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Woodstock Vision: le foto di Elliott Landy

janisMi immagino Elliott Landy al telefono con un amico:

“No, sto fine settimana non ce so per il barbeque… vado a Bethel a fa n’po’ de foto, a un festival… bho, me sa na cosa grande, ci sono tutti… tre giorni… vabò dai, c’arsentimo quando torno”.

15, 16, 17 Agosto 1969, Woodstock Festival: lui era il fotografo ufficiale. Questo 40esimo anniversario è stato ricordato da tutti, un po’ perché ad agosto i magazine e giornali non sanno più di cosa scrivere e un po’ perché, in fondo in fondo, siamo dei nostalgiconi e ci piace rinvangare l’utopia della Summer of Love. Io per prima; per questo non potevo perdermi la mostra fotografica Woodstock Visions alla Proud Gallery di Camden fino al 4 ottobre (sì, ancora lì: il luogo dove fotografia e rock diventano una cosa sola). Le immagini sono tutte firmate da Landy, il quale poteva girare indisturbato sul backstage, sullo stage e, fondamentalmente, ovunque. Non come i festival d’oggi, dove noi fotografi ci muoviamo in flotte per scattare a 2km di distanza dal palco, evitando il braccione mastodontico del tizio della sicurezza dallo sguardo assassino, e facendo slalom tra le telecamere roteanti di fronte agli artisti.

Per questo i ritratti live, come quello qui sopra di Janis Joplin, erano infinitamente più personali e intriganti di quelli di oggi. Ma le visioni di Landy non si limitano alla performance live e offrono un ritratto completo del frikkettone woodstockiano: folle sterminate di basettone, meravigliosi pantaloni a strisce colorate, adulatori di Swami Satchidananda che meditano davanti le loro tende preistoriche, ventri piatti di ventenni americane, un tizio in mezzo al fango con lo sguardo sconsolato, due ragazzi che si baciano, altri che si arrampicano per vedere meglio il palco… Ma, tutto sommato, una folla ordinata e tipiche immagini da festival. Perché Woodstock è Woodstock? Per il line up fotonico degli artisti, per l’aria che si respirava e il modo in cui si pensava. Woodstock è la guerra in Vietnam e le dimostrazioni pacifiste, le magliette psichedeliche di Janis Joplin e Joe Cocker, i baffi di Robbie Robertson, i sandali di Bob Dylan, lo sguardo trasognato di Grace Slick dietro le quinte, le dimostrazioni per legalizzare l’aborto, è Marlene Dietrich e Pearl Bailey, Britt Eklund e il nerd repubblicano pro-guerra. Questo trasuda dalle visioni di Elliott Landy.

bob_infraredE, naturalmente, Woodstock era anche Bob Dylan, che proprio lì – a Byrdcliffe – aveva una casa. Landy l’ha fotografato insieme alla famiglia nel 1968 ma non sembra mica lui: capelli pettinati, occhiali da vista, giacca formale e lo sguardo del buon padre che sorride al figlio stretto fra le braccia. Non me lo aspettavo: anche Bob Dylan è umano. Landy ha inoltre firmato la copertina di Nashville Skyline, mentre gran parte della stampa credeva che il suo fosse un nome inventato come alter ego di Dylan dal momento che uno è l’anagramma dell’altro.

Splendidi anche i ritratti alla Band, dal photoshoot per la copertina di Music from Big Pink, sempre scattati a Woodstock, nella Pasqua del 1968, dove i cinque barbuti vivevano. “L’elemento onnipresente nelle vecchie immagini è il rispetto” – spiega il fotografo nel libro Woodstock Visions prontamente accattato alla mostra. Landy racconta di come la visita di un fotografo fosse, allora, un’occasione insolita e importante. Gli artisti guardavano dritti all’obiettivo, in modo quasi solenne. “Era diverso da oggi, si era connessi con il pianeta terra”. Non con internet: mi sento una stronza a leggere queste parole, ripensando a come mi attacco all’i-phone manco fosse un polmone. Ma è domenica sera, lsciatemi essere nostalgica e pure retorica. Dopotutto è bello ripensare ai momenti che non si sono vissuti, lo facciamo tutti. E così ricordo quel pomeriggio di Pasqua, quando Landy chiedeva alla Band di sedersi su una panchina dando le spalle all’obiettivo e guardando dritto, dall’altra parte del laghetto. E’ strano come quella foto sia un ritratto, non del gruppo, ma solo della loro musica.

