Bear Sounds

Oddio sta succedendo di nuovo, sono inciampata in un altro album-fissa, oh croce e delizia delle amate ossessioni! “Veckatimest” dei Grizzly Bear è un cd tanto difficile da pronunciare (non c’è verso che mi ricordi il nome di questa minuscola e disabitata isola del Massachusetts senza leggerlo ogni volta) quanto facile da suonare a ripetezione sullo stereo: oggi sono già a “quota 3”. E’ che va giù come fosse un’unica canzone e anche se volessimo dividerlo in 13 tracks, vi sfido a trovarne uno che non sia degno di essere apprezzato. Ci risiamo, è il vento folk che ogni anno soffia con forza dall’America, nel 2008 abbiamo celebrato le volpine di Seattle (Fleet Foxes) e quest’anno è la volta degli orsachiotti di New York (Grizzly Bear). Sì ma che palle sempre questi paragoni letti e riletti. Va bene, i punti di contatto con i Fleet Foxes ci sono e come. Anche questi 4 ragazzuoli di Brooklyn si divertono a stratificare millefoglie di suoni e armonie, viaggiando lungo melodie che si intrecciano sopra duri colpi di basso. E anche loro, come i FF, sembra siano cresciuti a forza di pane e “Pet Sounds” (e chi non l’ha fatto scagli il primo cd!) ma c’è altro, molto altro dentro questa chicca fantastica di album. Basta ascoltare il fraseggio jazz di Southern Point, lo splendido brano di apertura, che in qualche modo sta lì per dirti: rilassati jack e smettila di mettere un’etichetta a tutta la musica che ascolti perché da qui in poi le definizioni potrebbero sfuggirti di mano…

Fatto sta, che più l’ascolto e più mi accorgo di preferire un pezzo rispetto all’altro, poi cambio idea, poi ascolto una genialata al piano che mi era sfuggiata prima, poi un’altra al basso… al momento sto impazzendo per un breve passaggio melodico su “Fine for Now, si tratta di 10 secondi così sublimi che quasi mi fanno dimenticare le ore di incazzatura di questa schifosa settimana. E che dire di “While you Wait for the Others”: mica è sufficiente ascoltare Brian Wilson per scrivere un pezzo così impeccabile. Ieri invece avevo conficcata in testa la chitarra di “Cheerleader”, uno di quei brani con un groove che ti costringe a muovere la testa con grossi scatti del collo, pure se sei a comprare il latte alla Tesco e poi ti credo che ti guardano male. Insomma è un disco pieno di momenti memorabili, alcuni eclatanti che saltano alle orecchie e altri più complessi, nascosti sotto l’arrangiamento di archi o staccati di batteria che spesso hanno l’effetto di rendere ancora più  affascinante la voce di Ed Droste. Il video qui sopra è del pezzo più orecchiabile di tutto l’album, “Two Weeks”. Inquietante no? C’è da dire che mi sono anche simpatici, in primo luogo perché sono di Brooklyn (!) e poi perché a vederli sono talmente uncool che è quasi impossibile non amarli. Dopo che i Radiohead li hanno scelti per aprire il tour lo scorso anno e questo terzo album impeccabile (uscito il 26 maggio) che li ha fatti già apparire in tutti i più importanti show televisivi esistenti, mi sa tanto che ce li ritroveremo pure in diverse top 10 del 2009. Però non c’è bisogno di paragonarli a nessuno, loro sono già perfetti così come sono. 

6 commenti

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6 risposte a “Bear Sounds

  1. sara’…
    ma continuano a non convincermi, non quanto le volpi agili quantomeno…il video e’ stupendo

  2. ciao valerio, dedicagli ancora qualche ascolto e poi famme sapè😉

  3. linobrunetti

    Pure io, che avevo apprezzato molto il precedente, con quest’ultimo non sono riuscito ancora a “sintonizzarmi”… Ci riproverò!! Ciao!

  4. Mah, sarà che sono sempre più arido e cinico, ma io li trovo leziosi e stucchevoli. Sorry, I don’t get them.

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