Archivi del mese: febbraio 2009

Principio di indeterminazione di Auerbach

 Dopo avere ascoltato in repeat una canzone per circa 50 minuti (tempo di percorrenza dallo studio fotografico a casa, nonché unità di misura fondamentale per scoprire nuovi album) posso dichiarare di avere una nuova ossessione. Fresca fresca, perché è uscito solo due settimane fa. “Keep it Hid” di Auerbach è musica fuori dal tempo e rinchiusa dentro i pensieri più nostalgici ma non tristi. Anzi, ha molta energia, spesso fatta di riff blues-rock simili a quelli dei suoi Black Keys, come in “I Want Some More” anche se è evidente che lui ha voglia anche di dire altro. Eppure la musica dei Black Keys è impermeata di Auerbach e della sua chitarra, che diventa quasi un’essenza a parte, il suo coro e orchestra personale (Se non sapete chi siano i BK, ne avevo già parlato qui). Senza Patrick Carney, la dolce e rullante metà, Auerbach dà sfogo al suo lato più melodico, fino ad arrivare alla splendida “When the Night Comes”che il Washington Post ha detto sembrare: “la canzone più bella che Van Morrison abbia scritto in anni”. Fantastica anche “Heartbroken in Disrepair” con una chitarra simile a quella di Johnny Marr degli Smiths. 

Il repeat l’avevo invece messo su “Whispered Words”, perché ha qualcosa di semplice, bello, ipnotico. Forse il testo, il crescendo della chitarra, la batteria che entra senza grazia dentro una melodia delicata… Poi mi mi rendo conto cos’è davvero che mi intriga di questa canzone e di tutto l’album: Il suono! Ha un sound che mi fa letteralmente impazzire. Mi prende e mi porta con la forza in uno spazio temporale indeterminato. Forse a Akron, Ohio, le lancette dell’orologio si sono fermate, forse è per questo che lui non se ne è mai voluto andare da quella minuscola città. Forse vuole respirare l’aria che respirava anche suo cugino, the late and great Robert Quine, uno dei migliori chitarristi mai esistiti, famoso per avere trovato un suono che includesse jazz, rock, blues e visioni allo stato puro. Tra le varie collaborazioni Quine aveva suonato con Tom Waits e Marc Ribot. Ribot ha invece suonato nell’ultimo Attack & Release dei Black Keys. E il cerchio si chiude. Oppure si apre, si allunga, si espande, assume forme e suoni con momenti angolari orbitali, velocità e posizioni non individuabili… 

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A corto di idee… Bone

blog-u21Il primo è  “Specification.Fifteen” di Taylor Deupree e Richard Chartier uscito nel 2006.

Il secondo è “Claro” dei Brothomstates del 2001.

Il terzo è il nuovissimo album degli U2… 

Questo è il pezzullo che ho scritto a riguardo oggi su Il Giornale

28/02 RETTIFICA: LE DUE LINETTE ULL’ALBUM DEGLI U2 SONO SOLO STICKERS APPICCICATI ALLA PLASTICA, DUNQUE UNA VOLTA SCARTATO, LA COPERTINA è PERFETTAMENTE IDENTICA A QUELLA DI DEUPREE.

Però gli U2 l’hanno fatta una cosa originalissima, proprio ieri pomeriggio qui a Londra hanno cantato sopra gli edifici della BBC radio a Reagent’s street.. ah no, aspetta, già fatto  dai Beatles “solo” 40 anni fa.. Vabò, smettiamola di criticare gli U2 dicono che quest’album sia il migliore da Actung Baby… solo che ancora non muoio dalla voglia di sentirlo, ho tra le mani altre perle, anzi adesso ne parlo.

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and the winner is… Gigia Tatalessio!

L’ho fatto, sono andata a sentire tutte le canzoni di Sanremo, perché non ha senso denigrare senza conoscere. Ma c’era davvero bisogno? Possibile che sia ancora l’evento musicale più importante d’Italia? Che per una settimana di fila non si parli e veda altro alla tv, anzi tutto inizia con le inutili polemiche mesi prima? Polemiche inutili su un festival inutile? Guardavo Sanremo quando ero piccola, non mi perdevo una canzone, era un’istituzione imposta un po’ come la messa e le tagliatelle al sugo di mattone fuso della nonna la domenica. San Remo non si discuteva, si subiva. E oggi cos’è cambiato? Quello che più mi sconvolge è la qualità dei testi ma via, anche la musica ha una media bassa, parecchio, di una banalità sconvolgente. Come se il tempo si fosse fermato in qualche modo, c’è da riaggiustare le lancette dell’orologio 20 anni indietro. Eppure è la manifestazione canora che rappresenta l’Italia; anche un’anarchica come me trova tutto ciò intollerabile. 

