Archivi tag: Pete Doherty

The Irrepressibles!

Photos©chiarameattelli_2010

D’accordo, Mirror Mirror non è per tutti, né per tutti i giorni. E’ strabordante, pomposo, ricco quanto un piatto di tagliatelle al cinghiale ossobucato farcito di agnello fritto. Ma è anche pieno di idee splendide, melodie meravigliose e fantastiche orchestrazioni. L’effetto barocco ha un senso determinato, soprattutto insieme alle liriche e alle istallazioni di visual art, parte integrante dei loro concerti. Assimilato con le giuste dosi, è un album in grado di muovervi le corde della milza, facendo vacillare i vostri sensi.

La voce di Jamie McDermott – autore di ciascuna canzone degli Irrepressibles – ricorda terribilmente quella di Antony Hegarty ma è ancora più disciplinata, controllata e incontrollabile, calma ed isterica allo stesso tempo. Se vi ho incuriosito abbastanza, sul Rolling Stone magazine di questo mese troverete un mio pezzone-intervista su di loro.

PS Troverete anche una recensione dello spettacolo teatrale con Carl Barat e Sadie Frost, visto lo scorso mese. Insomma… purché non reciti, il darlingo Barat, è persino pregato di fare questa inutilissima riunion con i Libertines! (festival di Reading e Leeds)

POSTILLA 08/04 Il Rolling ha messo il pezzo online, eccolo accà

12 commenti

Archiviato in Uncategorized

Glastonbury Special: Saturday, the day of the Bruce-Truce

I was crawling through a festival way out west
I was thinking about love and the acid test
but first I got real dizzy with a real rockin’ gang
then I saw the coma girl, and the excitement gang

Quando Bruce ha aperto lo show con questo pezzo di Joe Strummer, “Coma Girl”, scritta appunto per il festival di Glastonbury, ammetto che mi è venuta la pelle d’oca. Non l’avevo mai visto dal vivo con la E Street Band ma solo il suo tour acustico, qualche anno fa a Long Island, bel concerto ma tutt’altra storia. E ho capito, ho capito quando dicono che Bruce bisogna vederlo dal vivo con la sua band per apprezzarlo davvero. Non sono mai stata una patita del Boss ma di canzoni ne conosco ed è stato qualcosa sentire “Badlads” “Dancing in the Dark” o “Because the Night” ieri sera. I nuovi brani invece poteva pure risparmiarli, “Outlaw Pete” l’ho trovata di una bruttezza imbarazzante, così simile al pezzo supercheesy dei Kiss, “I was made for loving you baby” e con quel ritornello Can you hear me?, ogni volta che lo diceva mi sentivo male tanto irritava. Allo stesso modo, per la prima mezzora il Boss mi ha presa tutta, occhi, orecchie, strappandomi sorrisi (da ebete visto che ero sola as usual) ogni volta che si lanciava sopra la folla adorante. Il Boss si deve dare al pubblico per essere completo, non può farne a meno e lo fa con tutto se stesso. Mentre mi allontanavo verso le file più esterne del Pyramid stage ho notato come tutti, anche quelli lontani chilometri dal palco, lo guardessero in ammirazione, una scena che non avevo visto la sera prima per il mio amato Neil. Lo guardavano i ragazzi sfumazzanti, gli anziani seduti con quelle cavolo di sedie (su cui inciampavi ogni 2 minuti) in mezzo alla folla, lo guardavano chi lavorava nelle camionette che vendono hamburger (probabilmente al cane avariato) e chi vendeva panini al tofu organico. Insomma, Bruce era come una calamita umana che attirava ogni sguardo che avrebbe solo lontanamente incrociato. Va bene, ho capito perché il Bruce è il Bruce ma c’è un ma. Un “ma” che riguarda solo me a quanto pare, che dopo una trentina di muniti, l’ho trovato un po’ noioso. Il problema è quell’alto grado di prevedibilità nel suo rock che non mi prende e non potrà mai prendere l’anima, è impossibile, c’ho provato. Forse è proprio quello che piace ma scusate, cosa ha di bello un pezzo come “Prove it all night”? Perché sono impazziti tutti quando l’ha suonata ieri sera? Non lo capisco, non mi arriva. L’importante è che sia arrivato a tutti gli altri no? Postilla Bruce: non ci sono foto perché è stato l’unico, ripeto, l’unico a dare un limite ai fotografi, ne ha ammessi solo alcuni, quelli che lavoravano per le agenzie. Non si fa! (Sorry Eddie boy).

Queste le mie impressioni, sparse e velocissime che voglio andare a vedere Nick Cave e i suoi Bad Seeds adesso. Intanto carico una galleria con le foto di ieri e per la cronaca, quelle a Pete Doherty l’ho fatte solo in quanto mercenaria, anche se le 3 canzoni che ho ascoltato non erano mica così male. Mi sono ricordata che prima che diventsase il personaggio più odioso dell’universo, Doherty aveva una voce molto peculiare, che colpisce. Il ritorno di Stills Crosby & Nash è stato invece spaziale! E’ stato emozionante, non tanto vederli ma sentirli… I rumori che li volevano jammare con Neil Young sono stati smentiti, come ci si poteva immaginare. Gli Spinal Tap, invecchiatissimi, hanno rocckato duro, up to eleven! Sono stati uno di quegli sfizi che si devono togliere nella vita. Kasabian?  Ni. Una band con un grande tiro dal vivo quando suona le sue hits ma che poi diventa un po’ noiosa, mi chiedo quanta sostanza ci sia dietro ai loro pezzi… credo poca. Oggi però è stata una giornata musicalmente meravigliosa, ne parlerò poi, vado da Nick Cave e poi Blur! By the way, ieri mi sono trovata a faccia faccia con Damon Albarn, è pazzesco, quell’uomo dimostra sì e no 12 anni.

