Archivi del mese: gennaio 2010

Local Natives: nonosolovolpi

Fare interviste mi diverte sempre – o quasi – ma odio riascoltare la mia voce quando le trascrivo. Magari ti accorgi di una risatina stupida (con Sean Lennon almeno un centinaia), o ti rendi conto di aver fatto una domanda cretina o di averne mancata una importante o di esserti lasciata scappare un commento da cerebrolesa. Insomma, la sbobinatutra, oltre ad esserre un processo oltremodo noioso può anche diventare molto doloroso, come lo è stato per l’intervista ai Local Natives (il pezzullo uscirà sul Rolling di febbraio). Non è stata colpa mia: lo showcase al leggendario Ronnie Scott club era in realtà un Christmas party innaffiato d’alcohol. Il tutto alle 1 di pomeriggio, la mia intervista alle 8 di sera e nel frattempo open bar: nemmeno Santa Rita Addolorata sarebbe rimasta sobria. E così mi sono riascoltata mentre dicevo frasi tipo: “ah ragazzi siete così giovani potrei essere vostra madre!” oppure “abitate a Silver Lake? Pure Leonard Cohen e Eels, non li avete mai incontrati in giro?” e altre cazzate del genere anche se tutto sommato è stata una bella intervista gonza. 

Oltre che chiedere ancora scusa ai simpatici Local Natives – che sono pure passati a far visita a questo blog lasciando un commento un mese fa – vorrei segnalarvi il loro album di debutto, Gorilla Manor. I critici musicali affetti dalla grave patologia iperparagonite congenita vi diranno che sono un clone dei Fleet Foxes: non è così. Come le volpine di Seattle anche loro hanno un solida ed eleborata sezione armonica, tanto da impiegare altrettanto tempo ad arrangiare i cori che a scrivere musica. Ma il loro indie-folk è sostenuto da un beat stuzzichevole, spesso irresistibile, che li spinge altrove, verso un pop accessibile. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un album ben fatto, sincero ed orecchiabile senza essere scontato. Basta ascoltare Sun Hands, che parte in stile volpe-cavallina (FF e Band of Horses) ma dopo un coro a cappella urlato, esplode in riff quasi post punk. Camera Talk farebbe sbattere i piedi anche ad un bradipo ingessato, mentre Warning Sign cover dei Talking Heads, mostra che le influenze di questi 5 californiani vanno ben oltre il folk. 

Ma è dal vivo che i Local Natives danno il meglio: quando li ho sentiti per la prima volta, lo scorso ottobre, al Koko, mi hanno trascinata in un nanosencondo dentro il loro beat senza che sapessi nulla di loro. E’ così che sono riusciti a farsi notare anche dall’attuale etichetta Frenchkiss: dopo aver suonato in un negozio di biclette al SXSW e il passaparola è poi arrivato dai blog ai discografici. Vi lascio dunque con una versione live della gustosissima Airplanes, registrata agli studi della BBC (sempre sia lodata).

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Flaming Floyd Galore

Strano mi fosse sfuggito proprio il video in cui Wayne Coyne si spoglia completamente nudo. Watching the Planets è uno dei meravigliosi trip di Embryonic, un album non per tutti i giorni ma sicuramente per quelli più psichedelici. E così riescono a fare quello che i Queen nel 1978 non hanno potuto perché censurati, ovvero mostrare una mandria di donne – e uomini – ignudi, in sella alla bici. C’è anche la voce di Karen O degli YYY, pare che Coyne l’abbia registrata via telefono per tenere il suono più sporco e robotico possibile. Gran bel video: Wayne indossa sempre lo stesso completo (comincio a pensare ne ha gli armadi pieni) e si muove dentro l’amata sfera gonfiabile dove lo vediamo ormai ad ogni show da qualche anno a questa parte.

Sto assaporando anche il loro The Dark Side of the Moon, in collaborazione con Stardeath and White Dwarfs, la band con tanto di nipote Dennis Coyne. E mi sembra niente male anche se ammetto di averlo approcciato con aspettative a raso terra. Solo mi chiedo quale sia il senso, dopotutto non era già un tributo ai Pink Floyd lo stesso Embryonic

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Francobolli rock!

