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Lù Rid, il pubblico meno: MMM@Royal Festival Hall

Dovevo veder-Lou prima di morire. O prima che muoia lui: non mi pare ridotto bene quando cammina sul palco, combattendo con la forza di gravità per rimanere dritto. E magari non sono la sola ad aver-Lou pensato. Al bar della Royal Festival Hall per la pinta pre concerto mi accorgo di essere in buona compagnia: Kevin Shields dei My Bloody Valentine, Warren Ellis, qualche altro Bad Seed sfuso e Bobby Gillepspie dei Primal Scream (cominciavo a preoccuparmi, non si vedeva da mesi). Dicono ci fosse anche Nick Cave ma deve essermi sfuggito. Quando entriamo in sala le luci sono accese, lo show non è iniziato ma nelle orecchie già rimbomba il suono di frittura mistica delle chitarre accese ed apparecchiate a tutto volume a ridosso delle casse. Lou Reed ci ha promesso una notte di deep noise ispirata da Metal Machine Music: l’album che ogni gestore di locale dovrebbe utilizzare per scacciare la clientela indesiderata (il video qui sopra è un’interpretazione divertente trovata su youtube). Si tratta di un’ora e passa di feedback di chitarra senza capo né collo ne capocollo: un vero toccasana per Lou dito.

Le luci si spengono e il feedback diventa più intenso. Reed appare, ha gli occhiali sulla punta del naso come un insegnante di fattezza urbana e attacca alla chitarra senza avere minima idea di cosa stia facendo. Ma non importa, noi siamo qui per adorar-Lou o anche solo guardar-Lou. Insieme a lù (scusate non riesco a fermarmi!) ci sono Ulirch Krieger e Sarth Calhoun: il primo al sax e il secondo allo smanettamento portatili Mac (impeccabile, soprattutto quando invia una friend request sincopata su facebook). Eppure non mancano i momenti magici, durano pochissimi secondi ma ci sono, li sento vibrare. Il sax di Krieger spinge tutto verso (vaghi) confini free jazz, alla John Zorn ma la chitarra di Reed rompe ogni logica, taglia ciascuna nota nello spazio e la libera con la foga di chi sgozza uno gnomo liutaio.

Quando Metal Machine Music usciva nel 1975, la critica non ha fatto altro che devastar-lou; nessuno capiva, Reed incluso: troppo Lou- ‘ngimirante, anni luce persino rispetto se stesso. Lo chiamarono un suicidio commerciale come se al leader dei Velvet Underground (uno dei più grandi innovatori di sempre, uno che la storia del rock l’ha scritta a caratteri cubitali) gliene importasse qualcosa del parere di noi sfigati giornalisti. Dopotutto, pezzi come Perfect Day, sono colpi di genio che possono nascere solo da un universo artistico egosintonico. Per questo sono rimasta incollata alla sedia fino alla fine mentre una marea di persone se ne sono andate. C’è anche chi ha tirato una bottiglia di plastica sul palco prima di andarsene: mi chiedo, imbecille, ma se non ti interessava perché non sei rimasto a casa ad ascoltare Transformer? Che stasera si sarebbe celebrato uno degli album più controversi della storia del rock, non era certo una sorpresa. Per il gran fina-Lou si alza, lascia la chitarra e fa risuonare un gigante gong con potenza brutale: i superstiti si svegliano di soprassalto dalle sedie. Le luci si accendono e la sala appare improvvisamente dimezzata. C’è chi fischia ma sono più quelli che applaudono. Lou barcolla, ringrazia e addirittura stringe la mano e firma vinili a chi gli va incontro. Non l’avrei mai detto: umanamente è uno stronzo ass-o-lou-to. Ma non mi bastava sapere che va in giro per l’East Village con le Crocks fucsia per intuir-Lou fulminato, dovevo ascoltar-Lou con le mie orecchie. Che non capita tutti i giorni di trovarsi davanti una Lou ‘ggenda.

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Ornette Coleman’s Meltdown

Picture 6Finisce così, con un concerto stellare del sassofonista e compositore Ornette Coleman, quest’ultima edizione del Meltdown (14-21 giugno), festival imperdibile qui a Londra. Domenica sera, con lui sul palco della Royal Festival Hall, si sono incrociati una miriade di universi musicali: dai ritmi marocchini dei Master Musicians of Jajouka al contrabbasso di Charlie Haden e il basso di Flea dei Red Hot Chili Peppers. E’ proprio quello il bello del Meltdown: le collaborazioni più impensabili diventano realtà, soprattutto quando il suo “curator” ovvero colui il quale decide il line-up degli artisti, è Ornette Coleman, padre del free jazz e uno dei compositori più influenti, anzi, influential, del nostro tempo. Prima di lui ci sono stati David Bowie, John Peel, Morrissey, Robert Wyatt (guest anche in quest’ultima edizione), Massive Attack, Jarvis Cocker, giusto per nominarne alcuni. A rendere speciale il Meltdown non sono solo i concerti ma anche l’atmosfera che si vive. Tutto si svolge nell’accrocchio di Southbank, ovvero alla Royal Festival Hall e alla Queen Elizabeth Hall, improvvisamente sovrappopolati da una moltitudine di artisti. Basta girarsi nella hall per trovarsi accanto Johnny Marr degli Smiths o incrociare Mick Jones o scorgere dalla lontananza la capigliatura perfetta di Paul Weller. Credo ci sia qualcosa di molto poetico nel vedere gli artisti diventare a loro volta fans tra i fans.

