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“Howl” & this beatnik heart


Photo©Cynthia Wood 2010

Oggi, mentre guardavo Howl al press screening del London Film Festival, provavo ad immaginarmi giornalista in quegli anni. Chissà cosa significava registrare su quelle bobine giganti mi chiedevo mentre in tasca avevo un dictaphone digitale grande quanto un cotton fioc. Come sarebbe stato intervistare Allen Ginsberg? Non era certo affascinante, nell’estetica, quanto James Franco. Eppure quell’attore è un fottuto genio, lo interpreta così bene da farci credere sia la reincarnazione.

Guardavo Howl e ripensavo alla prima volta che ho letto quella poesia squarciatesta, all’edizione che ho nella sua copertina originale, ripensavo a JS che me l’ha regalata qualche natale fa, prima di mollarmi. Pensavo alla prima volta che ho visitato San Francisco, al mio sguardo che incrociava il leggendario City Light Book. Tanta storia là dentro, che continuerà a raccontarsi, inesorabile negli anni. Però chissà cosa accadrà ai libri. Saranno davvero tutti rimpiazzati da questi dannati cosini elettronici? Diventeranno gioie rare, come il vinile? Oggetti di feticismo di noi bastardi romantici, nauseabondi nostalgici, intrappolati nei labirinti del ricordo, anche di tempi mai vissuti.

Forse non è un caso che abbiano programmato il film questa settimana, la stessa del San Francisco Literary Festival in cui erano ospiti, tra gli altri, Tom Waits, Patti Smith, Lenny Kayne e Steve Earle; belli e sorridenti nell’immagine qui sopra. Tutti pronti ad onorare il vero paperback bohemien, Lawrence Ferlinghetti (c’era anche lui sul film, interpretato da non so chi). Tom Waits e Patti Smith: gli ultimi poeti della beatnik generation. Ma cos’è sta beatnik generation? “Non è nulla – dice Ginsberg – sono solo degli autori che cercano di essere pubblicati”. Howl aprì la porta e On The Road di Jack Kerouac la oltrepassò subito dopo a cento miglia all’ora. Howl spalancò le menti, fece pensare in modo libero all’onestà intellettuale dell’autore. Portò dignità al pompino ed a qulasiasi altra parola che lo scrittore ritiene pertinente per dare un filo logico ai propri pensieri, sconnessi che siano. E poi, chi era Carl Salomon a cui Ginsberg dedica la poesia? Che importa se non è mai esistito? Dove finiscono le parole di Salomon e iniziano quelle di Ginsberg, nessuno può dirlo. Intanto il mio socio, per una buffa coincidenza, mi scrive da New York, dice che mi ha comprato un vecchia raccolta di poesie di Patti Smith autografata. Ricordo mamma Patti appena ragazzina, addescata dentro un diner da Ginsberg, che l’aveva scambiata per un maschio (da Just Kids, libro dell’anno).

Penso alle parole di Ginsberg, alla sfida di ogni scrittore: essere fedeli alla musa dentro se stessi, ovvero scrivere come si pensa, scrivere quello che si è. Lasciare che le parole ti escano dalle budella, far sì che il tuo stile corrisponda alla tua vera essenza. Patti Smith lo fa. Tom Waits lo fa. Ginsberg lo faceva.

Howl, il libro, ha vinto il processo per la libertà d’espressione nel 1957, possiamo dire quello che ci pare. Che non significa riempire di merda ogni spazio pubblicabile dell’universo, virtuale e non. Il film è proprio incentrato nella corte di tribunale, poi spazia tra le interviste di James Franco-Ginsberg, cerca di definire il suo profilo, si insinua nelle nottate fumose in cui leggeva i suoi scritti agli amici e fan. Infine ci sono, ovviamente, i versi di Howl, accompagnati da animazioni quasi lisergiche. Ma consiglio chiudere gli occhi, sentire dentro ogni parola ed affidarsi solo alla propria immaginazione… Buon viaggio.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix…

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