Forse avrete già letto la notizia: la Royal Mail (Poste Inglesi) ha pubblicato una serie limitata di francobolli raffiguranti 10 iconiche copertine di album. Eccoli qui, me li sono aggiudicati! Ovvio che la scelta finale non avrebbe accontentato tutti ma non mi va che dalla lista abbiamo escluso proprio i Beatles: grido al complotto! Indigestione da remastered? La vendetta degli Stoniani? Ammetto invece di essere felice che abbiamo lasciato fuori la loro cover band, ovvero gli Oasis, per inserire i rivali Blur. 

I francobolli rock sono già quasi tutti sold out. Quando il postman di West Hampsted mi ha visto indecisa se comprarli o meno, ha sussurrato con ghigno beffardo: è l’ultimo rimasto, non ne stampiamo altri hihi! Il problema è che ho grosse difficoltà ad acquistare album, seppur disegnati, degli inutili Coldplay. I loro cd sono perfetti da usare come sottobicchiere ma con un francobollo da miseri 0,39 pence, che ci faccio? Tra l’altro quella copertina – diseganta dal fotografo Sølve Sundsbø per un numero di Dazed & Confused - mi ha sempre dato sui nervi. Una volta tornata a casa l’ho osservata meglio, ora mi sta più simpatica: ho capito cosa mi ricorda. Avete presente l’episodio di South Park, Britney’s new look?  Tale e quale non credete?

E voi, quali copertine avreste scelto?

E perché sto coso adesso mi scrive in blue? Allora è possibile scrivere a colori sul blog? Ma poi perché vorrei scrivere a colori? (Spero che durante la notte mi si rigeneri qualche neurone perché questo fine settimana li ho messi a dura prova).


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Eels: è di nuovo la fine!

E’  uscito oggi il nuovo End Times, a soli 7 mesi di distanza da Hombre Lobo. Mi piace da matti e posso dirlo senza dubbio alcuno dal momento che l’ho ascoltato quasi ogni giorno per un mese. Credo fosse destinato ad uscire prima di Hombre Lobo e che quando Eels si è accorto di avere una barba troppo bella per essere tagliata, l’abbia accantonato per qualche tempo. Me l’ha detto lui: “Le canzoni che stavo scrivendo stonavano con la barba e dal momento che non volevo tagliarla ho scritto un album diverso!” La risposta alla vostra domanda è ancora “no”: Eels non ha osato nulla di nuovo dalle rivelazioni di Bliking Lights.

Da lupo mannaro innamorato, solo e arrapato, si trasforma in un uomo che ha appena perso la sua donna. Cambia molto? Direi di no, solo che End Times è ancora più intriso di splendida tristezza e di suoni downbeat. La fine è vicina e Mark Everett appare sul disegno in copertina come sarà – o crede di diventare – tra una ventina d’anni: barba e capelli lunghi e bianchi, cappellino da baseball e look trasandato.

Taciturno e riservato, chiuso dentro la casa di Los Feliz – a cui stavolta dedica anche una canzone – Mr E parla solo ed esclusivamente attraverso la sua musica. “Lei si è chiusa di nuovo in bagno/ dunque sono andato a pisciare in giardino” canta in Line in The Dirt, splendida ballata al piano. Nei 29 secondi di Apple Tree, Eels più che parlare in un microfono sembra confessarsi dall’analista. Racconta di una distesa sterminata di alberi – probabilmente meli – e il suo sguardo che si poggia su uno in particolare, tondo e piccolo: “And that’s how I felt” sussura nel finale. Gone Man è un pezzo upbeat rockabilly ma non fatevi illusioni perché anche lì continua a ripetere che “lei lo amava ma adesso è tutto finito“. In I Need a Mother, canta con un tono così disperato e sincero che non posso fare a meno di pensare a Mother di John Lennon, forse perché insieme avevamo parlato di come l’ex Beatle l’abbia ispirato ad aprirsi completamente nella sua musica. E’ un pezzo da brivido e mi ha fatto pensare che forse MrE non ha nemmeno perso l’amore, inteso come un amore in particolare, ma la speranza: non ci crede più, ha bisogno della mamma.