E così ecco che torna in auge Gigia Tatalessio, la vincitrice spirituale di questo festival, dei 100 passati e di quelli futuri. Un personaggio creato mesi fa in un raptus di follia grazie a svariati litri di alcohol. Mi sono data 60 minuti esatti, non uno di più, per scrivere da zero un pezzo sanremese. Dentro ci sono tutti i possibili cliché immaginabili. Ma secondo voi, con una bella orchestra sotto, magari altri 15 minuti per scrivere un bridge scontatissimo, non avrebbe vinto!? Giga ha già qualche fan come potete notare dalle 1100 visualizzazioni del video su youtube e chissà che un giorno non possa davvero sfondare… i vostri timpani. Gigia Tatalessio forevvver! 

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TV Eye: Come ti uccido il punk

Basta, non lo chiamo più Iggy, d’ora in poi sarà solo James Newell Osterberg. Ma come ha potuto? Lui che diceva che non avrebbe mai dato la sua musica per prodotti e cause in cui non credeva, che non si sarebbe mai venduto, cosa devo pensare che a 61 anni ha trovato la compagnia assicurativa che lo ha finalmente reso un punk rocker felice!? E i cartelloni pubblicitari imperversano ovunque, per strada, sui muri della metropolitana e fa male vederli, fa così male che all’inizio il mio incoscio negava l’evidenza.

Allora ricapitoliamo: Johnny Rotten fa la pubblicità per il burro, Bob Dylan vende Blowing in the Wind alla Co-operative Group per fare pubblicità a supermercati e pompe funebri, Paul McCartney stringe un accordo con Starbucks per vendere cd, Leonard Cohen cede i diritti di Hallelujah al vincitore di X-Factor, Martin Scorsese filma Mick Jagger che sculetta con Christina Aguilera, Keith Richards fa la pubblicità per Louis Vuitton e ora Iggy Pop fa la pubblicità per una compagnia assicurativa di autovetture. Va bene che c’è crisi ma a tutto c’è un limite. Che poi, ci pensate Iggy che assicura le macchine? Piuttosto mi fa venire in mente a qualcuno arrestato per drink & driving oppure che vomita fuori dal finestrino o che ne so, che va contromano sull’Oakland Bay Bridge di notte a fari spenti ruttando… ma mi illudo. E’ evidente che non è più così, che il mondo sta finendo. Solo mi chiedo, che bisogno c’è di far finire le nostre speranze e sogni con esso? Perché invecchiare significa vendersi? Perché gli artisti non si rendono conto che sono personaggi pubblici e hanno una responsabilità verso il proprio pubblico soprattutto quando hanno significato così tanto? Iggy mi senti!? Iggy! Search & Destroy ricordi!? Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi? ti ricordi? Come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa… A proposito, pure tu Nanni, ti ricordi Palombella Rossa e tutto quello che è venuto prima? Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi? Mi state facendo male. Come si dice da queste parti: Only the good die young.

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London’s pride & joy

picture-11 E’ ufficiale: c’è crisi. Lo so che è un ritornello che in Italia viene ripetuto quotidianamente ma qui la campagna mediatica di demoralizzazione ha toni molto più pacati. Ok, sappiamo che per la prima volta in millenni il prezzo delle case a Londra sta scendendo ma è solo quando leggo che i pub guadagnano sempre di meno che comincio davvero a preoccuparmi. La BBPA, Beer & Pub Association dichiara che le vendite nei pubs hanno registrato un calo del 10%. E’ tanto. Nel Regno Unito chiudono i battenti 39 pubs alla settimana. La birra, ovvero la fonte di sostentamento di ogni essere umano inglese dai 13 ai 90 anni, la ragione per cui si va allo stadio che ha un piano per ogni bar (e non il contrario)…  il loro gelato, la loro pizza, la loro cena, la scusa per un qualsiasi appuntamento che sia di lavoro o piacere… Non è come in Italia dove un tizio va al bancone di un pub e chiede: 

“Una birra chiara piccola” poi si gira intorno verso gli amici e chiede “voi che volete?” e intanto il barista, che ha già spinato la birretta, ha fatto in tempo ad uscire per comprarsi al distributore automatico 20 marlboro lights. Poi il tizio si rigira verso di lui e continua l’ordine “eeee un succo al tamarindo selvatico aromatizzato al gelsomino… ehhh…. tu che volevi? ah sì, un mojito eeeee…un’altra birra chiara piccola”. Dopodiché passano circa 25 minuti in cui lo sventurato, che si è coraggiosamente avvicinato al bancone in nome del suo gruppo di amici, raccoglie tutti i soldi e finalmente paga al barista che nel frattempo ha fatto in tempo a concepire 3 figli, due maschi e una femmina. O meglio ancora, tutto ciò succede mentre stanno comodamente seduti al tavolo e il barista li serve. 

