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Latitude Festival Report

Quando vedi un branco di pecorelle colorate significa o che hai esagerato con gli acidi o che sei al Latitude Festival. C’è anche una terza possibilità: hai esagerato con gli acidi al Latitude Festival. Ma non è questo il caso. La mia droga – pesante s’intende – sarebbe stata una dose massiccia di Midlake endovena, ai quali avrei fatto da fotografa personale scorrazzando allegramente avanti e indietro per il backstage.  Ma andiamo per gradi. Purtroppo mi sono persa il line-up di venerdì, dovevo intervistare Peter Buck dei REM per la sua nuova ennesima band Tired Pony (prossimamente su Busca e forse altrove). Dunque niente National, che ero molto curiosa di vedere dal vivo, niente Richard Hawley, che mi ero già gustata mesi fa e niente Wild Beasts (visti giorni fa al iTunes festival) e purtroppo niente Villagers, che più ascolto su disco e più mi convincono. Niente Spoon – dicono siano grandiosi live – e niente Laura Marling che desidero vedere da una vita e  straconsiglio a tutti i folkettoni. Bello questo post che parla di tutto ciò che mi sono persa, complimenti. Continuo. Niente Black Mountain, piacevolissima scoperta di anni fa al Greenman Festival, niente Empire of the Sun e niente Florence, ma su questi ultimi due nomi potrei aggiungere un sonoro: mastigrandissimicazz.

Arrivo al Latitude sabato pomeriggio, da sola, dopo avere appreso che nei due giorni precedenti sono avvenuti due stupri (ho appena scritto un post a riguardo, Latitude Festival: Peace & Love & Violence qui sul Rolling blog, con annessa galleria fotografica). Monto la tenda e faccio giusto in tempo a posizionarmi di fronte all’Obelisk Arena per la performance di John Grant. Splendido concerto, acustica perfetta e lui che sembrava più sciolto del solito nonostante l’enorme palco. Poi ne glisso parecchi, da Belle and Sebastian – troppo sonniferi per i miei gusti – ai XX, visti giorni prima all’iTunes Festival (e per 4-5 anni sono a posto). Chi mi ha colpito sono stati Noah and the Whale, un gruppo londinese che da diversi anni vedo aprire come supporto ai più disparati concerti e che ho sempre considerato come pop trullallero. Non più, sono cambiati. Il merito è ancora una volta di un cuore infranto: il leader Charlie Fink dopo essersi lasciato con Laura Marling, ha creato melodie ricercate e intense, proprio come il timbro della sua profonda voce. Dopo di loro, sulla Word Arena, sono arrivati gli Horrors: grandiosa scarica di punk rock ben calibrato. Splendido il crescendo finale di I Only Think of You e il tocco con cui hanno abbassato il volume di un’apocalisse in corso.

Dopo essermi sorbita qualche spettacolo alla tenda della letteratura e in quella dei film – ed essermi mangiata una pizza al cemento armato – sono dileguata in tenda, cercando di coprire il rumore assordante di fondo con Songs of Leonard Cohen (non ho mai detto di fare cose sensate). Domenica mattina, mentre guardo negli occhi un eggs & bacon roll, vengo travolta dalla voce spaziale di Tom Jones. Con lui sul palco la Gibson firebird di quel geniaccio di Ethan Johns, produttore-guru nonché sosia  del Dude nel Big Lebowski.

A seguire i giovani texani Strange Boys: un suono fuori dal tempo con una chitarra stile Stones anni ’60. Loro, invece, sono solo fuori: quando ci parlo cominciano a raccontarmi vita morte e miracoli su Lucky Luciano. Il debutto Be Brave (la titletrack è pressoché irresistibile) suona come la perfetta soundtrack per l’estate: leggero il giusto, divertente e retrò.  Ricordo che la prima volta che l’ho ascoltato ero convinta fossero una band di 50 anni fa, sono rimasta di stucco quando ho scoperto la verità. Oh well, anzi, orbene, veniamo ai Mumford & Sons: non ho amato il loro album, una produzione troppo patinata per i miei gusti, ma dal vivo, mi hanno spettinata, catturata, vivisezionata. Potenti. I Dirty Projectors sono gli ultimi cocchi di New York, uno di quei gruppi talmente pompati dai magazines inglesi che sentendoli su disco sono rimasta inevitabilmente delusa. O forse la colpa è mia che non gli ho dedicato il tempo necessario per apprezzarli. Dal vivo è un’altra storia. E’ stato divertente sentirli dal palco, in piedi accanto ai loro compaesani Grizzly Bear che li guardavano in adorazione. Art pop, avant garde rock, non saprei come descriverli ma gli effetti della chitarra intrecciati alle armonie, e a quella batteria senza tregua, hanno avuto un effetto travolgente.