Nowadays ha una progressione di accordi molto simile a  Ordinary Man di Hombre Lobo ma in più c’è l’armonica e una frase illuminante, detta all’amico  in studio, prima che inizi la traccia: “C’è qualcosa che non va, non capisco“. Mr E non ha scritto solo un gran bel album ma anche la perfetta colonna sonora per i miliardi di broken hearted sparsi per il mondo, migliaia di migliaia, come quegli alberi di melo. Chiuso nella Mansions Of Los Feliz, uscirebbe pure ma non vede quale sarebbe il motivo. E così rimane in compagnia di quel Little Bird che vola nella veranda di casa ricordandogli di quanto – dear God -  gli manchi quella ragazza. Peccato non sappia che dopo queste nuove canzoni io l’adoro ancora di più.

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The courage of Midlake

Chi non ha amato alla follia The Trials of Van Occupanther scagli la prima pietra. A me piacque talmente tanto che come prima reazione mi feci crescere una lunghissima barba. Poi mi informai per prendere lezioni di violino ma le mie amiche, nonché coinquiline, mi minacciarono di morte e dovetti rinunciare. Oggi – anzi, il primo febbraio – a quattro anni di distanza da quel gioiellino, i Midlake escono con il nuovo The Courage of Others. Eccitazione e desolazione quando l’ho ascoltato per la prima volta. Nessun brano che spiccasse, nessun Roscoe o Young Bride, le aspettative avevano bruciato ogni entusiasmo. Poi, qualche sera fa, è arrivata l’epifania grazie a una lunghissima sigarettina d’erba spinella e cuffie giganti sparate a tutto volume sulle orecchie. Pima di tutte, è arrivato il singolo, Acts of Man, non come quando l’avevo sentito alla BBC Radio 6 ma come se fosse stata la prima volta: Oh let me inside, let me inside, not to wait ripeteva Tim Smith bussando dritto alla mia testa.

Quando ho aperto la porta è entrato tutto il resto: violini, flauti, clavicembali, strati su strati di armonie e melodie mesmerizzanti. E una chitarra, a volte delicata altre ruvida, che predomina su l’intero suono, prendendo il posto della tastiera del Van Occupanther. Non ci sono singoli orecchiabili-piacioni, piuttosto la voglia di esplorare nuovi suoni, sempre rimanendo fedeli alla propria musa, ovunque ti voglia portare. E’ una settimana che l’ascolto e lo sto ancora assaporando lentamente, apprezzandolo di più ad ogni ascolto, nelle sue sfuggevoli melodie che rincorrono atmosfere d’altri tempi. Mi ci sono persa dentro e non so quando e soprattutto come ne riemergerò. Vi farò sapere, soprattutto del loro concerto tra due settimane: l’ultimo show di Londra mi aveva delusa. Era il Meltdown festival, loro avevano una serata no, infilarono un errore dopo l’altro e all’afterparty finì addirittura a scazzottate. Ma dal momento che dicono di avere passato gli ultimi due anni a suonare insieme, nelle sperdute vallate di Denton, nella Culonia del Texas, credo le cose andranno diversamente. 

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Far, far away and out of sight…

Finalmente ho visto It Might Get Loud, il documentario di Davis Guggenheim con protagonisti due leggende del rock, Jack White e Jimmy Page e il chitarrista degli U2, The Edge. Ho appena scritto la recensione per il Buscadero di febbraio ma lo stesso vorrei scrivere qui altre profonde elucubrazioni in ordine sparso. Questo film è una figata incredibile! Poteva essere fatto meglio? Forse. Mi sarei aspettata qualche scintilla in più dall’incontro finale dei tre, ma per una che ama Page e White alla follia (ovvero ama il rock), sono stati 98 minuti di pura gioia incommensurata. 

