne che non aveva mai sentito parlare di David Bowie. E che dire del senso di fastidio, di alienazione assoluta nella malattia della condivisione online. Gente stimata che scrive 15 post al giorno su Facebook… Le cose sono due: cedi anche tu oppure, grazie a chi ti sta intorno, ti osservi da fuori e fai di tutto per uscirne, perché ti dai fastidio da sola. Augurandoti di non impazzire, fai quello che senti giusto: I see what I see, and I want to do my duty.

I can’t Stop Working canta Neil e poi entra con una chitarra pericolosa quanto un avvertimento. Guarda che l’avevamo capito che non ce la fai a smettere di lavorare eh! Questo è dopotutto il suo 37esimo album. Lavorare di continuo “non fa bene al corpo”, un tour è estenuante a 30 anni, figuriamoci a 71, ma “fa bene all’anima e potrebbe pure tenerti in vita quando perdi il controllo”. E mi domando: chissà se l’hippie per eccellenza ha realmente smesso di fumare erba come dichiarava nella sua autobiografia 4 anni fa? Diceva di avere sempre composto fumando e si chiedeva cosa sarebbe successo alla sua musa ora che intendeva smettere. Magari lavora di continuo proprio perché ha smesso di fumare dopo una vita ed è costantemente schizzato? Sindrome che ben conosco. Oppure, come mi ha suggerito quel meraviglioso assolo di cinque ore e venti in Cowgirl in the Sand a Milano lo scorso luglio, non c’è mai riuscito? Ora indago con gli amici losangelini, va.

Texas Rangers ha una metrica insensata, forse è il brano più debole del disco eppure quello che dice fa rizzare le orecchie: i mass media sono giocattoli rotti, ingannevoli, incapaci di fornirci gli strumenti per comprendere il disastro che ci circonda. Quelli vanno cercati altrove. Mentre nell’orecchiabile e rilassato groove di Terrorist Suicide Hang Gliders descrive i nostri attentatori con una certa poesia: “Hidden there in the darkness, behind the reasons that you’re free”.

Ora ditemi, chi altri canta di queste cose oggi? Con la stessa pancia, con gli stessi suoni rischiosi, urgenti, inquietanti eppure, allo stesso tempo, rassicuranti. Perché ogni volta che una “r” si attorciglia nella bocca di Neil Young, io mi sento al sicuro, a ogni “carrrrpenterrr” che “brrring letterrrrrrs”, trovo un porto dove riposare: il conforto della voce di un padre spesso fumato ma che a modo suo, mi ha sempre amato alla follia. In un’intervista a Mother Jones, Young dichiara di avvertire oggi un’atmosfera simile a quella che si respirava prima che accadessero i ’60. Forse per questo si è espresso con i suoni essenziali di allora. Credo abbia ragione, non che abbia vissuto i ’60 ma siamo in procinto di enormi cambiamenti, non ci sono dubbi. Il 2016 è stato un annus horribilis e non vedo come possano migliorare le cose, considerando dove siamo arrivati. Ma la gente ha il potere. Lo ha già, non deve aspettare che qualcuno glielo dia, deve solo rendersene conto. E Neil ce lo ricorda in ogni singola frase di Peace Trail: alziamo gli occhi dal telefonino e puntiamoli intorno, filtriamo le informazioni, usciamo dalla confortevole realtà artificiale dei social. È il nostro tempo, il mio tempo, il tuo tempo. E grazie al cielo, anche il tempo di Neil.

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Dylan palesati: agli italiani rode il culo

Ho amici in tutto il mondo; sulla timeline di Facebook scorrono pensieri dall’India all’Australia, da Piave Pajaccia a Honolulu, da Tokyo al deserto del Mojave. Eppure i post al veleno basati su zero informazioni che supportino le proprie tesi riguardo Dylan, hanno tutti la stessa origine: l’Italia. Apprezzo il confronto, ho gioito per il suo Nobel ma ho anche ascoltato con piacere e interesse gli amici che pur amandolo – o anche no – si ponevano domande legittime: quanti altri scrittori e poeti meno celebri lo avrebbero meritato? Non avrebbe dovuto vincerlo una trentina di anni fa? C’era bisogno di un Nobel per legittimare il potere letterario di un testo? Possono considerarsi dei versi di canzone in maniera del tutto staccata dalla melodia che accompagnano? E così via.

