Jonathan Wilson, live!

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Photography © Chiara Meattelli, all rights reserved.

Ecco la galleria fotografica del concerto di Jonathan Wilson e la sua band alla Scala di Londra. Colgo l’occasione per includere anche un estratto dalla recensione che ho scritto per il Buscadero di Marzo… 

Produttore, session man e polistrumentista, ma stasera Jonathan Wilson vuole solo essere leader della sua band. Il suo nome è ormai indissolubilmente legato a quello di Laurel Canyon, dove fino allo scorso anno viveva e dove ha registrato Gentle Spirit, il doppio vinile con cui ha debuttato su Bella Union. Non è solo il sound a rifarsi alle atmosfere del Canyon degli anni sessanta e settanta ma è la stessa attitudine di Jonathan ad essere, genuinamente, fuori dal tempo. Insomma, se come la sottoscritta siete amanti, del sound della California di Jerry Garcia, di Crosby Stills and Nash e del rock psichedelico anni ’70, un concerto del genere potrebbe spedirvi nell’iperspazio.

Lo spettacolo parte subito pestando sull’acceleratore con Can We Really Party Today?, l’attacco è più dinamico rispetto a quello acustico dell’album mentre i versi di Jonathan ci portano a spasso per le vallate del North Carolina (suo luogo d’origine) prima di immergerci nell’immaginario hippie di Rolling Universe. In Gentle Spirit, il brano che dà titolo all’album, la batteria di Richard Grower affonda e rallenta creando pura magia insieme al basso di Jake Blanton. La chitarra di Omar Velasco scolpisce insieme a quella di Wilson le armonie di Desert Raven, il polveroso tormentone che con i suoi versi poetici ed atmosfere evocative, è la perla più immediata dell’album. Mentre la ballata acustica di White Turquoise, tratta dal primo LP Frankie Ray sembra scritta da Gram Parsons. Prima di attaccare Canyon in the Rain dal palco bruciano un pezzo di Palo Santo: il legno-incenso naturale del Sud America che sembra essere un must per ogni hippie californiano che si rispetti. Lo respiriamo per sintonizzarci meglio in un viaggio onirico sospeso dalla realtà con ogni nota: non sentiamo il rumore della pioggia di Laurel Canyon come nella versione in studio, ma se chiudiamo gli occhi possiamo vederla precipitare. I fan dei Pink Floyd non potranno fare a meno di notare la somiglianza del brano con Pillow of Winds e con le atmosfere alla Meddle. In alcuni momenti dello show, la band esplode, svisa e riparte con stacchi che hanno riferimenti così limpidi da sembrare quasi un omaggio ai Floyd o ai Grateful Dead. Wilson aggiunge molto di suo: sa essere virtuoso alla chitarra ma è soprattutto misurato, sempre al servizio della canzone.

L’intesa tra la sua Fender e l’Hammond (e mellotron) di Jason Berger è spettacolare. Berger è anche uno di quegli strani esseri umani dotati d’orecchio perfetto, o perfect pitch come lo chiamano qui: se gli spari un urlo in faccia, lui sa dirti esattamente quale nota hai colpito. Ed è proprio la brillantezza dei cinque musicisti sul palco unita ad un sound travolgente ad incantare il pubblico londinese. L’highlight arriva verso la chiusura con la suite di Natural Rhapsody: “Quel pezzo è nato mentre ero seduto alla batteria – mi spiegava Wilson prima dello show – poi ho aggiunto ciascuno strumento come in una free jamming solitaria”. Nel lungo intermezzo strumentale della rapsodia, tra un assolo di chitarra e uno d’organo, restiamo inebetiti da un suono mesmerizzante. Nessun bis, l’ora del coprifuoco è già arrivata a suon d’improvvisazioni. Jonathan Wilson e i suoi “Machos” – si diverte a chiamare così i compagni –  ci salutano con Valley of The Silver Moon e la promessa che torneranno presto a Londra (arriveranno anche in Italia, o così assicurano). La gente si dilegua dalla sala con in testa, a martello, quell’ultimo riff di chitarra, impossibile da sopprimere per tutta la via del ritorno…

1 Commento

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Una risposta a “Jonathan Wilson, live!

  1. linobrunetti

    Bellissime foto!!!!!

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