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The Scrotie in the Rye

Ho appena finito di trascrivere l’intervista con Ben Folds e Nick Hornby di due giorni fa. Insieme hanno firmato un album – Lonely Avenue – Folds ha scritto la musica e Hornby, ovviamente, i testi. Ma è ancora troppo presto per parlarne, l’uscita è prevista per il 28 settembre. Quello di cui vorrei parlare sono piuttosto le riflessioni generate da questa interessante conversazione a tre… (e che in qualche modo mi hanno riportata all’ultimo romanzo di Hornby, Juliet Naked). Ovvero qual è il rapporto tra l’artista e la sua opera? Come viene interpretata dagli altri, come fa ad assumere una vita propria, del tutto estranea all’autore? E perché Nick Hornby mi sta dicendo che la nazionale di calcio italiana ha fatto “davvero cagare” ai mondiali quando l’Inghilterra non è stata da meno? Ma soprattutto chissenefotte del calcio?

Torniamo al nocciolo del succo. Hornby si lamenta soprattutto del fatto che qualsiasi cosa scriva nei suoi libri, ed ora anche nei testi, sia scambiata per autobiografica quando lui non lo intende affatto. A quel punto Folds sottolinea di come in America i cantautori che scrivono canzoni non basati su fatti veri o quantomeno realistici – non necessariamente autobiografici – siano marchiati come falsi, “phony” è la parola che usa. Phony, come ripeteva fino allo sfinimento Holden Caulfield, protagonista del Catcher in the Rye di Salinger (alias Il Giovane Holden) mentre puntava il dito contro qualsiasi adulto che gli stava intorno. E’ qui che il mio cervello ha fatto 360 gradi arrivando dritto a The Tale of Scrotie Mc Boogerballs, la puntata  di South Park parodia del Catcher in the Rye, che non fa altro che esplorare questo complesso rapporto, tra autore e opera, fino al paradosso completo dello straniamento con Leopold “Butters” Stotch che firma un libro in realtà mai scritto. Perché i lettori hanno tanto amato Scrotie Mc Boogerballs, Holden Caulfield o i beautiful losers dei romanzi di Hornby? Con ogni probabilità, per motivi che l’autore non intendeva nemmeno. E quanto va cercato l’autore dentro le pagine di un romanzo, nei versi di una canzone?

Folds dice appunto che gli artisti americani, più degli altri, devono scrivere di fatti realistici se non vogliono essere accusati di falsità e portava l’esempio di David Bowie, che in piena libertà d’invenzione ha potuto creare Ziggy e gli Spiders from Mars contro Bruce Springsteen e le sue Badlands. Ma non sono così convinta che sia una questione di nazionalità, forse negli anni ’70 si era semplicemente più liberi d’inventare. Però il maledetto errore di pensare che ogni cosa qualcuno scriva o canti sia autobiografica si fa spesso, soprattutto quando ci sono artisti che mettono così tanto di se stessi in musica. Anche se i nomi che mi vengono in mente non sono tutti americani, oddio, forse lo sono per la maggior parte. E’ banale che la gente cerchi la verità o almeno la percezione di realtà ma alla fine è banale anche il contrario. E’ bello leggere un testo dove potersi rispecchiare ma anche un altro in cui perdersi per sempre con la fantasia. Che succede se si intendevano solo dire un mucchio di stronzate ma gli altri ci leggono il senso della vita? L’autore rimane lì in mezzo, a volte scambiato per genio (insomma questo “Scrotie in the Rye” era davvero la denuncia all’ipocrisia che dicono?) altre incompreso, ma quasi sempre estraniato dalla sua opera.

Sono le prime ore del mattino, ho sonno, sto male e da questi ragionamenti non ne uscirò mai viva. Se avete qualche idea illuminante a riguardo, fatevi avanti.

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X-Files-Factor

Altro che Arise e Giusy Ferrere varie, guardatevi il video di questa zitella scozzese di 47 anni che solo una settimana fa era una perfetta sconosciuta e oggi è la cantante più popolare del momento. La sua performance di 3 minuti in TV su Britain’s Got Talent (una menata simile a X-Factor) ha generato: 100 milioni hits su You-tube, una copertura mediatica allucinante nel Regno Unito e in America, con interviste della CNN, Demi Moore che la limona virtualmente su Twitter, inviti alla famosissima trasmissione “The Oprah Winfrey Show” and so on… Ma il vero segnale di popolarità, secondo il mio punto di vista ovviamente, è il fatto che South Park, col suo solito geniale tempismo, sia già riuscito a scherzarci sopra. Solo le parole di Kyle possono sintetizzare bene quelli che sono i miei pensieri di fronte a fenomeni mediatici del genere:

“If one more person talks to me about that Susan Boyle performance of Les Miserables, I am going to puke my balls out through my mouth.” 

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