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Adam Green a Camden, Italì

E’ sempre una gioia vedere Adam Green dal vivo, ovvero il più grande antidepressivo umano in circolazione. Da accanita fan dei Moldy Peachers ho avuto modo di vederlo tante volte negli ultimi 10 anni tra Londra e New York e venerdì scorso, nella sua versione acustica, accompagnato dalla “pesca marcia” Toby Goodshank al Dingwalls di Camden Town, era in splendida forma. Né ubriaco, né troppo fumato, semplicemente perfetto. Ha infilato una canzone dopo l’altra, da grandi classici come Friends o’Mine, Jessica Simpson, No Legs e Dance With Me alle più recenti Here I am, Buddy Bradley e Minor Love. Si è anche esibito nelle sue folli, esilaranti danze cantando con una delle sue migliori voci di sempre.

Ora, va bene che Camden è da sempre un territorio molto italiano e che negli ultimi due anni ci sono più italiani a Londra che in Italia ma qualcuno sa spiegarmi perché al concerto di Adam Green, mentre lui si congeda con The Prince’s Bed a cappella, debba sentirmi urlare nell’orecchio “Còdio Eliaaaa” con una veemenza terrificante? Cosa spinge un essere umano, di qualsiasi nazionalità s’intende, a pensare che il delicato momento off-mike di una performance acustica sia quello perfetto per gridare una bestemmia all’amico che si trova dall’altra parte della sala? Qualcuno sa poi spiegarmi cosa spinge una ragazza (mi spiace ma era italiana anche lei) a “cantare” sopra ogni parola di ogni canzone pur non conoscendo mezza parola di ogni singola canzone? Immaginate l’effetto terrificante di una che prova a fare una dettagliata eco a un testo sconosciuto, a tutto volume? Ovviamente mi stava a fianco. Di cosa si tratta, di mera stupidità o maleducazione?

Fine sfogo. Tempo di far partire un album di Adam Green e ricominciare a sorridere! La mia recensione dello show la troverete invece su Buscadero del prossimo mese.

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Human Prozac

Circa due anni fa inauguravo questo blog con un post su Adam Green. Non l’avevo scelto a caso: l’intera discografia – 6 album – dell’ex Moldy Peaches è scolpita nel mio cranio con ogni testo e singola nota. Ho una passione totale per questo newyorkese di 28 anni, perché quello che fa lui, musicalmente parlando, non lo fa nessuno e ogni volta che pubblica un nuovo cd sento le farfalle alla milza. Minor Love è uscito in America lo scorso mese e qui in UK a gennaio. Ho già scritto una recensione del concerto qui a Londra sul Rolling Stone blog, mi ripeterò solo dicendo che è un album più intimista, pur sempre cazzone ma frutto di un cuore infranto dopo il divorzio con la moglie (che in una canzone lui chiama Goblin mentre io definirei una Succubus).

Minor Love non ha i cori gospel o le melodie asimmetriche e dissonanti del precedente Sixes & Sevens, ciononostante contiene le sue piccole perle. Come The Boss Inside – qui sotto potete apprezzarne il fantastico low-fi video – e altre melodie alla Bacarach che solo Adam può inventarsi e recitare con quel caldo timbro da tenore.

Ne parlo ancora perché stasera 26 febbraio suonerà al Covo di Bologna e sabato 27 al Magnolia di Milano: ANDATE. Lo troverete ubriaco, molesto e se sarete ragazze carine nelle prime file, vi salterà persino addosso per baciarvi. Perdonatelo, sta soffrendo ma se vi avvicinerete al suo mondo fatto di suoni e parole impossibili, i momenti di malumore nella vostra vita avranno i secondi contati. Qui sopra il video di Buddy Bradley: fatevi un giretto con lui per le strade di New York City (s’intravede anche l’entrata di Central Park West, davanti casa di John Lennon) e godetevi in anteprima i suoi balletti esilaranti (e i volti spaesati dei passanti). Vedrete poi che tra due anni o meno, quando il cuoricino di Adam sarà guarito e uscirà un nuovo album, lui saprà ancora stupirci. Le mie orecchie non aspettano altro.

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Indovina-la-frase-rock-quiz!

Chi è stato a dire, rivolgendosi al proprio pubblico sold out, la celebre frase: Who is the blow job giver person?

1) Iggy Pop

2) Guido Bertolaso (ma pare intendesse “chi è la persona che può soffiarmi le candeline perché ho l’artrite”)

3) Adam Green

4) George Clinton

5) Toto Cutugno

In palio c’è una lumaca – credo morta – che da 3 mesi è arrampicata sul muro della mia camera, vicino al logo del Brixtown (i mattoncini che vede qui sopra). Clickare sul Rolling Blog per la risposta.

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3..2..1.. Lancio del nuovo sito di foto!

Ce l’ha fatta a venire alla luce, dopo settimane e settimane di gestazione ecco il nuovo sito! Qualcuno mi aveva chiesto di vedere altre foto di Tom Waits, le troverete sul nuovo www.chiarameattelli.com. La cosa gustosa del sito è che è molto semplice da aggiornare dunque sarà molto più dinamico di quello vecchio, a dire il vero lo sto ancora aggiornando, dunque stay tuned!