Qui sotto, Landy fotografato da Bob Dylan.

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Forever 27 Club: solo gli sfigati arrivano ai 28…

Picture 1(Nirvana al Parque del Buen Retiro, Madrid. Photo©Steve Double)

Ecco Kurt Cobain, con la sua carica di vitalità e buonumore di sempre e soprattuto l’immancabile magliettina disegnata da Daniel Johnston che ha indossato per un anno di fila (tanto per ricollegarsi al post precedente). Secondo la biografia Heavier Than Heaven il suo sogno da ragazzo era quello di unirsi al Forever 27 Club ovvero gli artisti morti tutti a 27 anni. Chissà se è vero, di certo c’è riuscito quando nel 1994 si è sparato in bocca mettendo fine alla sua vita, a quella della sua band che era all’apice del successo e quel che è peggio, incoraggiando il batterista Dave Grohl a fondare una band inutile come i Foo Fighters. E così Kurt Cobain raggiungeva, con una ventina di anni di ritardo, gli altri membri onorari: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison. A queste cinque leggende del rock è dedicata la mostra fotografica alla Proud Gallery di Camden Town, Forever 27, che raccoglie ritratti, foto di show dal vivo e persino il primo photoshoot mai scattato ai pivellini Rolling Stones. C’è da dire che anche se aveva 20 anni Brian Jones ne dimostrava almeno una decina di più. Bellissime le foto di lui con lo sguardo fattissimo al festival di Monterey, vestito più psichedelico di una scatola di zigulì all’acido lisergico e con un caschetto che farebbe invidia persino a Caterina Caselli. E’ stato Brian Jones, o Elmo Lewis come inizialmente si faceva chiamare, ad aver portato il sitar su Paint it Black o il marimba su Under My Thumb. Ammirato e adorato dai più influenti musicisti dell’epoca, polistrumentista, mente geniale e fecondatore assassino (mettere incinta le ragazze era uno dei suoi sport preferiti), è stato pure il primo dei cinque a morire e nelle circostanze più misteriose.

Sulla cronologia, le modalità delle morti e altri dettagli della mostra rimando all’articolo che ho scritto su Panorama.it: questo il link. Ora vorrei invece soffermarmi sul numero 27. A 27 anni Paul Mc Cartney aveva già scritto Yesterday e appena composto Let It Be, Wolfang Amadeus Mozart era già in tour con la sua band da 21 anni, Gauss aveva già formulato la teoria dei numeri primi da 8 anni, Einstein e Newton avevano già cominciato a dare, parecchi, numeri… diciamo che è un’età sufficiente per far sì che il genio di un individuo straordinario venga fuori. Inoltre a 27 anni si è già presa la prima enorme delusione di amore, si è già passati a una storia in cui si è inflitta la pena di amore subita in precedenza e si è arrivati al punto in cui si è stufi del coinvolgiemnto sentimentale e si cerca la stabilità del matrimonio (ok, squallida generalizzazione che però è una realtà di molti). Ancora, a 27 anni più o meno si sa già cosa si vuol fare nella vita e si è scelto un lavoro (anche se qui sarebbe opportuna una distinzione almeno tra la cultura anglosassone e quella italiana, poiché il 27enne italiano corrisponde a un 19enne inglese ma questo è un altro discorso). Insomma per molti versi possiamo considerare 27 l’età in cui si entra nella vita adulta. Adesso, dove volevo arrivare con questo discorso? Non ricordo più, però non penso sia un caso che così tanti artisti influenti siano morti a questa età. Insomma: 27, spartiacque di una vita.

Il Forever 27 Club include un’altra trentina di artisti meno noti ma è il caso di nominare il grande padre del blues e rock’n’roll Robert Johnson, Ronald C. “Pigpen” McKernan, fondatore dei Grateful Dead e Dave Alexander degli Stooges. Le iscrizioni al club rimangono sempre aperte, anche se avrete ormai capito che per entrare non potete essere dei cicci bistecca qualunque…

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Sor Macca presenta: Le Foto di Linda McCartney

 

(Foto©Linda McCartney)

Ehm, no, questa foto non l’ho scattata io. Non che mi sarebbe dispiaciuto sposare Paul McCartney nel ’69 e pascolare i nostri figli per le ridenti campagne della Scozia tra un gregge di giganti pecore anglosassoni e verdi piantagioni di erba spinella. Solo che Linda è astutamente arrivata prima di me e tristemente scomparsa troppo presto. Sono già passati 10 anni dall’anniversario della sua morte e per renderle omaggio, Sor Paul e la figlia Mary (anche lei fotografa), hanno selezionato 28 foto scelte dalla collezione personale di Linda e le hanno messe in mostra alla James Hyman Gallery (anche Mr Hyman ha aiutato alla realizzazione del progetto) in Central London. Anzi, proprio al numero 5 di Savile Row, ovvero accanto a quello che era l’edificio della Apple, dove i Beatles si erano esibiti col celebre concerto sopra il tetto (almeno finché i polizziotti non arrivarono a guastare la festa). 

Innanzitutto smontiamo la leggenda metropolitana che vuole Linda come ereditiera dell’impero Kodak: pur proveniendo da una famiglia agiata, Linda non aveva nulla a che fare con la famiglia Kodak Eastman. Parlando invece delle foto della Signora McCartney, ci sono ritratti di Janis Joplin (se mi trovate una foto di Janis senza sigaretta vi regalo la Rickenbacker), Mick Jagger (ai bei tempi quando ancora non duettava con Christina Aguilera), Jim Morrison, Simon & Garfunkel, Gilbert & George, Pete Townshend  e John Lennon. Quella che mi son messa a guardare come la mucca guarda il treno è la foto che vedete qui sopra: una composizione semplicemente perfetta. James che si butta dal Land Rover con il corpo che forma eleganti linee geometriche seppur fluttuando nell’aria. La staccionata sulla sinistra con sopra Paul in vestaglia in equilibrio, Stella che si fa i cavoli suoi. Tutte le linee convergono verso punti infiniti, è armonica, dinamica e terribilmente personale.

 Poi c’è quella memorabile con John e Paul che compongono insieme ad Abbey Road e un ritratto di John Lennon che lo penetra da parte a parte  in tutta la sua vulnerabilità. Infine l’intenso autoritratto scattato nello studio di Francis Bacon, la si vede riflessa da uno specchio frantumato, fuori fuoco probabilmente per nascondere la malattia già in fase avanzata. All’entrata della mostra ci sono alcune parole di Macca, toccanti ricordi sulla moglie ma anche alcune perle di saggezza: “per fare grandi foto devi essere al momento giusto sul posto giusto” (immagino che essere la moglie di un beatle abbia quantomeno aiutato). “Ma non solo” – sentenzia Paul – “bisogna anche sapere in quale esatto momento scattare e Linda lo sapeva bene”. Forse Paul non si rende conto che la ricerca di quell’istante, lo scatto, è la quest for the holy Grail di ogni fotografo e che si risolve in un misto di istinto+talento+buona dose di culo e opportunità.

Avete tempo fino al 19 luglio per andarla a vedere, è pure gratutita cosi’ potrete salvare qualche pound per comprarne una, sono stampate in una poshissima platinum print e partono da £4,800 + VAT (6100 euro circa). Però sbrigatevi ce ne sono solo 25 copie per ciascuna delle 28 foto e quella con John e Paul era già finita ieri, secondo giorno di apertura della mostra. Porca vacca, non la posso più comprare!

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