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Within & without George

Spocchioso e timido, silenzioso e chiacchierone: sarà pure il quiet one, ma George Harrison contiene moltitudini. Da una parte la fama mondiale, il denaro, le donne, la cocaina e dall’altra la riservatezza, la pace del giardinaggio, la meditazione orientale. Chi ha contratto la beatlesitudinis acutis troverà il documentario sulla sua vita a dir poco illuminante. Uscirete dal cinema tramortiti, ubriachi di mille emozioni e riflessioni. Con Living in the Material World, Martin Turbolingua Scorsese si è superato: tre ore e mezzo che scorrono veloci lasciando dietro un ritratto onesto di uno più grandi musicisti del nostro tempo. Che fosse anche tra i più amati lo si legge sul volto degli intervistati: Sir Maccapeace-&-love-Ringo, la moglie Olivia, gli amici Terry Gillian e Eric Idle (Monty Pythons),  Jackie Stewart (lo scozzese volante, George era fanatico di formula1), Klaus Voorman (amico di una vita e disegnatore dell’iconica copertina di Revolver). Dagli occhi di Eric Clapton trasuda invece ammirazione, così come da quelli indemoniati di Phil Spector, in versione pre-condanna. Yoko Oh-no, da lei non riesco mai a percepire buone vibrazioni. La sentiamo dichiarare qualcosa tipo: “Ricordo quando io, John e gli altri creavamo Revolution #9… George era così gentile, capiva bene che ero una di loro e mi aveva accettata“.  In realtà George era sì gentile ma all’occasione si incazzava: su Mojo di novembre leggo che una volta in studio lanciò in aria la chitarra esasperato da Yoko che cantava lamentosa sopra il suo sound (così sostiene David Dalton della Apple, testimone della scena).

Harrisong, come lo chiamano qui in UK, era la persona accomodante in grado di mettere tutti a proprio agio, la colla tra i due geni in eterna competizione. George Martin ricorda quando durante la prima, tesissima sessione in studio chiese: “Ragazzi, se c’è qualcosa che non vi piace ditemelo”. Harrison rispose: “La tua cravatta tanto per cominciare!” sciogliendo il ghiaccio a modo suo. Macca afferma che i Beatles erano un quadrato: togliendo un qualsiasi angolo tutto sarebbe crollato. Poi rivela che il riff di And I love Her è opera di George: “Avevo suonato solo la melodia e lui inventò quel giro di chitarra che definisce la canzone”. Così lavoravano, John e Paul scrivevano la maggior parte dei pezzi poi li suonavano agli altri due che all’impronta scrivevano le loro parti. Scorsese, bastardo, mostra anche le immagini in cui Macca, maestrino, impartiva ordini a Harrison durante le sessions di Let it Be. Gli album duravano 40 minuti, i geniacci scrivevano capolavori, Ringo doveva avere il proprio brano e Harrisong, frustrato, era costretto a mettere i propri brani in cassaforte (fino all’uscita del meraviglioso disco triplo solista All Things Must Pass).

Divertente quando Eric Clapton spiega delle passioni che divideva con l’amico, in primis le donne. Dopo avere spiegato il casino successo con Patti Boyd, prima sposata con l’uno e poi con l’altro, Clapton inciampa e balbetta imbarazzato quando usa la parola “swap” intendendo che lui e George si erano già scambiati donne in precedenza. Insomma, due delle più commoventi canzoni d’amore mai scritte, Something e Layla (entrambe dedicate alla Boyd), sono state composte da uomini che in realtà tradivano la propria musa. Morale: le canzoni d’amore appartengono più a chi le ascolta che a chi le compone. Fine digressione. E’ fantastico sentire Clapton ricordare la session con i Beatles (grazie a lui While My Guitar Gently Weeps, scritta da George, ha preso la giusta forma in studio) o raccontare di quando ha assistito al parto estemporaneo di Here Comes The Sun. C’è anche una piccola parte per il nostro Red Ronnie, che compare in questo masterpiece con la domanda più stronza che un giornalista possa fare: “Perché suoni, per divertirti?” (lo vedete anche nel trailer qui sotto).