Mi rendo conto sia fastidioso leggere una generalizzazione del genere ma dopo avere osservato per mesi in silenzio e letto centinaia di post fino all’ennesima minchiata di oggi (il post pubblico di un presunto giornalista e autore che critica Patti Smith – “una delle più grandi e svergognate approfittatrici della storia del rock” – per avere accettato l’invito della Commissione di Stoccolma) non riesco più a trattenermi. Agli italiani rode il culo, è un dato di fatto. Ho letto tweet e commenti di giornalisti italiani – famosi perché partecipano a spettacoli di intrattenimento televisivo – che ridicolizzavano il Nobel di Dylan salvo conoscerne i testi. E badate, è antipatico fare nome e cognomi ma se scrivo questo è perché ho la certezza di ciò che dico. Non lo conoscono eppure ne parlano male attraverso un profilo pubblico guadagnato a suon di talent show. Ma allora, la tua critica, a cosa serve? Quale discussione interessante può scaturire se conosci solo due frasi di Blowing in the Wind o se disgraziatamente ti capitasse di ascoltare i suoi brani alla radio, non sei in grado di capire tre parole di fila? (molti di tali giornalisti inciampano vergognosamente sull’inglese). Persino noi fan abbiamo difficoltà a conoscere l’immensa mole di lavoro che ha prodotto, figurarsi. Che poi si ridicolizzano da soli. Come diceva Nanni Moretti: «Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia io? Parlo mai di neuropsichiatria? Di botanica? Di algebra? Di agiografia greca?… ». Perché nel nostro paese leggere critiche con cognizioni di causa è utopistico? A cosa minchia serve il giornalismo?

Tutti sanno cosa avrebbero fatto se fossero Bob Dylan: si sarebbero presentati per dio! Oppure non avrebbero preso tutto quel denaro, è logico! Nessuno si pone il quesito di cosa significa svegliarsi la mattina ed essere Bob Dylan. Di cosa significa avere oggi un mondo diverso perché si è venuti al mondo, perché loro, come me, fossero nati o meno, non sarebbe cambiato assolutamente nulla. A nessuno è venuto in mente che un uomo di 75 anni possa non stare bene fisicamente o di testa? Beati voi. Perché io non riesco a pensare ad altro da settimane, soprattutto dopo un anno così funesto. Mi sono giunte voci di un altro gigante della musica – insospettabile – che avrebbe perso la facoltà di parlare normalmente in pubblico e dunque sì che ci penso. Magari Dylan non ha “scapocciato” come temo, e si sta semplicemente comportando da Dylan, chi lo segue da anni sa cosa intendo. Ricordiamo anche di come sia riuscito a tenere completamente blindata la propria vita privata, di come online non esista neppure mezza foto o dichiarazione della ex moglie e musa Sara, ad esempio. Non sapremo mai i veri motivi ma nel dubbio ci piace sputare veleno, perché agli italiani rode il culo, e forte.

Ora vi chiedo, senza supponenza ma con il cuore in mano: cosa diavolo vi è successo? Perché i miei amici anglosassoni – inclusi artisti di rilievo per dire – non fanno altro che dirmi: “Amo la passione di voi italiani, noi inglesi siamo cresciuti con intorno gente che nascondeva di continuo le proprie emozioni”. Dove è finita quella passione? Il grande cuore degli italiani, così caldi e alla mano rispetto agli algidi britannici? Facebook ha dato voce a ogni pensiero da bar di chicchessia (sempre bella sta parola) ma qualcuno sa spiegarmi storicamente da dove originano le spremute di vomito gratuite? Il livore esiste ovunque, ovvio ma perché è così concentrato nel nostro paese?

Coraggio, ritrovate quella passione che vi ha reso adorabili e unici in tutto il mondo. Criticate chi volete, buttate quintalate di merda su Dylan se lo ritenete opportuno ma argomentatela, cazzo. E se non vi commuovete neppure davanti a questo video della più dolce Patti Smith di sempre, state attenti, perché un pollo di plastica marcio ha preso il posto del vostro cuore. E non sono tempi questi per lasciare accadere cose del genere.

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