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Kimya e tutto il suo Alphabutt

 Lo so, ho già scritto un post su Adam Green e i Moldy Peaches, ma due parole su Kimya Dawson, stasera che l’ho vista suonare alla Union Chapel di Islington, le vorrei sprecare. Kimya è l’artista più timida di questa terra, con la voce tremante tratteneva il respiro prima di ogni pezzo senza mai guardare il pubblico, se non tra una canzone e l’altra. Dopotutto, quale altra cantante, che si esibisce solo con chitarra e voce, parte per il tour senza nemmeno il suo strumento? Ha usato la chitarra del gruppo spalla, che però le sembrava troppo grande e scomoda. Lei vive nel suo mondo fatto di parole pronunciate a una velocità inverosimile, un mondo popolato da molti animali, orsi, conigli e soprattutto panda. Come quello che ha tatuato sulla mano destra (vedi foto) e come il nome che ha dato a sua figlia, la quale ogni tanto si sente canticchiare in lontananza durante lo show. Poi ci sono tutte le varie grevezze, volgarità, le mille farts e shit che compaiono ogni due per tre nei suoi testi. Riempire una chiesa con quelle parole dissacratorie ci ha paradossalmente avvicinato a una dimensione spirituale, perché pura, sincera. Come lo è Kimya i quali occhi parlano molto prima della sua turbolingua. Mentre le facevo foto mi ha guardata, ha smesso di parlare e ha sorriso implorandomi con lo sguardo di smetterla. Poco importa se ero autorizzata e se stavo lì da un solo minuto… Come avrei potuto continuare!? Lei non è a suo agio coi riflettori puntati contro, non è solo la regina dell’anti-folk ma anche la teorizzatrice dell’anti-fashion e dell’anti-cool, solo che in questo modo finisce con l’essere ancora più cool. 

La sua voce da eterna bambina, nonostante i trentasei anni, e le divertenti canzoni-scioglilingua l’hanno portata ad essere la colonna sonora di Juno. Kimya è stata scelta proprio per dare un’impronta “indie” al film anche se poi il risultato della pellicola mi è parso ben diverso ma questo è un altro discorso. Stasera però li ha fatti tutti i brani della soundtrack: Beer, My Roller Coaster, So Nice So SmartLoose Lips. In quest’ultima il pubblico  è intervenuto con un boato di approvazione dopo le parole contro Bush:

So I’ll curate some situations, make my job a big vacation/ And I’ll say FUCK BUSH AND FUCK THIS WAR/ My war paint is sharpie ink and I’ll show you how much my shit stinks/ And ask you what you think because your thoughts and words are powerful. 

Ma penso ci sia stata più retorica nell’applauso del pubblico che nel testo della canzone. Il nuovo album Alphabutt è uscito proprio in questi giorni e le nuove canzoni sono del tutto in linea con quello che ha fatto finora. Racconta nuove storie da ascoltare tra una risata e l’altra.

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Torna Adam Green, quello dei Moldy Peaches!

Adesso che i Moldy Peaches hanno firmato la colonna sonora di Juno, il film che ha vinto l’Oscar come migliore sceneggiatura originale, non ci sono più scusanti per non conoscerli! Come “chi sarebbero sti Moldy Peaches”??? Sono Adam Green e Kymia Dawson, anzi, erano, visto che il duetto di New York è andato ciascuno per la sua strada da qualche anno. Sono inciampata sulle loro canzoni molti anni fa, quando si trovavano solo online, l’impatto era stato devastante. Adam aveva 12 anni allora e Kymia 9 più di lui, insieme scolpivano i manifesti della scena antifolk di New York. Loro cantavano insieme strofe con parole diverse, parlavano di cartoni animati, di hamburger pazzi, paragonavano NY a un campo santo mentre si chiedevano chi avesse il crack (Who’s Got the Crack? rifatto anche dai Babyshambles).  In mezzo alle loro visioni succedeva di tutto: si sentivano telefoni suonare, porte sbattere, una si scordava le parole mentre l’altro le inventava all’impronta. Poi andavi al concerto dei Libertines e sentivi Carl Barat e quel rincoionito di Pete Doherty cantare le loro follie davanti al leggendario teatro dell’Astoria sold out. Ora grazie a Juno tutti conoscono la loro Anyone Else But You e Kymia, che nel frattempo era diventata in primo luogo madre e poi musicista, si trova improvvisamente richiestissima e impegnata con un lungo tour europeo e americano (su Juno ascolterete molte sue canzoni-scioglilingua della carriera solista). Adam invece è già al quinto album, “Sixes & Sevens”; vabò, è uscito esattamente un mese fa. Cinque album per un 26 enne non sono male… ok Paul McCartney a 26 aveva già scritto Yesterday ma quelli erano altri tempi! Ora siamo nell’epoca delle indie rock bands che si clonano una con l’altra, sono i tempi della pletora infinita di “The”… The Kooks, the Cribs, The Plain White T’s, The Doo Balls… Non se ne può più, per l’amor di Dio qualcuno gli dica che non bastano solo tempi in 4 quarti e jeans attillati per fare musica.

Adam Green si stacca da tutto, pure dal suo originario anti-folk e propone una musica impossibile da categorizzare. In questo nuovo album ci sono cori gospel, melodie dissonanti suonate con tastiere Casio da due soldi, violini, trombe… E il tutto è avvolto dalla voce quasi da tenore di Adam che inoltre continua ad essere uno dei più divertenti liricisti contemporanei. Sixes & Sevens sono 21 canzoni una più diversa dall’altra, tenute insieme  da quei cori gospel (anche se gli eco dei Velvet Underground si sentono più volte) e soprattutto dalla genialità di questo cantastorie dell’Upper West Side. Suonerà a Roma il primo maggio al Circolo degli Artisti e se non andate poi non venite a lamentarvi su come in Italia ci sia carestia di buona musica dal vivo. (Sul Buscadero di Maggio l’intervista ad Adam Green) Foto © Chiara Meattelli

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