Cosa c’è di più romantico di immaginarsi Jack White adolescente in una stanzetta larga 2×2 metri con dentro due drumkit, un impianto di registrazione e miliardi di dischi? “Avevo tolto il letto perché non c’era più spazio, dormivo per terra accovacciato“. Per lui suonare deve essere una struggle, una battaglia, nulla deve risultare semplice e le macchie di sangue sparse sopra la chitarra durante i suoi show ne sono la prova tangibile. Per questo è divertente sentire la sua storia raccontata insieme a quella di The Edge: un uomo perduto senza la sua carovana di effetti, pedaliere, ufo-amp tascabili ecc. Insomma, due approcci e modi di pensare diametralmente opposti: per Jack la teconologia è il demonio, per The Edge è il progresso.

Jimmy Page è il volto umano della chitarra. D’accordo, a volte lo sorprendiamo compiaciuto ma si può davvero parlare di autoreferenzialità quando c’è di mezzo uno degli autori che hanno definito il rock così come lo intendiamo oggi? E che strano vedere quei tre mostri sacri non imbroccare un prevedibilissimo “Si minore” quando suonano, nel gran finale, The Weight: in quell’istante assumono un’aria quasi umana. E’ un film sulla passione: per uno strumento, per uno stile di vita, per la voglia di dire “no” ai suoni e alle idee precostituite. E se credete che The Edge sia stata una scelta poco azzeccata rispetto agli altri due nomi, vi dovrete ricredere: è lui a formulare le riflessioni più profonde, a interrogarsi su cosa significhi essere autori o “solamente chitarristi”. Page, al contrario, non ne esce come un pensatore particolarmente introspettivo, ma efficace nella sua semplicità:

 ”Verrà il momento in cui sarò troppo vecchio per suonare la chitarra, ma cerco di tenere quel giorno far, far away and out of sight“. 

 

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Sir Macca live at the O2 Arena


Sor Paul and Band, live in Denver, USA ©chiarameattelli_2005

Un milione di voli cancellati ma alla fine, dopo code sterminate a Fiumicino e  calde serate romane, sono tornata a casa, nella Siberia di Londra. Nel frattempo, la vostra befana, ha compiuto 32 anni ed è più gonza che mai. E scusatemi se ho abbandonato il blog per due settimane ma dovevo staccare gli occhi dal computer, riconnettere col mondo reale, con la famiglia, gli amici e le strade della Sin City perugina. Da dove ricominciare? Dal nuovo album dei Midlake? O da quello di Eels? Non ancora, piuttosto con una recensione promessa e non ancora mantenuta.

E’ il mio primo concerto del “Macca DC” (Dopo-Ciara, ovvero dopo averlo conosciuto ed essere stata da lui ribattezzata Ciara). Nonostante l’abbia visto suonare per pochissimi intimi, come all’ICA di Londra o al Colosseo, quell’uomo riesce ancora ad emozionarmi. Forse perché sia davanti ad un pubblico di 300 che di 20.000 – come l’altra sera all’O2 arena – sul palco tira fuori sempre tutta l’anima. E’ la notte del 22 dicembre, sono in un box privato della O2, birra come se piovesse e un banchetto con le salsicce vegetariane di Linda McCartney (sfottetemi ora o mai più). Stavolta Drive My Car arriva solo per seconda, dopo l’incipit poderoso di Magical Mistery Tour. Il look è quello a base di bretelle scelto per l’ultimo tour in America e, a dirla tutta, le poche date in Europa di dicembre, sono state aggiunte last minute, un po’ per promuovere il nuovo live Good Evening New York City e un po’ perché Macca si è accorto di non suonare davanti ai suoi compaesani da troppi anni. The Long and Winding Road e Eleanor Rigby, Let me Roll It e Blackbird, Lady Madonna e Get Back: stasera non ne salta una. Nella sezione acustica canta la dichiarazione d’amore a Lennon, Here Today, una brividosa And I love Her e la ciliegina Yesterday. Ma dopo  aver assistito a 9 concerti di Sor Paul quello che cerco non è certo Hey Jude o Let it Be (che ovviamente non sono mancate), quanto le sorprese, di quelle vorrei parlare. Come I Want to Come Home, la ballata al piano scritta per il nuovissimo film di Robert De Niro, Everybody’s Fine. E’ un pezzo che dal vivo fa la sua porca figura considerando anche che l’avrà scritta con la sua solita nonchalanche, mentre con una mano spalmava il burro di arachidi sul toast e con l’altra tagliava le unghie al gatto.

Ed ora una canzone mai fatta prima dal vivo!” E io già a sognare le cose più impensabili, ma i miei sogni selvaggi sono andati in frantumi al suono di Obladì-Obladà, uno dei rari pezzi dei Beatles che mi fanno venire l’orticaria. Poi un altro duro colpo, sospettato con grande timore: A Wonderful Christmas Time! Non so come sia in Italia, ma qui in UK questa canzone ci tormenta e perseguita ogni volta che mettiamo piede in un supermercato o simili, dal 15 novembre ai primi di gennaio. Digeribile almeno quanto il Christmas pudding – il dolce inglese a base di solfato di cioccolato e cemento – quel maledetto e orecchiabile motivetto natalizio si ramifica nelle orecchie umane per giorni, senza possibilità di uscita. Ma lo zuccherificio McCartney non è ancora arrivato all’apice: ecco che entrano 30 suonatori di cornamusa, con tanto di kilt, per un’inaspettata versione di Mull of Kintyre. Da dietro sento il mio amico Terry esclamare: “Noh! Non questa!”. “Perché è scozzese?” gli chiedo, “No, perché è stata numero uno nelle classifiche inglesi per 13 settimane di fila, non potevi accendere la radio senza ascoltarla 100 volte al giorno, anche la canzone più bella ti avrebbe nauseato”.

Tra le sorprese – annunciate con il nuovo doppio cd live – sono una strepitosa Mrs Vendebilt e due brani composti sotto lo pseudonimo di Fireman, la band con Youth dei Killing Joke: Highway e Sing the Changes, In quest’ultima appare sullo schermo, dietro il palco, un’immagine di Obama; i casi sono due: o Sir Paul ha fumato talmente tante canne da pensare che le elezioni americane siano state solo lo scorso novembre o vuole ribadire il sostegno alla causa democratica. Conoscendolo, propenderei per entrambe le ipotesi. Lo show va avanti con lui che scherza e chiacchiera con il pubblico e l’enorme arena londinese diventa un intimo salotto di casa. Confessa anche che a volte gli è difficile concentrarsi mentre canta se incrocia cartelli come quello che un fan stringe fra le mani stasera: “Paul: la mia fidanzata in cambio del tuo plettro”. Mi ricorda che io un plettro glielo rubai durante il concerto dentro il Colosseo; ora lo custodisco in una tomba etrusca, sottovuoto. Ma di battute ne dice tante e avessi preso appunti invece che bere litri di birra Weiss me le sarei anche ricordate.

Per Live and Let Die esplodono gli immancabili fuochi d’artificio mentre dal lato del palco l’ingegnere del suono gli fa cenno di tagliare corto, il tempo a disposizione è quasi finito. A quel punto deve scegliere: tralascia la solita I Saw Her Standing There e spara una travolgente Helter Skelter. Così si redime da tutte le cucchiaiate di miele seminate nel corso della serata e spettina, a colpi di devastante metal, le casalinghe dell’Essex delle prime file. Dopo Sgt Pepper’s Reprise, medley con In the End, saluta uno alla volta i 20.000 fans, raccoglie i regali che gli tirano, si inchina un miliardo di volte, sembra non voler mai lasciare il palco. Paul is live, oggi più che mai e spero che al prossimo tour stravolga la scaletta in favore di un concerto diverso, fottendosene di quello che il pubblico vuole sentire. Sul Buscadero di questo mese troverete il resoconto gonzo del mio Macca-incontro alla conferenza di Londra, but enough about Paul, ora è tempo di parlare d’altro…

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