L’Apocalisse di Callahan

Avete mai pensato ai brevi momenti di morte che si frappongono tra le immagini percepite dal nostro cervello? Nemmeno io, finché non me l’ha fatto notare Bill Callahan. Noi miserevoli esseri umani non possiamo nemmeno vedere il movimento ma solo percepirlo attraverso immagini statiche, è poi la testa a connetterle in armonia dinamica. Ma tra un fotogramma e l’altro c’è la morte, il mistero, l’apocalisse. Porca vacca: 40 minuti di conversazione con l’uomo-sfinge e già vedo il mondo sotto un’altra luce. Bill Callahan, ex Mr Smog, infila un altro album perfetto, Apocalypse, che per quanto mi riguarda sarebbe potuto essere il volume II del precedente I Wish I Was An Eagle, pubblicato due anni fa. Lui vede le cose diversamente: “Apocalypse ha molti più spazi, più vuoti, per questo ho voluto una band diversa, cercavo altri suoni“. La scorsa settimana l’ha presentato nella sua interezza al Barbican e sono stati brividi.

Con lui sul palco solo una batteria e una chitarra: è sound minimalista, libero e terribilmente sensuale. Sarà per via di quella voce baritonale, del suo essere imperscrutabile, delle liriche intense ma sta di fatto che Callahan è tra i più importanti cantautori del nostri tempo. The real people went away…” recita l’attacco di Dover. Gli è bastato pronunciare quelle cinque parole, anticipando ogni strumento e spaccando i silenzi nella sala, per tenere già il pubblico in pugno. Lui si muove lento, sembra non curarsene di nulla e invece osserva tutto. Come nelle liriche, in cui prende nota di ogni cosa senza esprimere giudizi. Non c’è sarcasmo né critica – mi spiega – nemmeno sul testo di America! il nuovo tormentone-meraviglia: dal vivo è selvaggia con il batterista che percuote il rullante a mani nude come fosse un bongo. In Baby’s Breath spara uno dei suoi arpeggi più complessi, cambia il tempo, spezza il ritmo, ci lascia appesi, penzolanti tra due corde. Riding for the Feeling è la sua ennesima canzone sugli addii mentre nell’ariosa Free’s avverte la libertà come una scelta opprimente.

Poi ci scaglia addosso il suo universo fatto di una moltitudine di animali, natura e strambe metafore tipo: “The pain and frustration is not mine – it belongs to the cattle” (i dolori e le frustrazioni non sono mie, appartengono ai bovini). Gli ho detto che presto sarei partita per il Texas, dove adesso lui vive, e gli ho chiesto quale posto avrei dovuto visitare. Mi ha risposto di andare in un campo a West di Austin dove ci sono solo capre. “Sono così carine” mi ha detto “dovresti fotografarle”. Sono giorni che penso al significato metafisico del suo consiglio.

2 commenti

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2 risposte a “L’Apocalisse di Callahan

  1. simmerdown

    “La donna che fissava le capre”
    A volte, più che metafisica, sono solo cazzate🙂

  2. ribio

    belle foto e d’accordo. lui è un grande.

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