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(I) Smoke Fairies

Loro dal vivo mi sono piaciute parecchio, pure nell’album di debutto Trough Low Light & Trees. Kathrine mi ha davvero folgorata e non solo perché è più facile trovare un essere umano sobrio il venerdì sera per le strade di Liverpool che una ragazza con una slide guitar. E’ la sua voce che continua a perseguitarmi mentre inciampo nei cerchi folk blues che le due ragazzuole mi disegnano da giorni in testa… Sul Rolling Blog la recensione e galleria fotografica dello show al Dingwalls.

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Far, far away and out of sight…

Finalmente ho visto It Might Get Loud, il documentario di Davis Guggenheim con protagonisti due leggende del rock, Jack White e Jimmy Page e il chitarrista degli U2, The Edge. Ho appena scritto la recensione per il Buscadero di febbraio ma lo stesso vorrei scrivere qui altre profonde elucubrazioni in ordine sparso. Questo film è una figata incredibile! Poteva essere fatto meglio? Forse. Mi sarei aspettata qualche scintilla in più dall’incontro finale dei tre, ma per una che ama Page e White alla follia (ovvero ama il rock), sono stati 98 minuti di pura gioia incommensurata. 

Cosa c’è di più romantico di immaginarsi Jack White adolescente in una stanzetta larga 2×2 metri con dentro due drumkit, un impianto di registrazione e miliardi di dischi? “Avevo tolto il letto perché non c’era più spazio, dormivo per terra accovacciato“. Per lui suonare deve essere una struggle, una battaglia, nulla deve risultare semplice e le macchie di sangue sparse sopra la chitarra durante i suoi show ne sono la prova tangibile. Per questo è divertente sentire la sua storia raccontata insieme a quella di The Edge: un uomo perduto senza la sua carovana di effetti, pedaliere, ufo-amp tascabili ecc. Insomma, due approcci e modi di pensare diametralmente opposti: per Jack la teconologia è il demonio, per The Edge è il progresso.

Jimmy Page è il volto umano della chitarra. D’accordo, a volte lo sorprendiamo compiaciuto ma si può davvero parlare di autoreferenzialità quando c’è di mezzo uno degli autori che hanno definito il rock così come lo intendiamo oggi? E che strano vedere quei tre mostri sacri non imbroccare un prevedibilissimo “Si minore” quando suonano, nel gran finale, The Weight: in quell’istante assumono un’aria quasi umana. E’ un film sulla passione: per uno strumento, per uno stile di vita, per la voglia di dire “no” ai suoni e alle idee precostituite. E se credete che The Edge sia stata una scelta poco azzeccata rispetto agli altri due nomi, vi dovrete ricredere: è lui a formulare le riflessioni più profonde, a interrogarsi su cosa significhi essere autori o “solamente chitarristi”. Page, al contrario, non ne esce come un pensatore particolarmente introspettivo, ma efficace nella sua semplicità:

 “Verrà il momento in cui sarò troppo vecchio per suonare la chitarra, ma cerco di tenere quel giorno far, far away and out of sight“. 

 

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Halloween quiz

DW_churchQuale band ho visto dentro la chiesa di Shoreditch la notte di Halloween mentre saltavo come una pazza sulle panche trangugiando litri di birra? 

Senza dubbio la gig più surreale di tutta la mia vita, indimenticabile. Per vedere la risposta e una foto allucinante con l’illusione ottica di “Mr X” crocefisso, clickare qui sul mio Rolling Blog.

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“Solo” Jack & it will get loud!

jack2006Notizia flash: si chiama Fly Farm Blues il primo singolo solista di Jack White, in uscita il 14 agosto con il film “It might get Loud“. Il singolo lo sentiremo tutti ma per il documentario di Davis Guggenheim dovremo aspettare ancora un po’, o volare in Germania o in America (io pregherò per un press screening qui a Londra). Jimmy Page, Jack White e The Edge, due leggende del rock e uno dei chitarristi più sopravvalutati del nostro secolo… E vabò, the Edge mi sta pure molto simpatico, ha fatto cose apprezzabili e influenzato milioni di bands ma non ho mai trovato nulla di geniale nella sua chitarra per poterlo mettere a fianco di due mostri sacri come Page e White. Nel film The Edge spiegherà anche come pigiando una pedaliera e facendo un facilissimo arpeggio in loop, riesca a ricavare almeno una ventina di canzoni e quel suo suono distintivamente uguale. Sarà comunque fantastico vederli jammare tutti e tre insieme, sentirli parlare, scambiarsi consigli… Il singolo di Jack, che dal titolo ci fa presupporre a un bel blues-brividone dei suoi, potrebbe presagire a un intero album solista. Chi lo ferma più a quest’uomo? Intanto aspettiamo impazienti anche il nuovo album dei White Stripes. Ah, per la croncaca, se qualcuno avesse letto qualche giorno fa sul “Corriere della Sera” l’articolo di Sandra Cesarale: “I White Stripes si sciolgono” a sei colonne con tanto di sottotitolo a rinforzare la notizia: è una bufala che non ha nessun riscontro da nessuna altra parte del mondo, nemmeno nel “Q magazine” da cui la giornalista ha ricavato l’intero articolo. Di fatto anche l’autrice la smentisce all’interno del pezzo. Metterei il link ma non lo trovo più: che si siano accorti della cazzata fatta? Ricordiamo comunque, a difesa della Cesarale, che i titoli non li scrivono né decidono MAI i giornalisti. 

Però se ci pensate è un po’ come se domani scrivessi un pezzo che mi intitolano: “il Papa lascia il Vaticano”. Sottotitolo: “Trovato sotto il Golden Gate da un Vescovo inferocito, Ratzinger negava la sua identità e duettava un brano di Dylan con i nuovi amici hippie”. Poi nell’articolo smentisco tutto tre righe più in là, dicendo che Ratzinger è in realtà a San Francisco per un seminario su “Santa Maria Maddalena Addolarata Antiabortista”. Intanto però attraggo l’attenzione di tutti. Che figata. 

E dopo questa parentesi… fateci vedere “It might Get Loud”, please! La dose del trailer non ci basta, give us some more!

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“You blink when you breathe and you breathe when you lie…”

Questo è nuovo di zecca e credo sia solo questione di minuti prima che lo tolgano da youtube… o magari mi sbaglio, anzi, speriamo mi sbagli. Sembrerebbe che Alison Mosshart abbia preso un Ph.D in: “The Art of lighting Cigarettes”. Se ci fate caso, sia da fuori del palco che sopra, lei non fa altro che accendere sigarette: il focus è tutto su quei tre secondi di “appicciamento”, di tirate ne fa davvero poche. Gioca la parte della rocckettara maledetta e forse anche troppo, ci sono momenti in cui sembra la parodia di se stessa. Ma si sa, Jack ha sempre avuto un bell’occhio di riguardo per l’immagine. Tanto è inutile che prova a nascondersi dietro altri artisti, non gli riuscirà mai. La verità è che ho un debole per video del genere, girati con due lire, (le mitraglie in America le regalano con 100 punti di merendine al burro fondente caramellato), soprattutto se accompagnano una musica lo-fi potente come questa. Come? avevo già parlato dei The Dead Weather?! E’ solo un segno di riconoscenza verso Jack, finché c’è lui il rock è in buone mani! 

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Glastonbury Special: Friday, the day of the Neil

neilblobPremessa: potessi clonarmi e moltiplicarmi in 10 chiarine diverse, lo stesso, non riuscirei a seguire la metà di quello che vorrei qui dentro. Troppe e troppe cose going on! Oggi c’è persino il sole, il fango di ieri si sta lentamente sciogliendo e sono ancora adrenalinica per il concerto di Neil Young di ieri sera. Stellare, as usual. E’ entrato, ha preso in braccio la sua Les Paul, sparato a un volume mostruoso My My Hey Hey e per quel che mi riguarda, tutti gli altri chitarristi qui a Glastonbury potevano pure fare baracche, burattini e pinocchi e tornarsene a casa. Credo che Neil sia il solo mostro sacro del rock che non tema in confronto col suo passato, almeno una volta che sale sul palco visto che il nuovo “Fork in the Road”, diciamo la verità, è un po’ bruttino. Aveva comunuqe gli altri 12,980 album-capolavori da cui scegliere e l’ha fatto bene: Are you Ready for the Country?, Unknown Legend, Heart of Gold, The Needle & the Damage Done (sì, era proprio da brivido) ma anche la più recente Spirit Road che dal vivo fa sempre la sua porca figura. Neil era in superforma: stropicciato e spettinato, con un braccio dentro la manica della camicia e l’altro fuori per buona metà del concerto, perché troppo preso a infilare assoli in ogni angolo di suono. Mi sono venute in mente le parole di Booker T Jones che con lui ha registrato il suo Potato Hole: “lavorare con Neil in studio è molto divertente, parla poco ma nel volto ha sempre uno sguardo diverso e interessante e si muove in continuazione”. Appunto.

neilblog “Down by the River” è durata circa 20 ore, che tradotto in Neilyungesco significa che nei due minuti prima del bis si è fumato una canna gigante backstage e quando è tornato sul palco non si rendeva conto della durata dei suoi assoli. C’è da dire che il pubblico, era nella stessa situazione e pertanto era altrettanto felice. E non se ne voleva andare, era chiaro che gli piaceva la folla sterminata del Pyramid stage, non si era mai visto sorridere tanto. Conclude con la cover dei Beatles “A Day in the Life”, ormai è circa un anno che la propone. Forse gli piace creare quel muro disordinato e altissimo di chitarra nelle battute di crescendo prima del bridge. Quando lascia il palco la sua Les Paul è rimasta senza nemmeno una corda, ok, enough about Neil altrimenti non la finisco più. Dicevamo?  

godNon so, ho dormito solo 3 ore e su una tendopoli poco confortevole, dalla stanchezza ho anche delle simpatiche visioni molto divertenti. Cos’altro ho visto ieri? Certo, Regina Spektor, che è sempre un piacere, soprattutto dal vivo e soprattutto se ad accompagnarla non è un’intera band ma solamente qualche violino. Ha presentato brani nuovi, piano e voce, che fanno presagire a un ottimo imminente album, nella speranza che anche su disco, le canzoni rimangano arrangiate in maniera essenziale, tornando alle origini e prendendo le distanze da quel processo di poppificazione iniziato con l’ultimo “Begin to Hope”. Ha inoltre suonato Poor Little Rich Boy (con la classica drumstick sbattuta su una sedia), Après Moi, That Time, Us, divertendo il pubblico con le sue liriche sempre intelligenti ed emozionandolo con le sue abili tecniche di vocalizzazione. PS Chi non ha a casa una copia del suo “Soviet Kitsch” (2004) corra a comprarlo ORA. angina_pektorQuanto ai rumori sulla presunta gig dei The Dead Weather, erano ovviamente fondati e loro hanno pensato bene di fare questa performance fuori programma sul palco di “The Park”, ovvero nella parte opposta del campo sterminato Glastonburiano. Per arrivare è stato necessario camminare, di corsa, per 16 ore buone. Lo show si è aperto sotto le note di Sure ‘Nuff’n Yes I do di Captain Beefheart e questo la dice lunga perché la scarica di rock blues che ne è seguita è stata in grado di svegliare persino gli hippie arroccati sulle tende laterali (voci dicono che non uscivano da almeno 3 anni). Jack come batterista non è affatto prevedibile, tecnica zero ma inventiva 1000, a volte canta ma lascia quasi sempre il microfono alla Mosshart, la quale ha una gran presenza scenica. Dean Fertita, dei Queen of Stone Age, fa il suo lavoro alla chitarra anche se il boato scoppia solo alla fine quando la passa nelle mani di Jack White. Jack Lawrence (Greenhornes e con Jack White già nei Raconteurs) è un ottimo bassista ma soprattutto la musica lo ha salvato da un futuro come protagonista di una sit com americana degli ’70. 

