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The Sadies, in circles.

Li amerete per sempre, ve lo prometto. Basta sedersi, infilarsi un paio di cuffie, chiudere gli occhi e sparare il pezzo qui sopra. Cut Corners si è insinuata nella mia testa prepotente con il primo ascolto, si è sdraiata, ha stiracchiato in ogni angolo di cervello le gambe chilometriche dei giganteschi fratelli Good. Dallas e Travis Good, so fucking good. Sono astuta nello scoprire nuovi talenti: ho impiegato solo 13 anni per accorgermi dell’esistenza dei The Sadies. Chi è stato a tenermeli nascosti? Brutti bastardi. A dire il vero, quando intervistai Neko Case, il loro nome saltò fuori (sono la sua backing band preferita) ma non lo afferrai al volo. Da qualche parte bisogna pur cominciare: Darker Circles, uscito lo scorso anno. Dentro c’è così tanta roba che quasi mi esplode il cervello a parlarne; l’etichetta alternative country, non può bastare. Sono esplosioni garage rock e andature surf, sono accordi aperti con l’eco psichedelica dei Byrds e del sor Syd Barrett, sono chitarre twangy polverose, alla Morricone. Sono l’isterismo dei completi tamarrock di Nudie e una ventata d’aria fresca sul verde prato del salotto di casa di Elvis (chi è stato a Graceland sa cosa intendo). Sono “notti su notti d’oblio”, perfette per nascondere ogni desiderio dietro un suono che ti avvolge come un abbraccio pensato. Cazzo che suono. Di questo alla fine stiamo parlando, un sound, il confine va oltre le singole canzoni. Anche se un pezzo come Tell Her What I Said è vera droga, con il beat che cambia due volte, avanti e indietro, nell’arco di una strofa. Oggi invece sono in repeat con Violet and Jeffrey Lee ma Darker Circles è uno di quei dischi le cui fisse vanno, appunto, in cerchio, cambiano, come ossessioni alternate. 10 More Songs è il brano strumentale – mi dicono che ogni loro disco ne abbia uno – come ciliegina di un epilogo perfetto.

Sui credits specificano che l’album è stato realizzato grazie al sostengo finanziario del governo canadese (sono di Toronto, anzi T’rono come direbbe Neil). Proprio come in Italia – pari pari – il governo canadese aiuta e sostiene la buona musica: trovo tutto ciò dannatamente romantico. Devo vederli dal vivo, ora, subito, adesso. Ok, magari in estate quando, si crede, torneranno da queste parti. Da quanto visto su youtube fanno i numeri: Dallas e Travis allungano le braccia per suonare il collo della chitarra dell’altro, tenendo la mano destra della ritmica sulla propria. Oppure quegli assoli, talmente rapidi da sembrare in fast forward. Mi fermo qui e passo al mio percorso a ritroso con il penultimo album New Season, in cui collabora anche il mastro Giant Sand, Howe Gelb. Mentre vi lascio con il testo di Cut Corners perché è matematico che dopo averla sentita vi fisserete: dalle vostre putribonde budella insorgerà il desiderio carnale fisico di sapere le liriche, meditabonde e splendide. Andrete su google con la bavina alla bocca, avidi, vogliosi, ma non le troverete e un’imprecazione uscirà dalla vostre narici. Ve la risparmio.

Ma prima: grazie di cuore Andrew Garbow, per avermi presentato quest’universo di suoni che mi calzano a meraviglia. E per avermi spiegato cosa diavolo fosse quel pirulino incollato in qualche telecaster, ovvero la leggenda del B-bender sull’oceano, che poi non è un oceano ma un filmato piuttosto divertente di un folle liutaio sulle colline di Pieve Pajaccia, Ontario (?)

The first time is the only time it has any meaning

Next time is the last time, that it will be easy

Don’t cry for me, you only saw what you’re able to see

Tell yourself sometimes, somethings are just meant to be

One day I’ll straighten out before I get lost again

It’s hard not to think about, how much it cost in the end

Don’t cry for me, it’s just a symptom of the disease

If I don’t turn around, you’ll always know where to find me

Here’s to the lucky ones, let’s drink to better days

To you and yours everywhere, this one’s on me (for a change)

Don’t cry for me, Remember that no one and nothing is free

Nothing is nothing and everything is so far away.