marc_mdMa torniamo a Ornette Coleman, il teorizzatore delle “harmolodics”. Si tratta di una filosofia secondo cui ritmo, tempo, melodia, armonia e tutto quello che c’è sullo spartito, assume la stessa valenza, così che si possano rompere le regole precostituite ed elevare la musica alla più libera forma d’espressione. “Eppure ci sono delle regole anche nel free jazz” mi spiega quel geniaccio di Marc Ribot mentre ci allontaniamo dal soundcheck per fare una chiaccherata nel backstage. L’intervista uscirà sul Buscadero di settembre e avverto subito che sarà in qualche modo “viziata” dal fatto che Marc, oltre che un caro amico, è la persona che forse più stimo al mondo. Ad ogni modo, tra le altre cose, abbiamo parlato di cosa significa improvvisare e delle tecniche “armolodiche” che lui ha utilizzato non solo nel free jazz ma anche nelle canzoni di Tom Waits, soprattutto nei blues. E’ stata una vera e propria epifania. Non fosse stato per Marc sarei andata al concerto di Yoko Ono, programmato per la stessa sera, e con ogni probabilità sarei impazzita al suono irritante della sua voce (nonostante il duetto a sorpresa con Antony Hegarty). Con lei sul palco anche Mark Ronson e il figlio Sean Lennon: spero non abbia detto “ciao mamma” come l’ultima volta che l’ho visto suonare qui a Londra. Diciamolo, per essere figlio di John, Sean è il musicista con meno carisma della terra. Ribot ha invece suonato con Han Bennink alla batteria e Evan Parker al sax: tre mostri sacri in materia d’improvvisazione. benninkVolendo usare uno di questi termini che piace tanto ai “giornalisti etichettoni”, è stata una gig di vera e propria avant-garde in chiave europea. Un concerto da vedere oltre che ascoltare, dal momento che Bennink sul palco diventa un attore di teatro, suona qualsiasi cosa gli passi sotto mano, suona coi piedi, con i denti, con asciugamani. Avete presente come i batteristi hanno la mania di battere sempre il tempo contro qualche oggetto? Ecco, penso che Bennink sia uno che a cena riuscirebbe a dare un beat anche a un piatto di lasagne. Eppure Coleman non ha scelto solo gli artisti più direttamente collegati al suo stile musicale, ma anche altri che hanno ben poco a che fare con il free jazz, come Moby, Yo la Tengo, Yoko O-no e Patti Smith.

Ad accompagnare quella stupenda punkettona della Smith c’era The Silver Zion Mt. Zion Memorial Orchestra, più i soliti (non) sospetti guests. “Questa sera suonerò con molti musicisti che non conosco” ha dichiarato ma non prima di fare una spettacolare entrata recitando i versi della sua Piss Factory: “Sixteen and time to pay off I got this job in a piss factory inspecting pipe forty hours, thirty-six dollars a week but it’s a paycheck, jack…” Per chi la notte spesso si addormenta leggendo i suoi versi, sentirli recitare dal vivo, con quella voce calda, profonda, da new yorker  dilaniana è a dir poco emozionante.  La figlia Jesse la raggiunge e si siede al piano: vederle insieme mentre dedicano una poesia al padre, e marito, Frederick “Sonic” Smith è un’esperienza più intrigante che retorica. Jesse muove le mani affusolate sui tasti con movimenti lentissimi, ovattati, fatti di una delicatezza opposta a quella della madre, la quale, sputacchiante e con indosso un paio di occhiali rotti, carica di emozione ogni sillaba.

Quando salgono sul palco i Musicians di Joujouka (gli stessi che erano con Coleman alla serata conclusiva e che negli anni ’60 avevano jammato con Brian Jones degli Stones e William Burroghs) Patti Smith impazzisce letteralmente: salta, balla, suona un clarinetto molto più free che jazz, nello stesso modo strampalato in cui “suonava” una Fender al CBGB 30 anni fa. Certo però, com’è possible che una tipa come la Smith, nata e vissuta a forza di pane, Bob Dylan e musica, non abbia ancora imparato due semplici accordi di chitarra dopo 63 anni? Aveva difficoltà persino a suonare un “re” senza gracchiare… Strano, a dir poco, ma l’importante è che canti.

Picture 4Che dire poi dell’interpretazione di “My Blakean Year”? Da quando hanno fatto ingresso i violini della Mt Zion Orchestra non smettevo di pensare a come sarebbe stato perfetto quel brano se l’avessero suonato con quell’arrangiamento, soprattuto con l’acustica della RHF. E così è stato. Con loro anche Adrian Utley, chitarrista dei Portishead e ancora il basso slappante di Flea dei Red Hot Chili Peppers. Con “Pissing in the River”, Patti Smith chiude un concerto imprevedibile e semplicemente da brivido. Tra il pubblico che applaude mi cade l’occhio su Kevin Shields, la chitarra più loud del West (My Bloody Valentine), che 4 anni fa, sullo stesso palco insieme a Patti (allora curator), aveva dato una delle più emozionanti e adrenaliniche performance mai sentite. Mentre Mike Patton quando usciamo dalla sala si gira e chiede: “Com’è stato? Mi è sembrato fantastico ma l’ho perso quasi tutto, stavo suonando di là!” ovvero alla Queen Elizabeth Hall. Questa è l’essenza del Meltdown: non è mica così semplice scegliere tra una Patti e un Patton.

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