Essere Annie Leibovitz

photo©annie leibovitz

Me la immagino mentre impartisce ordini: “Scusa  Julia (Roberts) scansati più a sinistra  di Al (Gore) … no, aspetta, manca qualcosa, portatemi una banda di 100 elementi che suonano la cornamusa cinese e dipingetemeli d’oro… tu George (Clooney) mettiti in mezzo a quella quindicina di modelle strafighe col sorriso tuo solito… ora andatemi a cercare un setting dove vedo tutta Manhattan e un pezzo di Giappone, mi servirebbe anche una piscina piena di Brunello di Montalcino del 1345 e costruitemi una zattera di marzapane su cui Carla Bruni possa navigare con indosso un abito da 70 milioni di dollari…” E’ bello essere Annie Leibovitz, oggi. Bella anche la sua mostra fotografica esposta alla National Portrait Gallery di Londra fino al 1 febbraio. Ok, molte delle foto si conoscono già, dopotutto di copertine che hanno fatto la storia ne ha firmate una marea ma fa un bell’effetto trovarsele davanti in formato gigante. In mostra ci sono le foto commissionate per lavoro mischiate a quelle personali: tanto quando vedi indiscriminatamente tutto il mondo attraverso l’obiettivo della tua macchina fotografica, che differenza fa?

Col suo modo di lavorare, di collaborare e comunicare con i soggetti delle sue immagini, ha creato uno stile tutto suo che l’ha resa una delle ritrattiste più famose del nostro tempo, se non la più famosa. Nel 1970 aveva iniziato scattando ritratti di rockstars per Rolling Stone, ben presto ne sarebbe diventata la photo editor, poi è passata a Vanity Fair e Vogue. La mostra raccoglie le foto dal 1990 al 2005 e guardando quelle immagini mi chiedevo cosa le rendesse così perfette anche quando volutamente ci infilava degli errori. Come i ventilatori arancioni che ha voluto lasciare sul ritratto, qui sopra, dei White Stripes (angoli in basso a sinistra e a destra). Oppure quella ad Al Pacino, scattata su un negativo di polaroid, in cui lascia in vista il segno a terra messo per indicare la posizione al soggetto. A volte ti prende e ti sbatte davanti alla realtà, come nelle foto scattate ai genitori in fin di vita o quelle della salma di Susan Sontag, sua compagna e celebre autrice. Inquietante è il ritratto a Dennis Hopper e Christopher Walken, almeno quanto inquietanti sono i volti dei due soggetti, seduti uno di fianco all’altro, simmetrici in una asettica stanza d’albergo. Johnny Cash è diventato un nonno di famiglia, seduto sotto il porticato di casa (tipical Nashville style) accanto al nipote, la figlia che suona la chitarra e la moglie con l’arpa. I volti di Dick Cheney e Condoleezza Rice sono invece scattati con grandangolo e formato “wanted”. Insomma, ci vogliono le idee, tutto qui. Per semplici che siano, come infilare la nera Whoopi Goldberg in una vasca piena di latte, mostrare il pancione incinta di Demi Moore, o lasciar Yoko Ono vestita accanto a un John Lennon nudo e raggomitolato su di lei. Adesso, ho detto una banalità? Forse, sono quasi le 4 di mattina e sono come al solito insonne e rincoglionita. Ma la mostra della Leibovitz è gustosissima e mi fa venire voglia di pensare a quale ritratto farei per chicchessia (bella ‘sta parola, chicchessia). Dove metterei Neil Young se domani mai dovesse chiamarmi per dei ritratti!?! O Tom Waits!?! Eeeh? Ok, vado ad abbattermi…

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