Ah tra l’altro sto vivendo la tragedia di avere perso l’i-phone, dopo vado a cercarlo ai “lost and founds”, sicuramente ne ritroverò due… Qualcuno mi spiega come faccio a chiamare i miei amici che stanno là fuori, a divertirsi e come torno a Londra domani? Help!

_CHI0019_CHI0031_CHI0064_CHI0192_CHI0201_CHI0217_CHI0264_CHI0358

68 commenti

Archiviato in Uncategorized

Rockarchive: Fotografie in tour

Quando una fotografa come Jill Furmanovsky si mette a frugare tra le vecchie scatole, non trova le immagini della comunione del cugino di Gubbio ma quelle di Miles Davis in concerto o Bob Marley stonato nella camera d’albergo o James Brown o The Who, ecc. Se poi Jill decide di creare, coinvolgendo altri celebri fotografi, un archivio di immagini che catturano i momenti più importanti della storia della musica contemporanea, allora significa che ha avuto una vita troppo rock per sapere anche cosa sia una comunione. Beata. Son passati 10 anni dalla nascita di Rockarchive e per celebrare l’anniversario, la Furmanovsky ha deciso di mandare una mostra fotografica in tour. Iniziata a Dubai lo scorso settembre, Rockarchive si trova adesso a Londra, al ’65-’67 di Broadwick street, a ridosso di Carnaby street. Le foto di Jill sono tutte appese sotto il soffito, le uniche a non essere incorniciate; per guardarle viene il torcicollo ma vale la pena. Fantastica quella dei Madness a New York, uno appoggiato all’altro sembrano riproporre un disordinato skyline della città. Quella di Dave Gilmour ha uno strano taglio, di lui si vede appena la silhouette che emana un raggio di luce, si sente quasi il suono di quell’ombra di chitarra… Ho sempre pensato che un fotografo di musica di successo debba essere anche un fan, deve sapere cosa succede sul palco, sentire la musica pulsare sotto la pelle mentre compone le immagini. E fan erano tutti i grandi fotografi di quella generazione e quelli che fanno parte del Rockarchive. Shelia Rock, per esempio, amava il punk e così si è occupata di Blondie, i Clash, Siouxsie Sioux. Altri ci si sono trovati un po’ per caso ma sempre perché amanti di musica. Come Mick Rock, amico di università di Sid Barrett. Mick non aveva ancora deciso di diventare un fotografo professionista quando si trovava a scattare nell’appartamento di Sid a Cambridge quella che sarebbe stata la copertina del suo primo album solista The Madcup Laughs. Alla mostra non c’è quell’immagine, ce ne è un’altra, inedita, tratta dallo stesso photoshoot: Sid si copre il volto, sorridente, con ai piedi due giradischi (che bello usare questo termine vintage!). Anche il suo ritratto di Iggy Pop di qualche anno dopo è inedito e intenso. Ha fermato l’innocenza nel volto di quel diavolo, è entrato nel suo occhio blu (l’altro lo teneva chiuso) e ne è uscito con una sua espressione addirittura dolce. Iggy dolce? Sì, dolce. A questo punto evitiamo di fare commenti banali, tipo Sheila Rock, Mick Rock = fotografi rock, anche se è una bella coincidenza. 

Poi ci sono foto di Keith Moon con Oliver Reed sul set del film Tommy. E ancora, i Pink Floyd seduti su una panchina di un parco londinese, Gilmour ha in mano una cup of tea, gli altri un sandwhich e tutti guardano l’obiettivo sorridendo, felicemente rintronati. Mi costa dirlo perché i soggetti sono poco simpatici ma è molto bella anche la foto che ritrae Liam Gallagher insieme con Bono, uno sfocato con la bocca spalancata e l’altro dietro, a fuoco, con la faccia strafottente e incappucciata. Poi ci sono due bellissimi ritratti di Tom Waits, uno di lui con le mani prensili mentre si contorce in un concerto del 1983, l’altra risale ai tempi di The Heart of Saturday Night… Non posso nascondere il fastidio nel vedere l’immagine di Pete Doherty stargli sotto. A proposito di “sfiniti” contemporanei, c’è anche un bel ritratto di Amy Winehouse, un profilo perfetto che la immortala in tutta la lucidità del post-crack. Poi ancora Nina Simone, Frank Sinatra, Queen, Rolling Stones e infiniti altri. Ufficialmente la mostra a Londra chiude l’8 novembre ma hanno già detto di prorogarla (data TBC). Poi avrete altre opportunità di vederla nella prossime date del tour: Brighton, Sydney, Tokyo, Ginevra, Praga e New York, dove conta di arrivare in tempo per l’autunno prossimo… Io invece quando vedo queste cose capisco che sono fuori tempo, devono aver fatto un errore lassù, sono nata con almeno una ventina di anni di ritardo.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized