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Principio di indeterminazione di Auerbach

 Dopo avere ascoltato in repeat una canzone per circa 50 minuti (tempo di percorrenza dallo studio fotografico a casa, nonché unità di misura fondamentale per scoprire nuovi album) posso dichiarare di avere una nuova ossessione. Fresca fresca, perché è uscito solo due settimane fa. “Keep it Hid” di Auerbach è musica fuori dal tempo e rinchiusa dentro i pensieri più nostalgici ma non tristi. Anzi, ha molta energia, spesso fatta di riff blues-rock simili a quelli dei suoi Black Keys, come in “I Want Some More” anche se è evidente che lui ha voglia anche di dire altro. Eppure la musica dei Black Keys è impermeata di Auerbach e della sua chitarra, che diventa quasi un’essenza a parte, il suo coro e orchestra personale (Se non sapete chi siano i BK, ne avevo già parlato qui). Senza Patrick Carney, la dolce e rullante metà, Auerbach dà sfogo al suo lato più melodico, fino ad arrivare alla splendida “When the Night Comes”che il Washington Post ha detto sembrare: “la canzone più bella che Van Morrison abbia scritto in anni”. Fantastica anche “Heartbroken in Disrepair” con una chitarra simile a quella di Johnny Marr degli Smiths. 

Il repeat l’avevo invece messo su “Whispered Words”, perché ha qualcosa di semplice, bello, ipnotico. Forse il testo, il crescendo della chitarra, la batteria che entra senza grazia dentro una melodia delicata… Poi mi mi rendo conto cos’è davvero che mi intriga di questa canzone e di tutto l’album: Il suono! Ha un sound che mi fa letteralmente impazzire. Mi prende e mi porta con la forza in uno spazio temporale indeterminato. Forse a Akron, Ohio, le lancette dell’orologio si sono fermate, forse è per questo che lui non se ne è mai voluto andare da quella minuscola città. Forse vuole respirare l’aria che respirava anche suo cugino, the late and great Robert Quine, uno dei migliori chitarristi mai esistiti, famoso per avere trovato un suono che includesse jazz, rock, blues e visioni allo stato puro. Tra le varie collaborazioni Quine aveva suonato con Tom Waits e Marc Ribot. Ribot ha invece suonato nell’ultimo Attack & Release dei Black Keys. E il cerchio si chiude. Oppure si apre, si allunga, si espande, assume forme e suoni con momenti angolari orbitali, velocità e posizioni non individuabili… 

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Black Keys all’Astoria: blues-rock & sturatutto-rock

photo©chiarameattelli2009

Sono in due, si chiamano Black Keys e suonano rock… blues-rock per essere precisi. Se ancora non sapete chi sono,  il nuovo e quinto album Attack & Release si presenta come il momento perfetto per conoscerli. Sono cresciuti, hanno avuto qualche soldo da investire in un produttore (nientemeno che Mr. Danger Mouse), hanno esplorato nuove strumentazioni come organo, piano e sintetizzatori ma sono rimasti fedeli al loro primordiale e minimalista rock abrasivo. Ieri sera li ho visti e fotografati al teatro dell’Astoria ed è successo l’incredibile: mi si è stappato l’orecchio che per 10 giorni era rimasto sordo per via di una infezione malvagia. Poi però, dopo un assolo di chitarra di Dan Auerbach, mi è partito un effetto digital delay un po’ distorto tuttora accesso. Mi pesterei da sola nella speranza di spegnermi, se solo fossi più convinta di essere una pedaliera. Detto ciò, non mi metterò ora a fare un’accurata recensione dello show perché l’ho appena fatto per il Buscadero (uscirà sul numero di luglio) ma posso garantirvi che è stata una spremuta di rock fantastico.

Se siete dei romanticoni nostalgici del sound anni 70, se impazzite per la chitarra di Jimmy Page e la batteria di John Bonham, se avete sempre lo sguardo proteso verso il passato e un riff bastardo dentro la testa, allora amerete i Black Keys alla follia. A vederli sul palco sembrano due tranquilli ragazzi di Akron – Culonia – Ohio, neanche 30 anni ma già la fede al dito, come ogni giovane americano che si rispetti e l’aspetto di chi se ne fotte di qualsiasi moda. Poi quando attaccano a suonare fanno talmente casino da rovesciarti i pensieri sottosopra. La voce di Dan sembra quella di un bluesman sessantenne che cammina ubriaco per Beale Street mentre con la chitarra segue la melodia della voce e allo stesso tempo tiene insieme tutte le fila del groove. Poi c’è la batteria di Patrick Carney che esplode all’improvviso ma sa anche quando abbassare i toni: l’intesa tra i due è pressoché perfetta. Ieri sera hanno suonato pochi pezzi dal nuovo album purtroppo, (speravo tanto in una verisone live di “Psychotic Girl” o “Lies”) però ci hanno regalato una bellissima cover di “I’m Glad” di Captain Beefheartdel tutto rivisitata. Insomma, uno di quei concerti che quando finisce ti guardi attorno ed esclami “fucking brilliant!” cercando l’approvazione di chi ti sta accanto (che però non ti ascolta: sta chinato per terra a cercare il cellulare perso durante il pezzo prima del bis) . Ma sapete che tra poco l’Astoria chiuderà del tutto?Che amarezza.. una delle poche venue col pavimento che balla insieme al pubblico… 

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