Archivi tag: Pink Floyd

You painter, you piper, you prisoner.

Chi non è rimasto affascinato dal mito di Syd Barrett, scagli la prima anfetamina. Crazy diamond, sperimentarore chitarraro, compositore di versi meravgliosamente surreali, bello da morire e morto di bella, quando era ancora in vita. Nel 1965 fondava i Pink Floyd e nel 1968 fondeva il cervello con dosi massicce di acido lisergico, di cui andava ghiotto. Tre anni appena e la leggenda sarebbe vissuta per sempre: un pellegrinaggio continuo di fans nella sua casa di Cambridge, dove viveva da recluso e non avrebbe aperto la porta a nessuno. “La maggior parte di loro erano italiani” mi ha detto Rosemary, sorella di Barrett, alla preview della mostra Syd Barrett: Art & Letters, esposta fino al 10 aprile alla Idea Generation Gallery. “Mi ha sempre incuriosito il fatto che gli italiani lo amassero così tanto, sai spiegarmi il motivo?” domanda. “Tutti amano Syd, forse gli italiani sono solo più invadenti degli altri?!” risposta al rum e coka. Poi mi indica un dipinto in aquarello creato da Syd due giorni prima che morisse, nel luglio 2006: “Quello l’ha fatto per me, ma in genere dipingeva solo per se stesso e nessun altro, non gli interessava di mostrare il suo lavoro e nemmeno di conservarlo, non ne vedeva il senso“. I quadri li bruciava in giardino, tant’è che i dipinti sopravvissuti sono stati salvati di nascosto dalla sorella, oppure erano regali di Syd alle fidanzate.

Ho sempre amato alla follia Barrett, fin da teenager: sono orgogliosa di essere nata il 6 gennaio come lui, piansi come una vitellina quel 7 luglio non appena saputo della sua morte, ho consumato la sua discografia solista (pure quelle robe incompiute e inascoltabili di Opel), adoro The Piper At The Gates of Dawn e i primi singoli dei Floyd e quel suono spettacolare di chitarra filtrato da un echo box, innovativo tuttoggi. Ma nelle ultime settimane ho fatto lo sforzo di uscire dalla adorata mitomania e provare a vedere Syd, anzi Roger Keith Barrett, per quello che era: un ventenne dalle infinite potenzialità, tutte bruciate nel nulla. Una storia fottutamente triste. Il profilo di Roger, la persona dietro il mito, è cominciato ad emergere dopo aver conosciuto chi davvero gli è stato vicino. “Syd era un pittore”. Questo è il verdetto e la frase che tutti hanno usato per definirlo. La musica non era che un passatempo per lui: “Un hobby che poi gli è sfuggito di mano” mi ha detto Graham Coxon (chitarrista e autore dei Blur), anche lui presente alla prima della mostra. Graham, ragazzo carinissimo e timidissimo sembrerebbe, non l’ha conosciuto di persona ma era uno dei candidati al pellegrinaggio di Cambridge. “Poi ho deciso di lasciar perdere e di andare a incontrare Paul Weller!”.

Il fotografo Mick Rock mi ha invece raccontato di quando si facevano di acido insieme, leggevano fumetti di Robert Crumb, ascoltavano musica… Fino al giorno in cui Syd gli ha chiesto di scattargli qualche foto e lui in piena botta da LSD, ha preso in mano una macchina fotografia, decidendo il suo futuro mestiere e immortalandolo in quelle che oggi sono le sue immagini più celebri. Avete presente le foto con il pavimento della sua stanza dipinto di fresco in strisce arancioni e viola? “Per farlo si era chiuso in un angolo e non poteva più uscire!” Mick ancora ci ride su, eppure, col senno di poi, è stata una metafora di vita tutt’altro che divertente. “Ci divertivamo un mondo insieme, rideva sempre, era simpaticissimo”. Lui non era alla preview della mostra (l’ho intervistato giorni prima) ma c’erano le sue meravigliose foto. E indovinate chi altri? Iggy the Eskimo: la misteriosa donna nuda sul set del loro shoot. E’ stata lei a cominciare a parlarmi perché le piaceva il mio nuovo cappello tricorno veneziano che ormai non tolgo manco per dormire.

I dipinti in mostra hanno tutti stili diversi, un po’ perché erano il prodotto degli anni del college, quando ancora sperimentava alla ricerca di un proprio stile. E un po’ perché: “In Syd vivevano numerose personalità” come spiega Rosemary. Negli ultimi anni scattava fotografie ai vasi e fiori che si apprestava a dipingere. Poi immortalava anche il suo dipinto compiuto, prima di distruggerlo per sempre. Le “letters” esposte sono invece le lettere d’amore firmate Roger e scritte per le fidanzate Libby e Jane. Tutte e due presenti alla mostra: due donne tranquillissime sulla cinquantina. “Lui era una persona così passionale ed adorabile” mi svela Jane. Le lettere sono piene di disegni divertenti, anche il suo lato romantico era intriso d’umorismo. I fan dei Pink Floyd ameranno le lettere in cui Syd illustra la disposizione della band durante le prime registrazioni. O quando spiega di quanto sia piccolo lo studio oppure dice che l’indomani sarebbe forse arrivato un nuovo membro, tale David Gilmour…

Insomma, chi era davvero Syd Barrett? “Di certo non era una vittima delle droghe come vogliono farci credere” dice Graham Coxon. Secondo lui – e non è il solo a pensarla così – è stata colpa della pressione del successo, arrivato troppo in fretta. Una fama che tra l’altro, non gli interessava: “Syd voleva solo dipingere, per lui era più importante che mangiare o dormire” parla ancora Rosemary. Barrett intendeva prendersi un anno di sabbatico dal Camberwell College of Arts per le registrazioni di The Piper, ma non aveva fatto i conti con la leggenda, che cercava un nuovo martire e l’ha pure trovato.

