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L’Apparizione del Dio Bono a Wembley

evilclaw

15/08/09. Non ho mai visto gli U2 dal vivo e questo mi sembra il giorno giusto. Lo stadio di Wembley è uno spettacolo a sé stante e oggi si vede persino il sole prima che cala il tramonto, leggiadro, sopra l’artiglio del Dio Bono. Ho un superbiglietto: sono in un box privato, davanti al palco, mi hanno appena servito una poshissima cena e ci sono degli schiavi che continuano a servirmi da bere; lo faranno per tutta la durata dello show. Insomma: sono di buon umore, ho annegato ogni pregiudizio, sono pronta a fregarmene di eventuali comizi e bonismi e voglio solo ascoltare musica bona (scusate, è contagioso). 

L’artiglio. Sapevo già che quel baraccone libera 65.000 tonnellate di CO2 nell’aria (abbastanza per far volare Bono e compagni fino a Marte) e non può starmi simpatico, ma avercelo davanti, fa decisamente un altro effetto. Prima lo stupore (per chi ha superato la pubertà dovrebbe durare circa 4 minuti) poi le domande: “perché?”, “embhé?”, “dunque?”. Bono ha seri problemi di ego, ha bisogno di dimostrare così la grandezza della sua band, nella maniera più elementare possibile anche a costo di andare contro a tutto quello che predica durante l’anno, è più forte di lui. Ok, Bono. Hai un artiglio grande grande, è il più grande che abbia mai visto nella mia vita: spero tu sia contento. 

Pensiamo alla musica, è quella che conta. Ma queste canzoni le conosco bene e me le state suonando identiche alla versione del disco. Ti prego The Edge, pensaci tu; sei o non sei tra i più influenti chitarristi del nostro tempo? Fammi un assolo improvvisato, dammi un brivido rock alla schiena, sorprendimi. Ok. Non importa, va bene lo stesso. Però lui ha una gran voce, impossibile negarlo, peccato  faccia ogni nota di canzone identica all’originale. E Larry Mullen Jr? Basterebbe che sparasse un beat diverso… Nevermind. Sono io che non ho capito un cazzo come al solito: sto cercando le cose sbagliate, sono in uno stadio, circondata da 87,999 altri che vogliono sentire gli U2 suonare esattamente come da disco. La devo smettere di rompere i coglioni, farò bene ad adattarmi. Canto “Sunday Bloody Sunday” a squarciagola… e quell’arpeggio… oh quanto l’ho amato quell’arpeggio! Quanto l’ho suonato!

E mi estraneo di nuovo. Quella folla sterminata di gente a cui Bono tende le mani mentre scalcia e si dimena come può, ha uno sguardo strano, quello dell’alienazione. Bono è solo, immerso nel suo ego, non c’è calore, non c’è scambio, solo una manifestazione di onnipotenza rivolta a se stesso. Comincio a pensare che stasera i fans sono soli: felici, canterecci, divertiti dai propri ricordi. Mi ricordo… sì, io mi ricordo “New Year’s Day”: quando l’ascoltavo il primo anno di università, l’Irlanda significava tutto per me, le Guinness allo Shamrock nel pomeriggio… la scrittrice australiana, alcolizzata, seduta al bancone col suo bicchiere di vino e un libro. Non voleva essere disturbata. In Irlanda al new year’s day ci si baciava tutti in bocca nei pub, si usa così, che strano, ero così imbarazzata… Ma chi è quel puntino in mezzo al baraccone laggiù? Ah, sì: Dio Bono! Quasi mi ero dimenticata, pensavo di avere lasciato lo stereo acceso. Poi infilano un verso di “Here Comes the Sun”, solo un verso. Più tardi, fanno la stessa cosa con “Stand By Me”. Cosa intende? Ci sta dicendo che le canzoni degli U2 sono immortali come quelle dei Beatles o cerca ancora di accontentare un po’ tutti? 

Il succo del nocciolo è che davvero mi sarei aspettata qualcosa di più della sola nostalgia. Ma è impossibile con una band che non vuole far altro che ricordarci di come era e come li amavamo. Chi li ama, lo farà a prescindere dallo show di stasera, magari dal divano di casa guardando un dvd, cambia poco.

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