Seguono i Midlake, credo di avere menzionato il loro nome una o due volte da queste parti (battutona). Tengo per me – per ora – i momenti e le foto scattate in backstage, quando sceglievano la scaletta e seguivano riti di preparazione prima di salire sul palco. Young Bride, Head Home, Acts of Man, Roscoe, Core of Nature, Winter Dies e un paio di suite d’apertura da brivido. Splendido sentire il suono uscire direttamente dalle spie del palco, quell’alchimia di flauti e chitarre del loro suono distintivo. Infine lo show dei Grizzly Bear, che sono andata vedere insieme ai Midlake: è sempre interessante sentire i pareri di altre band sui loro colleghi. Dal vivo è un suono opulento, forse anche troppo. Le nuove canzoni sembravano ottime, fanno ben promettere per il prossimo album, mentre i brani di Veckdamist, uno su tutti While You Wait for the Others, sono già classici (Dio come mi fa impazzire quell’effetto metallico di chitarra).

Fine bollettino di guerra, scritto di corsa, spero sia comprensibile. Vi lascio con il video di Roscoe, anzi, Roscow come scrivono loro sulla scaletta, per sfottersi. L’audio è abbastanza schifoso ma è l’unica chance di vedermi sul palco con i Midlake. Ovviamente con una macchina fotografica: a ciascuno il suo strumento…

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Glastonbury Special: Sunday, all of a Blur!

Sono incredibilmente riuscita a tornare a Londra grazie a una mostruosa coincidenza. Ciancio alle bands, ieri a Glastonbury c’erano una miriade di concerti interessanti da non perdere, tutti dislocati da un angolo all’altro dell’immenso campo del festival. Le alternative erano: o farsi sopraffare dalla nevrosi o mettersi l’anima in pace e fare delle scelte nel limite delle gigs che si è tenuti a vedere per lavoro. Dopo questi tre giorni sono giunta ad alcune importanti conclusioni. Ai festival si gustano solo i concerti nei palchi più piccoli dove suonano bands meno, o anche zero, conosciute. Il suono delle altre gigs sui palchi più grandi viene disperso tra le chiacchiere di birraioli impazziti che urlano anche per soffiarsi il naso. Lo stesso vale per le fotografie, sempre costrette da distanze enormi e milioni di telecamere che permettono raramente di inquadrare angoli interessanti. Ma questo è quasi scontato. E scontata è stata anche la reazione a dir poco entusiasta al ritorno dei Blur. Dopo due concerti headline fatti di assoli interminabili e rock intriso d’America, si è solo pensato a ballare e cantare il più forte e British possibile. 

Damon Albarn era fatto, anzi fattissimo. Con lo sguardo spiritato e i movimenti isterici di una scimmietta impazzita ha gridato così tanto che dopo i primi tre pezzi “She’s so high”, “Girls & Boys” e “There’s no other way”, aveva già perso la voce. Si girava intorno non convinto di cosa fare o dire mentre la chitarra di Graham Coxon teneva insieme tutto, soprattutto la voce di Albarn che ha volte si dimenticava il beat. Nient’altro che pop ma ben fatto. La tentazione di danzare a “Country house” o unirsi al coro epico di “Tender”coi paladini del brit-pop era troppo allettante dato lo stato psicofisico con cui si arriva alla domenica glastonburiana. Come non divertirsi quando ti compare davanti Phil Daniels, sempre più simile al classico omino inglese di mezza età da pub, che recita il monologo supercockney di “Parklife”? Poi ancora “End of A Century”, “For Tomorrow”, “Coffee & TV”, “Beetlebum”, insomma, le hanno fatte tutte, o quasi. Piuttosto bizzarra la scena in cui Damon Albarn scoppia in un breve ed incontrollato pianto prima di uscire per l’encore. E’ stata l’emozione per la gioia della stermianta folla o l’incazzatura di chi sta troppo fuori e non riesce a colpire le note perché a quel punto del concerto non ha più un filo di voce? Sul fatto che “the Universal” sia ormai diventato un classico però non ci sono dubbi. 

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