Qui no. Qui è la guerra. Lavorare in un pub significa essere più veloci di Micheal Johnson travistito da Billy the Kid. Arriva il tizio al bancone e in due nanosecondi ti ordina: “3-pints-of-stella-1-guinness-one-large-glass-of-dry-white-wine-2-JD-&-coke-1-JD-&-regular-coke-1-vodka-&-lemonade-with-a-dash-of-lime-1-G&T-&-what-do-you-want?” Quando ti dice what do you want, che è un modo carino per offrire la mancia, tu vorresti solo dire “un taxi per andare a casa” tanto ti è venuto il mal di testa nel cercare di seguirlo. Poi paga per tutti e dopo 10 minuti circa il suo amico ripete il rituale e si rifà il giro. 

Perché dico tutto questo? Non ricordo, ho perso il filo e mi son fatta trasportare… ah già, la vendita di birra che diminuisce? Giammai! Piuttosto i prezzi che si abbassano. La catena di pub JD Wetherspoon dal mese scorso vende bottiglie di birra a miseri 99 pence. Subito il Governo ribatte: “Siamo al corrente del clima economico attuale ma l’alcol non è un bene di consumo come il latte o il pane e causa danni alla salute della nazione. Sembra esserci un collegamento tra cheap drinks e le ubriacature irresponsabili in UK.” Sembra. A me sembra che si consumi più birra che latte ma non sono il Chief Executive dell’Alcohol Concern. 

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Anatomia della groupie

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Siamo al Soho Revue Bar, il locale sul red district di Soho. Stasera gli Eagles of Death Metal suoneranno una gig privata e speciale davanti a un pubblico di sole donne. No, riformuliamo. Stasera gli Eagles of Death Metal, suoneranno una gig privata e speciale davanti a un pubblico di donne smandruppate, chinghialine e super-allupate le quali, ad una ad una cercheranno di salire sul palco per assaltare i loro idoli. Uno spettacolo da un punto di vista raccapricciante da un altro piuttosto divertente. First thing first, il concerto. Gli Eagles of Death Metal, non sono altro che il lato cazzone-rock dei Queen of Stone Age. Josh Homme, membro fondatore dei Queen of Stone Age, nonché produttore inarrestabile e titolare di una lunga serie di improbabili soprannomi (Carlo Von Sexron, King Baby Duck, J.Ho e Ginger Elvis) ha dato vita insieme a Jesse “the Devil” Hughes a questa strampalata band garage alternative rock. Strampalata perché a volte sembrano la parodia di loro stessi, per capire bene cosa intendo basta dare un’occhiata allo spassosissimo video del loro orecchiabile singolo Wanna Be in LA. Dal 2004 hanno partorito tre album, l’ultimo è l’ottimo “Heart On”, tutti sulla stessa linea: testi divertenti, riff accattivanti di chitarra e basso, rullanti sostenuti in pieno Homme-style, ovvero un rock ballereccio per chi ha voglia di divertirsi senza tanto impegno ma anche senza scadere in uno sciapo indie rock pop.

E stasera, in questo piccolo locale, gli EODM giocano la parte dei rockettari awanagana-americani davanti a un gruppo di ragazze inglesi. Risultato: è successo di tutto. Mutande che volano sul palco, ragazze che saltano sul palco per limonare duro con Jesse “the devil” oppure si spalmano addosso alla band mimando di copulare allegramente. Sui pali laterali, dove in genere si esibiscono le spogliarelliste, le ragazze si baciano tra di loro mentre cercano di esibirsi in balli goffamente sexy e si ubriacano alla follia. Immagini molto belle insomma. E io guardo questo film da mera comparsa, gustandomi la colonna sonora con una divertente cover di Stuck in the Middle with You, suonata 3 volte più veloce dell’originale. Dopotutto è tutto un gioco, quello della rockstar e della groupie, vecchio come il cucco e che durerà fintanto che durerà il rock. Finito il concerto continuo ad osservare: la groupie sprovveduta si posiziona nei pressi della porta del backstage e attende fiduciosa. La groupie professionista invece è già entrata nel backstage perché ha lavorato sistematicamente per l’impresa e ha già conosciuto le persone “giuste”. Però non è tutto groupie quel che sembra e questa categoria spesso rende la vita difficile alle giornaliste donne che non hanno ancora compiuto 35 anni e  che si trovano disgaraziatamente nel backstage per lavoro…

Piccola postilla, anche il Soho Revue Bar sta tristemente per chiudere… peccato perché era un locale ottimo per showcase e show privati e comunque storico. Mentre l’Astoria ha già chiuso… Amarezza.

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A very merry Brixton and a happy new beer!

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Oggi Londra è chiusa per neve. Uffici desolati e pub sovraffollati. Dopotutto la logica inglese è molto semplice: ogni occasione è buona per andare a farsi qualche pinta! E così abbiamo celebrato prima con una passeggiata a Brockwell Park, tra i good old fashioned pupazzi di neve tutt’intorno e poi al pub… aria di cazzeggio generale, gruppi di persone nascoste dietro l’angolo, pronte a spararti addosso pallate di neve… Brixton è come un villaggio, un mondo self contained, molto incasinato e molto loud. Non capita spesso di assaporare il silenzio sulle sue strade, come stasera… 

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