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Lanegan, one man band.

Non sono mai stata patita di Mark Lanegan (posso ancora rimediare), ma questo Blues Funeral mi si è proprio incollato addosso. E’ stata persino una sorpresa: la prima volta che è partito il beat di Ode To Sad Disco ero in metropolitana, convinta avessi premuto per sbaglio l’ipod e stessi ascoltando un altro artista. Voglio dire, che ci fa con la batteria campionata? L’elettronica? Reduce da Hawk, firmato a due mani con Isobel Campbell, mi aspettavo una musica a base di voce baritonale e chitarra acustica. Invece lui ci ha preso in contropiede e ha composto con la tastiera. La chitarra non sparisce, anzi, è onnipresente tra arpeggi in loop ipnotici e riff avvolgenti mentre la sua voce non è mai stata migliore (grazie a dosi massicce di sigarette, whisky e zigulì californiane avariate).

Un grande album lo riconosci quando, ascoltandolo, scuoti la testa, guardi fuori dalla finestra e ad ogni brano pensi inebetito: “Ah! Cavolo, c’è pure questa…”. Dal blues ipnotico di Bleeding Muddy Water, alla cupa orecchiabilità di Grey Goes Black e il lento incedere di St Louis Elegy, Lanegan snocciola perle da maledetto rockettaro: “Down here the winter will cut you quick/If tears were liquor, I’d have drunk myself sick”. Harbourview Hospital, con le sue chitarre alla U2 (sì, avete letto bene) trovo sia l’unico momento trascurabile del disco, subito redento da Leviathan: splendido quadro sonoro nel cui crescendo finale si scontrano melodie dissonanti. Deep Black Vanishing Train (scuote la testa, guarda fuori dalla finestra, pensa inebetita…) è uno di quei brani da pelle d’oca incontrollata, quelli che come iniziano, ti prendono, ti alzano da terra e ti immergono in un qualche posto dove non hai chiesto di andare, dove senti che fa male ascoltare ma non puoi fare meno di tornare.

Insomma, funerali, becchini, “grigi che diventano neri”, Muddy Waters insanguinati, lunghi treni neri, discoteche squallide, ospedali: non ci sono dubbi, Lanegan è il solito tristone di sempre. Eppure con Blues Funeral, uscito a distanza di sette anni dall’ultimo lavoro solista, appare più ispirato ed impavido che mai mentre gioca  con una moltitudine d’atmosfere e sound differenti. Ora attendo fiduciosa che qualche Laneganiano compulsivo mi illumini sull’intera discografia…

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