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Local Natives: nonosolovolpi

Fare interviste mi diverte sempre – o quasi – ma odio riascoltare la mia voce quando le trascrivo. Magari ti accorgi di una risatina stupida (con Sean Lennon almeno un centinaia), o ti rendi conto di aver fatto una domanda cretina o di averne mancata una importante o di esserti lasciata scappare un commento da cerebrolesa. Insomma, la sbobinatutra, oltre ad esserre un processo oltremodo noioso può anche diventare molto doloroso, come lo è stato per l’intervista ai Local Natives (il pezzullo uscirà sul Rolling di febbraio). Non è stata colpa mia: lo showcase al leggendario Ronnie Scott club era in realtà un Christmas party innaffiato d’alcohol. Il tutto alle 1 di pomeriggio, la mia intervista alle 8 di sera e nel frattempo open bar: nemmeno Santa Rita Addolorata sarebbe rimasta sobria. E così mi sono riascoltata mentre dicevo frasi tipo: “ah ragazzi siete così giovani potrei essere vostra madre!” oppure “abitate a Silver Lake? Pure Leonard Cohen e Eels, non li avete mai incontrati in giro?” e altre cazzate del genere anche se tutto sommato è stata una bella intervista gonza. 

Oltre che chiedere ancora scusa ai simpatici Local Natives – che sono pure passati a far visita a questo blog lasciando un commento un mese fa – vorrei segnalarvi il loro album di debutto, Gorilla Manor. I critici musicali affetti dalla grave patologia iperparagonite congenita vi diranno che sono un clone dei Fleet Foxes: non è così. Come le volpine di Seattle anche loro hanno un solida ed eleborata sezione armonica, tanto da impiegare altrettanto tempo ad arrangiare i cori che a scrivere musica. Ma il loro indie-folk è sostenuto da un beat stuzzichevole, spesso irresistibile, che li spinge altrove, verso un pop accessibile. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un album ben fatto, sincero ed orecchiabile senza essere scontato. Basta ascoltare Sun Hands, che parte in stile volpe-cavallina (FF e Band of Horses) ma dopo un coro a cappella urlato, esplode in riff quasi post punk. Camera Talk farebbe sbattere i piedi anche ad un bradipo ingessato, mentre Warning Sign cover dei Talking Heads, mostra che le influenze di questi 5 californiani vanno ben oltre il folk. 

Ma è dal vivo che i Local Natives danno il meglio: quando li ho sentiti per la prima volta, lo scorso ottobre, al Koko, mi hanno trascinata in un nanosencondo dentro il loro beat senza che sapessi nulla di loro. E’ così che sono riusciti a farsi notare anche dall’attuale etichetta Frenchkiss: dopo aver suonato in un negozio di biclette al SXSW e il passaparola è poi arrivato dai blog ai discografici. Vi lascio dunque con una versione live della gustosissima Airplanes, registrata agli studi della BBC (sempre sia lodata).

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