jack_dblomosshart_blogDW_bolgMentre i Fleet Foxes, paradossalmente li ho apprezzati più qui nel gigante Pyramid stage che nella piccola venue di Londra. Le armonie e il suono uscivano in modo pressoché perfetto. La loro performance è andata oltre il solo, impeccabile ed omonimo album, arrangiando i brani conosciuti in modo diverso e presentandone di nuovi. Mykonos rimane una perla indiscussa. Spero di intervistarli presto perché sembrano dei tipi simpatici soprattutto Pecknold cha ha fatto ciao con la mano a noi fotografi mentre uscivamo (dopo le tre canzoni iniziali), ovviamente ho risposto gridando “bye” e rilanciando la manina e così è andata avanti per un po’, da una parte e l’altra, è stato molto bello. Infine ha detto “I like that girl” continuando a guardarmi ridendo e con questo – che sono sicurissima è di grande interesse a tutti gli estimatori del gruppo – ho raggiunto i miei 2 secondi di popolarità Glastonburiana e per i prossimi 10 anni sto a posto.

FF_blogInfine gli Specials, che qui a Glastonbury non avevano ancora mai suonato, hanno dato vita a un grande show. Le hanno suonate tutte, da Ghost Town a Gangsters e tutto quello che sta nel mezzo. Terry Hall è apparso con la consueta allegria di sempre, la stessa con cui si può intravedere negli angoli di Islington, North London, dove spesso, tristissimo, si aggira. Detto questo vado a fotografare quelle giovini promesse di Stills Crosby & Nash. Pare stiano attraversando la pubertà. terryspecials

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Citizen Jack White

Ieri mi son guardata uno dei film più innovativi e meravigliosi della storia del cinema: “Citizen Kane” (1941) di Orson Welles, tradotto in italiano con “Quarto Potere”. E’ uno di quei classici che non avevo ancora visto, mea culpa (colpa della Mea) e così, per rimediare, mi ero abilmente intascata il dvd dallo scaffale di casa di amici cinefili. A un certo punto del film mi son trovata a recitare le parole senza capirne il motivo. Eppure il primo indizio era già in una delle scene iniziali quando Charles Kane da bambino grida: The union forever! Ma certo! Ecco a cosa si era ispirato Jack White per scrivere il suo pezzo in “White Blood Cells”, il terzo album dei White Stripes. La coincidenza incredibile è che non ascoltavo quell’album da anni causa rigetto: avevo esagerato, l’avevo talmente consumato che mi era andato di traverso e solo 2 giorni fa ci sono ritornata riassaporandomelo con gran gusto. Ecco cosa siginificava quando Jack cantava: “Sure I’m CFK, but you gotta love me!” CFK, Charles Foster Kane. E tutto il testo, fino allora criptico, si è spiegato davanti con un’epifania fulminante. 

Quasi tutti i versi di “The Union Forever” sono tratti dal film di Welles: la mia stima per Jack White non può che aumentare, se possibile. Lui non è solo un Dio della chitarra ma anche un grande interprete, qualsiasi cover che tocca rende oro, chi lo ha visto suonare dal vivo sa cosa intendo. E con questo pezzo è riuscito ad interpretare non solo i versi di un film ma l’intera atmosfera e il significato ultimo; il video qui sopra che ho trovato oggi in rete googolando ne è testimone. E bravo Jack, dopotutto, chi altro poteva prendere una filastrocca stile cabaret e renderla così orecchiabile e al tempo stesso quasi opprimente:

There is a man 
a certain man
and for the poor you may be sure
that he’ll do all he can
who is this one?
who’s favourite son?
just by his action has the traction
magnets on the run
who likes to smoke?
enjoys a joke?
and wouldn’t get a bit
upset if he were really broke?
with wealth and fame
he’s still the same
I’ll bet you a five you’re not alive
If you don’t now his name!

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