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Best live band? O’DEATH o’course!

(O’Death, Green Man Festival, Galles. Foto©chiarameattelli) 

E’ bello a volte esagerare no? O meglio, è bello assistere a un concerto che ti lascia addosso la voglia di esagerare e gridare alla migliore live band del momento. A dire il vero non era la prima volta che li vedevo suonare dal vivo, sapevo a cosa andavo incontro o quasi, visto che stavolta avevano da proporre i nuovi pezzi di Broken Hymns Limbs And Skin in uscita a settembre. Gran bell’album che vi segnalo e consiglio (insieme a quello di debutto Head Home) ma la vera e propria esperienza O’Death va vissuta sotto il palco, a due passi dalle danze sudate di quei cinque ragazzi americani che urlano a torso nudo, aggrappati ai propri strumenti. Prendi un violinista virtuoso con una formazione prettamente classica, aggiungi un batterista amante del punk che picchia forte su taniche di benzina e cembali rotti, mescola con un banjo (o ukulele) a metà tra il folk e il rock, mettici pure un basso e rosola il tutto con una voce tra lo stridulo e il demoniaco… ecco a voi gli O’Death! Sono heavy metal e punk, Appalchian folk e rock puro, una scarica di adrenalina che ti percorre la schiena per poi farti danzare come un forsennato. Insomma, sono diversi da tutto quello che avete sentito finora anche se c’è chi l’ha paragonati a Tom Waits, Pixies, Pogues. E forse l’atmosfera di Waits a volte emerge (basta pensare allo splendido singolo Down To Rest) ma poi il loro sound prende forme uniche. Ti trascina in cima ai monti Appalachi a cantare filastrocche, poi ti sveglia a suon di catene sbattute su timpani fracassati che staccano melodie asincrone col violino. Gli O’Death sono i ventiseienni più barbuti che abbia mai conosciuto e il live act più compatto ed energetico a cui abbia assistito da molto tempo a questa parte. Occhio al nuovo album e alle date in Italia che seguiranno (ancora da confermare ma probabilmente in novembre) e non dite che non vi avevo avvertito. 

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