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And the Wynn is…


Non ce ne sono come Steve Wynn. Non riesco a pensare a un altro che respira di musica quanto lui: Steve si nutre di ogni genere, senza pregiudizi. Con i Dream Syndicate creava la cult band del paisley undeground con Medicine Show (1984) che resta uno degli album più influenti per ogni band alternative rock anni ’90. “C’era un periodo in cui tutte le major volevano offrirci un contratto […] ai nostri concerti arrivarono tutti questi tizi vestiti di scuro, con il libretto degli assegni alla mano, per offrirci un contratto. Noi reagivamo suonando lo spettacolo più difficile possibile, magari suonando 45 minuti in feedback. Se ci volevano, dovevano averci secondo le nostre regole.” Così mi spiega Steve ad Amburgo lo scorso novembre, dove suonava un concerto indimenticabile insieme ai Giant Sand dell’amico Howe Gelb. Con quella frase dice tutto: questione di fedeltà. Se il manager dei Dream Syndicate (lo stesso dei Nirvana) gli suggeriva un album noise perché i tempi lo richiedevano, lui se ne infischiava, optando per uno folk “perché mi ronzava in testa quella musica”.

Se ne pente? Giammai. Everything that rises must resolve (che in veneziano vuol dire: alla fin della fièr, il temp livell ogni cos) come ripete incessantemente in Resolution, brano d’apertura del nuovo – awesomo – album Northern Aggression. Qui a Londra ne ha proposto una versione spettacolare insieme all’amico Chris Cacavas alle tastiere (Green on Red e una trafila di perle soliste tra cui vi segnalo il recente Love’s Been Discontinued) ed Erik Van Loo al contrabbasso, turnista europista di sinistra dei Miracle Three. La gig spazia tra le canzoni del nuovo disco e quelle composte in più di 30 anni di succosa carriera; il bello di Wynn è che può suonare uno stesso brano in 101 modi diversi. Vederlo con Chris è stato speciale: insieme improvvisano con l’intesa di uno sguardo e l’abilità di chi s’inventa sempre la nota giusta. Così succede quando si suona con l’anima e non solo con la testa. Bring the magic, è uno dei pochi brani scritti insieme a Cacavas o meglio, Chromo Valdez, l’alter ego electro-messicano di Chris. Freak Star è tratta dallo splendido Tick, Tick, Tick dei Miracle Three, poi una brividosa versione di Boston prima che Steve si fiondi in mezzo al pubblico per There Will Come a Day e il ghost track di Static Transmission con Cacavas alla fisarmonica. La voce di Steve sembra in perenne trasformazione, come se ogni volta sperimentasse nuovi colori e sentieri vocali: onesta, attraente, sincera, sempre più simile a un Dylan non gracchiante.

Li ho visti ancora a Bedford, dove mi son camuffata da rodie per un giorno dopo che hanno avuto alcuni problemi con il transfer (un consiglio spassionato: non chiamate un autista inglese per condurre una macchina con la guida a sinistra in UK). E’ sempre divertente ascoltare le sue strepitose storie, come quando a 20 anni era saltato su un bus diretto a Memphis, attraversando gli States, nella speranza di incontrare Alex Chilton, ovvero l’uomo che aveva scritto un album “onesto, vulnerabile e limpido come Third” (con i Big Star). I due non solo si incontrarono ma divennero col tempo buoni amici: “Parlavamo di amore, filosofia e vita”. Forse perché con Steve, anche quando si parla di musica in realtà si ha l’impressione di toccare argomenti ben più profondi.

Il tour acustico passerà anche in Italia: 11 febbraio al Club Il Giardino di Verona, 12 febbraio al Bloom di Milano, 13 febbraio al Big Mama di Roma, 14 febbraio a Vicenza per l’Acoustic show Marostica. Promette che presto passerà anche con il Baseball Project, il supergruppo insieme alla moglie-batterista-metronoma Linda Pitmon e Peter Buck e Scott McCaughey dei REM, (in USA vanno alla grande). Per le gig italiane lo accompagneranno Rodrigo d’Erasmo e… forse ci sarà una sorpresa. Forse. Insomma, non fate i culi-pesanti-people, andate a vederlo, non ve ne pentirete.

PS Ho appena aggiunto alla galleria una foto di Wynn e Gelb nel backstage dello show di Amburgo. The dudes.

 

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Latitude Festival Report

Quando vedi un branco di pecorelle colorate significa o che hai esagerato con gli acidi o che sei al Latitude Festival. C’è anche una terza possibilità: hai esagerato con gli acidi al Latitude Festival. Ma non è questo il caso. La mia droga – pesante s’intende – sarebbe stata una dose massiccia di Midlake endovena, ai quali avrei fatto da fotografa personale scorrazzando allegramente avanti e indietro per il backstage.  Ma andiamo per gradi. Purtroppo mi sono persa il line-up di venerdì, dovevo intervistare Peter Buck dei REM per la sua nuova ennesima band Tired Pony (prossimamente su Busca e forse altrove). Dunque niente National, che ero molto curiosa di vedere dal vivo, niente Richard Hawley, che mi ero già gustata mesi fa e niente Wild Beasts (visti giorni fa al iTunes festival) e purtroppo niente Villagers, che più ascolto su disco e più mi convincono. Niente Spoon – dicono siano grandiosi live – e niente Laura Marling che desidero vedere da una vita e  straconsiglio a tutti i folkettoni. Bello questo post che parla di tutto ciò che mi sono persa, complimenti. Continuo. Niente Black Mountain, piacevolissima scoperta di anni fa al Greenman Festival, niente Empire of the Sun e niente Florence, ma su questi ultimi due nomi potrei aggiungere un sonoro: mastigrandissimicazz.