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Blurry Blue Mountain

“Sai cosa significa brackish? Quando dalle montagne e dai fiumi scende acqua dolce che va a sfociare nell’oceano, mischiandosi con quella salata. Dolce e salato insieme. Ecco, appena ti svegli succede una cosa simile: la realtà del sogno e quella della veglia trovano un terreno comune. Quest’album sta lì nel mezzo, è brackish”.

Ed è splendido davvero, Blurry Blue Mountain. Ne ho appena scritto sul Rolling blog, prendendo spunto dai concerti di Londra, dunque non mi ripeto. Sul Buscadero di novembre l’intervista e foto a Howe Gelb.

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The Chris Cacavas Orchestra

photo©Daniel Weisser

Impossibile nominare il nome di Chris Cacavas senza ricordare i paladini del paisley underground Green On Red. Chris suonava l’organo e lo faceva talmente bene che il suo nome è da sempre una benedizione per qualsiasi band che gli chiede di collaborare. Dai Calexico, che ha raggiunto sul palco anche nell’ultimo tour, a Howe Gelb dei Giant Sand. Ma soprattutto Steve Wynn, insieme a lui membro della cult band Danny & Dusty, e col quale è spesso in tour. Mesi fa Cacavas si trovava in uno studio di North London per registrare una session con Jason Molina (che l’ha voluto nel suo nuovo album). E, per farla breve, ho avuto il grande onore di sentirlo jammare. L’ho visto mentre chiudeva gli occhi e le sue mani si facevano strada, veloci, lungo la tastiera, guidate solo da un istinto viscerale. Ho avuto la netta impressione di vivere un momento magico e irripetibile. 

Oggi Chris esce con un album solista,  Love’s Been Discontinued: una piccola perla di alternative music. Erano diversi anni che ci lavorava su ma dopo essersi trasferito in Germania nel 2002, prima di realizzarlo, ha dovuto trovare i giusti musicisti con cui formare una nuova band. Ovvero l’italiano Filippo Costanza al basso e Wieland Rochel alla batteria, tutti gli altri strumenti sono affidati a Cacavas. Musica downbeat, s’intende e un’atmosfera malinconica che accomuna tutti i brani. Malinconica non triste. Dentro c’è folk, rock e cipolle caramellate. Ma anche suoni elettronici alla Sparklehorse e un tappeto di stridenti chitarre acustiche. Sono canzoni che piano piano si insinuano nella testa, delicatamente, per la back-door del cervello, dove l’esile ma irresistibile voce di Chris, si fonde con le sue intelligenti liriche. Sono subito entrata in fissa con il singolo Tell Me Everything: una splendida ballata senza tempo, resa ancora più struggente dal violino di Vicky Brown, amica della sua Tucson, Arizona. Ora invece impazzisco per Who’s your Whore?: l’imprevedibile andamento della strofa e l’ipnotica melodia, mi sembrano una vera e propria genialiata. In Loving Tree e in Angelsterza all’improvviso con la voce, creando intriganti dissonanze. Other Side è una suite perfetta con un bizzarro assolo alla chitarra: mi fa pensare a qualcuno che invece di mangiare, sputa sul piatto cibo delizioso e intatto (lo so, ho bisogno di un bravo psicanalista). Insomma, è uno di quei cd che va giù tutto d’un fiato, onesto e che cresce con ogni ascolto. 

Se volete sentirlo dal vivo, The Chris Cacavas Orchestra si esibirà all’Auditorium di Bergamo domani sera, ovvero sabato 28. Un altro buon motivo per non mancare sarà la opening band, i Lowlands dell’italo-inglese Edward Abbiati, piccolo prodigio di musica indipendente al sapor di folk americano.  Bello no? Sarà un po’ come passare una serata tra l’Arizona, Londra e tutto quello che sta in mezzo. Io non mancherò, così prenderò 10 piccioni con un easyjet.

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