Rivelatorie anche le lettere che scriveva alla madre durante la beatlesmania (nel film sono recitate dal figlio Dhani), oppure i racconti della moglie di Derek Taylor, PR dei Beatles, riguardo epifanici viaggi in acido. Ma oltre il lato fattuale, estremamente interessante grazie alle numerose immagini e filmati inediti, Scorsese esplora soprattutto il percorso spirituale di George: prima un ragazzo di povera famiglia nella Liverpool del dopoguerra, poi uomo di successo che si trova ad odiare la fama. Il denaro lo delude ma allo stesso tempo gli consente di comprare una reggia gigante nell’Oxfordshire, il regno di Friar Park. Da piccolo Dhani credeva che suo padre fosse un giardiniere tanto lo vedeva dedito alla cura dello sconfinato giardino.

George era quello che passava le notti a guardare il prato al chiaro di luna, immaginandolo senza imperfezioni. Quello che addobbava lo studio con mille fiori quando i Beatles si scannavano negli ultimi tempi e che ipotecava la casa per produrre film provocatori come il cult Brian di Nazareth. Era quello che organizzava il primo concerto di beneficenza (lo storico Concert for Bangladesh, 1971) e che in punto di morte, con un filo di voce, offriva a Ringo di accompagnarlo a Boston, dove sua figlia era prossima ad un’operazione al cervello. Era il chitarrista dalla nota giusta al posto giusto, l’innovatore, il perfect sound maker. Era quello che cantava Hare Krishna al suo assaltatore armato di forcone, intruso nella sua casa per ucciderlo nella notte del 30 dicembre 1999. Forse Dhani ha ragione, forse avrebbe combattuto il cancro più a lungo se non fosse stato brutalmente pugnalato da quel folle. Forse è ancora qui tra noi: “He’s still around” come diceva lo stesso Harrison a Tom Petty la mattina in cui Roy Orbison moriva (i tre, insieme a Bob Dylan e Jeff Lyne erano il supergruppo Travelling Wilburys). Petty racconta: “Ma la prima cosa che George mi ha detto è stata ‘sei contento non sia successo a te, eh?’“.

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Wall of madness

spectorL’avevano trovato davanti al cadavere, dentro casa sua, imbottito di droghe e alcol, coi vestiti mezzi insanguinati che dichiarava: “Credo di avere ammazzato qualcuno”. Eppure ci sono voluti ben 6 anni, ieri la sentenza finale, per condannare Phil Spector a 19 anni di carcere che potrebbero allungarsi fino all’ergastolo, anche se, considerando che ne ha già 69, la differenza è ben poca. Lui ha negato fino all’ultimo, dichiarandosi innocente e sostenendo che la vittima, Lana Clarkson, si sarebbe suicidata a casa sua in preda a un momento di depressione. Non fa una piega no? Ricostruiamo i suoi fatti: lei si trova a casa di Spector dopo essere stata rimorchiata in un club di L.A., improvvisamente ripensa alla sua carriera di attrice fallita di B-movies, ai problemi finanziari che la turbano, alla manicure che si sta rovinando, al tacchino che aveva bruciato all’ultima cena di ringraziamento, dunque vede la Colt.38 revolver di lui e si spara dritta in bocca. Non c’è che dire: bravissimo l’avvocato a mandare avanti il processo per tutti questi anni (non per niente era uno del team di lawyers che aveva difeso l’indifendibile O.J.Simpson).

Phil Spector è il compositore produttore genio folle che ha inventato il “wall of sound” e firmato album storici oltre ad avere influenzato generazioni di musicisti. Che gli piaceva giocare con le pistole si sapeva e le leggende sul suo conto si sprecano. E’ stato scritto in una sua biografia che durante le registrazioni di “Death of a Ladies’ Man” avrebbe puntato una revolver contro Leonard Cohen dicendogli: Smettila di mugugnare! Dicono che qualcosa di simile sia successo anche in studio con John Lennon, eppure riascoltando il 4 cd box “Anthology” del 1998 ho notato di come Spector  riuscisse a prendere con le buone i capricci di Lennon, un dono raro. Il fatto è che Spector era bipolare come ammetteva lui stesso in un’intervista al Daily Telegraph giusto un paio di settimane prima dell’omicidio nel 2003. Insomma, annataccia quella per lui che oltre ad essersi fatto scappare il dito sul grilletto uccidendo una povera cristiana, si è pure visto uscire, in novembre, una nuova versione dello storico album dei Beatles “Let it Be”. Let it Be…Naked, stavolta prodotto da Paul McCartney, si presentava senza le mura e i tralicci di cemento armato armonico che lui aveva costruito con tanto amore 32 anni prima. Anche tu Macca, un po’ di pietà non potevi averla?! E Let it Go…!  

(Nella foto qui sopra: Phil Spector ascolta il giudice che emette il verdetto finale). 

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