Arrivo al Latitude sabato pomeriggio, da sola, dopo avere appreso che nei due giorni precedenti sono avvenuti due stupri (ho appena scritto un post a riguardo, Latitude Festival: Peace & Love & Violence qui sul Rolling blog, con annessa galleria fotografica). Monto la tenda e faccio giusto in tempo a posizionarmi di fronte all’Obelisk Arena per la performance di John Grant. Splendido concerto, acustica perfetta e lui che sembrava più sciolto del solito nonostante l’enorme palco. Poi ne glisso parecchi, da Belle and Sebastian – troppo sonniferi per i miei gusti – ai XX, visti giorni prima all’iTunes Festival (e per 4-5 anni sono a posto). Chi mi ha colpito sono stati Noah and the Whale, un gruppo londinese che da diversi anni vedo aprire come supporto ai più disparati concerti e che ho sempre considerato come pop trullallero. Non più, sono cambiati. Il merito è ancora una volta di un cuore infranto: il leader Charlie Fink dopo essersi lasciato con Laura Marling, ha creato melodie ricercate e intense, proprio come il timbro della sua profonda voce. Dopo di loro, sulla Word Arena, sono arrivati gli Horrors: grandiosa scarica di punk rock ben calibrato. Splendido il crescendo finale di I Only Think of You e il tocco con cui hanno abbassato il volume di un’apocalisse in corso.

Dopo essermi sorbita qualche spettacolo alla tenda della letteratura e in quella dei film – ed essermi mangiata una pizza al cemento armato – sono dileguata in tenda, cercando di coprire il rumore assordante di fondo con Songs of Leonard Cohen (non ho mai detto di fare cose sensate). Domenica mattina, mentre guardo negli occhi un eggs & bacon roll, vengo travolta dalla voce spaziale di Tom Jones. Con lui sul palco la Gibson firebird di quel geniaccio di Ethan Johns, produttore-guru nonché sosia  del Dude nel Big Lebowski.

A seguire i giovani texani Strange Boys: un suono fuori dal tempo con una chitarra stile Stones anni ’60. Loro, invece, sono solo fuori: quando ci parlo cominciano a raccontarmi vita morte e miracoli su Lucky Luciano. Il debutto Be Brave (la titletrack è pressoché irresistibile) suona come la perfetta soundtrack per l’estate: leggero il giusto, divertente e retrò.  Ricordo che la prima volta che l’ho ascoltato ero convinta fossero una band di 50 anni fa, sono rimasta di stucco quando ho scoperto la verità. Oh well, anzi, orbene, veniamo ai Mumford & Sons: non ho amato il loro album, una produzione troppo patinata per i miei gusti, ma dal vivo, mi hanno spettinata, catturata, vivisezionata. Potenti. I Dirty Projectors sono gli ultimi cocchi di New York, uno di quei gruppi talmente pompati dai magazines inglesi che sentendoli su disco sono rimasta inevitabilmente delusa. O forse la colpa è mia che non gli ho dedicato il tempo necessario per apprezzarli. Dal vivo è un’altra storia. E’ stato divertente sentirli dal palco, in piedi accanto ai loro compaesani Grizzly Bear che li guardavano in adorazione. Art pop, avant garde rock, non saprei come descriverli ma gli effetti della chitarra intrecciati alle armonie, e a quella batteria senza tregua, hanno avuto un effetto travolgente.

Seguono i Midlake, credo di avere menzionato il loro nome una o due volte da queste parti (battutona). Tengo per me – per ora – i momenti e le foto scattate in backstage, quando sceglievano la scaletta e seguivano riti di preparazione prima di salire sul palco. Young Bride, Head Home, Acts of Man, Roscoe, Core of Nature, Winter Dies e un paio di suite d’apertura da brivido. Splendido sentire il suono uscire direttamente dalle spie del palco, quell’alchimia di flauti e chitarre del loro suono distintivo. Infine lo show dei Grizzly Bear, che sono andata vedere insieme ai Midlake: è sempre interessante sentire i pareri di altre band sui loro colleghi. Dal vivo è un suono opulento, forse anche troppo. Le nuove canzoni sembravano ottime, fanno ben promettere per il prossimo album, mentre i brani di Veckdamist, uno su tutti While You Wait for the Others, sono già classici (Dio come mi fa impazzire quell’effetto metallico di chitarra).

Fine bollettino di guerra, scritto di corsa, spero sia comprensibile. Vi lascio con il video di Roscoe, anzi, Roscow come scrivono loro sulla scaletta, per sfottersi. L’audio è abbastanza schifoso ma è l’unica chance di vedermi sul palco con i Midlake. Ovviamente con una macchina fotografica: a ciascuno il suo strumento…

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