Annunci

10 commenti

Archiviato in Uncategorized

Francobolli rock!

Forse avrete già letto la notizia: la Royal Mail (Poste Inglesi) ha pubblicato una serie limitata di francobolli raffiguranti 10 iconiche copertine di album. Eccoli qui, me li sono aggiudicati! Ovvio che la scelta finale non avrebbe accontentato tutti ma non mi va che dalla lista abbiamo escluso proprio i Beatles: grido al complotto! Indigestione da remastered? La vendetta degli Stoniani? Ammetto invece di essere felice che abbiamo lasciato fuori la loro cover band, ovvero gli Oasis, per inserire i rivali Blur. 

I francobolli rock sono già quasi tutti sold out. Quando il postman di West Hampsted mi ha visto indecisa se comprarli o meno, ha sussurrato con ghigno beffardo: è l’ultimo rimasto, non ne stampiamo altri hihi! Il problema è che ho grosse difficoltà ad acquistare album, seppur disegnati, degli inutili Coldplay. I loro cd sono perfetti da usare come sottobicchiere ma con un francobollo da miseri 0,39 pence, che ci faccio? Tra l’altro quella copertina – diseganta dal fotografo Sølve Sundsbø per un numero di Dazed & Confused – mi ha sempre dato sui nervi. Una volta tornata a casa l’ho osservata meglio, ora mi sta più simpatica: ho capito cosa mi ricorda. Avete presente l’episodio di South Park, Britney’s new look?  Tale e quale non credete?

E voi, quali copertine avreste scelto?

E perché sto coso adesso mi scrive in blue? Allora è possibile scrivere a colori sul blog? Ma poi perché vorrei scrivere a colori? (Spero che durante la notte mi si rigeneri qualche neurone perché questo fine settimana li ho messi a dura prova).


16 commenti

Archiviato in Uncategorized

Animals: Porci leali

pig on the wing

Una sera di dicembre, 2007, tornando a casa in vespa, mi giro e vedo la scena qui sopra. Ero sobria, magari un po’ stanca e ho subito pensato di avere un’allucinazione. Dopotutto, quante volte passando lì davanti, invece che vedere una centrale elettrica in disuso (non per molto), vedevo solo la foto di copertina dell’album dei Pink Floyd. Ma stavolta, il “Pig on the Wing” stava proprio lì, fluttuante e baldanzoso, mi guardava e sussurrava, telepaticamente, un lirismo alla Orwell. Non so chi ce l’abbia messo, so solo che il giorno dopo non c’era più: con ogni probabilità gli operai l’hanno tolto, first thing in the morning. Il caso vuole, che quella sera avevo con me la macchina fotografica e nel buio pesto, ho fatto una lunghissima esposizione usando la vespa come cavalletto e facendo un parcheggio da equilibrista lungo il marciapiede di Nine Elms Lane.

La Battersea Power Station è uno dei landmark più austeri di Londra e del rock; forse è una delle strutture più fotografate di Londra ma son felice di avere avuto il gran culo di immortalata in un momento così unico. A progettarla è stato l’architetto Sir Giles Gilbert Scott – con un nome così non mi sarei aspettata nulla di meno – lo stesso che ha disegnato le iconiche cabine telefoniche rosse e un’altra centrale elettrica a Southbank, oggi convertita nel museo della Tata Moderna, alias Tate Modern (se ci fate caso i due edifici sono molto più che simili).

Picture 3“Animals” rimane un grande album, angosciante ma sicuramente meno di the “Final Cut”. Ora non vivo più a Batterrsea, dunque non la vedo quotidinamente ma spesso, e ogni volta mi inspira in qualche modo o semplicemente mi fa partire in automatico: “you gotta be crazy, gotta have a real need…gotta sleep on your toes, and when you’re on the street,
you gotta be able to pick out the easy meat with your eyes closed…
” o ripetere come una deficiente: “ Who was dragged down by the stone, the stone, the stone, the stone, the stone…”  Con l’eco di “the Stone” che può durare, non esagero, anche per un paio di miglia. L’altro giorno, invece, mi ha dato l’idea per scrivere l’articolo uscito oggi sul Secolo XIX, questo il link, sulle strade di Londra impresse sulle copertine di album storici. Oddio, quello degli Streets non lo considero storico ma schiaffare un palazzo popolare in una cover, è un’idea che non può essere snobbata. L’occasione? L’8 agosto sono 40 anni dall’attraversamento di Abbey Road; ci farò una capatina: rigorosamente scalza.

4 commenti

Archiviato in Uncategorized