Glastonbury Special: Sunday, all of a Blur!

Sono incredibilmente riuscita a tornare a Londra grazie a una mostruosa coincidenza. Ciancio alle bands, ieri a Glastonbury c’erano una miriade di concerti interessanti da non perdere, tutti dislocati da un angolo all’altro dell’immenso campo del festival. Le alternative erano: o farsi sopraffare dalla nevrosi o mettersi l’anima in pace e fare delle scelte nel limite delle gigs che si è tenuti a vedere per lavoro. Dopo questi tre giorni sono giunta ad alcune importanti conclusioni. Ai festival si gustano solo i concerti nei palchi più piccoli dove suonano bands meno, o anche zero, conosciute. Il suono delle altre gigs sui palchi più grandi viene disperso tra le chiacchiere di birraioli impazziti che urlano anche per soffiarsi il naso. Lo stesso vale per le fotografie, sempre costrette da distanze enormi e milioni di telecamere che permettono raramente di inquadrare angoli interessanti. Ma questo è quasi scontato. E scontata è stata anche la reazione a dir poco entusiasta al ritorno dei Blur. Dopo due concerti headline fatti di assoli interminabili e rock intriso d’America, si è solo pensato a ballare e cantare il più forte e British possibile. 

Damon Albarn era fatto, anzi fattissimo. Con lo sguardo spiritato e i movimenti isterici di una scimmietta impazzita ha gridato così tanto che dopo i primi tre pezzi “She’s so high”, “Girls & Boys” e “There’s no other way”, aveva già perso la voce. Si girava intorno non convinto di cosa fare o dire mentre la chitarra di Graham Coxon teneva insieme tutto, soprattutto la voce di Albarn che ha volte si dimenticava il beat. Nient’altro che pop ma ben fatto. La tentazione di danzare a “Country house” o unirsi al coro epico di “Tender”coi paladini del brit-pop era troppo allettante dato lo stato psicofisico con cui si arriva alla domenica glastonburiana. Come non divertirsi quando ti compare davanti Phil Daniels, sempre più simile al classico omino inglese di mezza età da pub, che recita il monologo supercockney di “Parklife”? Poi ancora “End of A Century”, “For Tomorrow”, “Coffee & TV”, “Beetlebum”, insomma, le hanno fatte tutte, o quasi. Piuttosto bizzarra la scena in cui Damon Albarn scoppia in un breve ed incontrollato pianto prima di uscire per l’encore. E’ stata l’emozione per la gioia della stermianta folla o l’incazzatura di chi sta troppo fuori e non riesce a colpire le note perché a quel punto del concerto non ha più un filo di voce? Sul fatto che “the Universal” sia ormai diventato un classico però non ci sono dubbi. 

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8 commenti

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8 risposte a “Glastonbury Special: Sunday, all of a Blur!

  1. Gelsomina

    lacrime agli occhi…ma una foto anche piccina picciò di Phil Daniels???

  2. dario

    più tardi, ripasso e leggo. per ora, invidia a prescindere!

  3. Myriam

    Ah mi sono letta tutti i commenti era come esserci..uh..per me i festival sono come le pasticcerie, entri e finisci con l’indigestione! Gran belle foto! Ho trovato il tuo blog via il blog di Fabio di Radio Pop

    • CiAo Myriam e benvenuta! La tua definizione di festival e’ pressoche’perfetta. AGgiungerei pure un po’di fango visto l’acquazzone finale che mi son beccata quando smontavo la tenda alle 2 di notte, giusto in tempo per mettersi in macchina fradici, evviva! Dico che non ho piu’l’eta’per certe cose ma mi sa tanto che il prossimo anno tornero’🙂

  4. Pingback: Michael Jackson e altre storie | lovlou

  5. Belle tutte, ma quella di nick con il braccio dx alzato è bellissima.

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