To be or not to be, Gonzo

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Penso sia un buon momento per parlare del fantastico documentario “Gonzo: Dream and Life of Hunter S. Thompson”. Dopotutto sono a più di  3000 piedi di altezza e mi sto trangugiando una tanica di Jack Daniels mentre volo da Londra a Roma, per il Santo, anzi, santo subito, Natale. I Jefferson Airplane cantano a tutto volume dentro le mie orecchie e mi diverto a fare l’Hunterina. Mi aspetto dei risutlati molto scarsi, umilianti, ma ora che sono sotto l’effetto del whisky mi sembra un’ottima idea, è solo un peccato essere a corto di mescalina. Ma parliamo del documentario, che mi son già vista due volte e non per colpa della mia ossessione per Doctor Gonzo ma perché la prima volta che ho provato a vederlo per il London Film Festival era il giorno dopo il party della premier di Che Guevera e ho passato due ore al cinema più che concentrata a non vomitare che sul film. Ok, facciamo finta che non sono una discepola di Hunter, che sull’indirizzo di questo blog non ci sia il suo disegno del doppio pugno con il fiore di peyote nel centro e che non ci sia nemmeno accanto all’indirizzo del mio sito di foto o tatuato sul mio braccio sinistro. Facciamo finta che il mio sogno non sia quello di essere un giornalista, uomo, trentenne alcolista e drogato in California negli anni ’60. Che non sia completamente affascinata dal suo modo di scrivere e che ogni volta che scrivo un pezzo per Rolling Stone o altri magazine che me lo permettono, non ami farlo in stile gonzo. Cerchiamo di essere obiettivi anche se nel giornalismo, a cosa serve l’obiettività? Non è quello il punto, you miss the point, direbbe Hunter. Intanto dal finestrino ci sono le alpi, il tramonto le fa di un rosa accesso ma non tutte, le altre marciranno al freddo.

Dicevamo? Hanno finito il Jack Daniels ora sono passata al Johnny Walker etichetta nera, un po’ affumicato, continuo a cercare la mescalina ma lo steward dice che l’hanno finita. Sì, il documentario, dico a te bel bambino che cammini per la hall di questo aereo, ignaro di tutto e cosciente più di tutti. Sulla tastiera le mani sono diventate di un blu incontrollabile, è lo smalto, quel bastardo maledetto, lui non si può gestire con un po’ di turbolenza, come quella nel mio stomaco, sono stati 3 giorni fuori dal tempo, fuori dallo spazio, la mia casa marciva in un misto di fotografie libri cd e cibo dentato. Anche questo è Gonzo.

Cos’è Gonzo? E’ il last man standing, quello che rimane in piedi dopo una nottata passata a bere, per questo un giornalista americano ha definito lo stile giornalistico di Thompson come Gonzo Journalism. Fondamentalmente ci si ubriaca soltanto a leggere le sue pagine. E così inizia, il documentario. Leggono prima un passaggio di Hell’s Angels: straordinario, entusiasmante e coinvolgente pezzo storico di letteratura, poi un articolo per l’attentato alle Torri Gemelle: stanco, non inspirato, scontato. Hunter prima e dopo. Intanto fuori dal finestrino è tutto così rosa che mi sembra di essere dentro una vaschetta di gelato alla fragola affogata nel lisomucil ai frutti di bosco. La voce femminile dei Jefferson Airplane mi sta sciogliendo con Leather. Hunter è stato perdutamente innamorato di lei e la sua voce. Sua moglie invece sembra una tipa tranquilla, quando è intervistata parla ancora del marito con un devozione assoluta anche se l’ha dovuto lasciare perché “la casa era diventata piena di ragazze seminude e bellissime, droga ovunque e lui stava perdendo la ragione”.

E’ stato un crescendo. Da giornalista freelance a corrispondente del Rolling Stone che, una volta scoperto il suo talento, lo mandava nelle missioni più difficili. Così è nato “Fearing and Loathing on the Campaign Trial ’72” quando si trovava a seguire le elezioni e finiva in una rolls royce insieme a Nixon a parlare di baseball. “E’ stato l’uomo che ha mandato a rotoli il mio matrimonio, distrutto la mia casa e che ha detto ai miei figli di fumare erba”, dice il suo landlord. Lo stesso, dalle sue parole trasudava affetto e ammirazione.  Perché dovete vederlo? Per conoscere meglio la vita e il lavoro di uno degli autori più rivoluzionari del nostro tempo. Perché è divertente ma anche triste. Perché Hunter era fuori come pochi ma credeva nel sogno americano. Ci ha creduto così tanto che è stato quasi eletto sindaco di Woody Creek, Colorado, dove viveva e dove si uccideva il 20 febbraio 2005. Anche il funerale è stato premeditato. Voleva un monumento alto un centinaio di metri che avrebbe lanciato in aria le sue ceneri, dal simbolo col doppio pugno, vivi la vita al massimo, vivi la vita al massimo, vivi sempre la vita al massimo, pure la morte se necessario. C’era Johnny Depp, John Kerry e qualche altro amico. La foto che vedete qui sopra viene proprio da lì, Woody Creek, Aspen, l’ho fatta nello stesso anno della sua morte solo 7 mesi dopo il suicidio. La donna del negozietto (quello che espone il simbolo Gonzo) mi roccontava di lui, diceva che era sempre di una gentilezza fuori della norma, passava lì ogni mattina per comprare il giornale e non mancava ma di fare due chiacchiere di cortesia. Mi ha detto che presto sarebbe uscito un documento sulla sua vita.

Già, il documentario! The rise and fall di un grande autore, rimasto vittima del suo stesso personaggio. Nel 2005 ben due films basati su di lui, “Fear and Loathing in Las Vegas” (con Johnny Depp nel suo ruolo) e “Where the Buffalo Roams” (con Billy Murray). Usando le sue stesse parole, quando “l’autore diventa più grande di quello che ha scritto è un bel casino”. Erano decenni che lui parlava di suicidio, se non l’avesse fatto avrebbe perso ogni credibilità. Quando poi sei abituato a vivere al massimo non puoi tollerare di accontentarti di meno, trovarti a 67 anni e non riuscire a scrivere cose geniali, buone sì, ma prima eri un fottuto genio. E così booom, se ne andava con 3 colpi di fucile dopo avere avvertito la famiglia, il figlio avuto con la prima moglie e la nuova moglie sposata solo 3 anni prima. L’aereo sta scendendo devo spegnere, fuori ora è buio, sarà un altro natale troppo lungo. Due settimane che speravo molto diverse e che invece finiranno in Gonzolandia. A tutti un fottutissimo buon natale.

2 commenti

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2 risposte a “To be or not to be, Gonzo

  1. chi, questo pezzo e’ meraviglioso…non hai idea di quanto avrei voluto essere su quell’aereo con te!

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