Playing the Building

_CHI0173Dopo New York e Stoccolma, l’organo magico di David Byrne arriva anche a Londra. Ci voleva una mente genialoide e iper poliedrica come la sua per concepire una roba del genere: un vecchio pump organ in grado di far risuonare un edificio dei suoi stessi rumori. Non c’è amplificazione: nessun suono elettronico o sintetizzato, nessuno speaker o computer, solo alcuni meccanismi attaccati ai condotti elettrici, ai tubi dell’acqua e del riscaldamento della Roundhouse che così diventa un enorme strumento musicale. Il suono è prodotto in tre modi: aria, vibrazioni, colpi. A ciascuno corrisponde un’ottava diversa dell’organo, anche se molti tasti hanno un suono a se stante. 

Nulla a che vedere, dunque, con uno strumento tradizionale. Per questo il tizio immortalato nella foto qui sopra, che si vantava di essere uno dei più grandi esecutori di Bach del nostro millennio, non ha tirato fuori nessun suono più o meno spettacolare di chiunque altro. Però ha fatto una notevole battuta da nerd di conservatorio: “This organ has an industrial pitch!” 

Quella di Byrne è un’opera d’arte complessa, affascinante ma anche rudimentale, con tutti quei tubi in vista. Una volta entrati nella “mostra”, si può rimanere quanto si vuole: appoggiato alle colonne della Roundhouse chiudi gli occhi e ti lasci trasportare da ogni suono. E’ un po’ come sentirsi dentro un sogno in bianco e nero, ambientato nell’Inghilterra del 1850, quando quella che oggi è una delle venue musicali più fighe della terra, era solo una rimessa per treni (la struttura circolare serviva per far fare retro front ai vagoni merci). Per David Byrne quell’organo è anche un modo per ridurre la distanza tra l’artista e il pubblico. E’ uno strumento democratico: una volta accettato l’invito “please play”, si può star certi che tre bambini suoneranno bene almeno quanto il super-concertista nerd. Quando poi esci, sei più consapevole e sintonizzato coi suoni intorno: non è così male camminare per strada senza i-pod una volta ogni tanto. 

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3 commenti

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3 risposte a “Playing the Building

  1. Non finisce mai di stupire e di immaginare!
    Peccato l’ultimo disco con Eno. Avevo chissà quali aspettatative (ricordando il capolavoro My life in the bush of ghosts).
    A parte un paio di brani, non mi è piaciuto.

  2. dario

    Talkin’ about music is like dancing about architecture.

    • hi doc, anche a me quella frase mi ha sempre intrippato anche se non so chi l’abbia detta per primo. Ci sta a fagiuolo🙂

      E’ più facile fotografarla la musica che raccontarla, questo è sicuro.

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